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Il Giappone ringrazia ma c’è ancora molto da fare

· Intervista al presidente di Caritas Giappone e Caritas Asia vescovo Tarcisius Isao Kikuchi ·

A poco più di tre mesi dal devastante terremoto e dallo tsunami in Giappone che ha provocato la morte di ventiquattromila persone e distrutto case, edifici e infrastrutture, la Caritas del Paese ha lanciato un nuovo programma di emergenza per continuare a fornire cibo ai superstiti del disastro, consulenza e aiuto alle vittime in cerca di una nuova occupazione. La priorità è garantire che le attività durino nel tempo e di supportare i sopravvissuti per molti altri anni ancora. «Migliaia di persone, sono rimasti senza lavoro e prive di ogni forma di sostentamento. Sono tanti quelli che si chiedono: “Perché è avvenuto tutto questo?”. Noi — racconta al nostro giornale il presidente di Caritas Giappone e Caritas Asia, il vescovo di Niigata, monsignor Tarcisius Isao Kikuchi — stiamo facendo di tutto per stare al fianco dei terremotati, anche se ci rendiamo conto che nei loro cuori, al momento c’è tanta disperazione e smarrimento e poco spazio per le cose spirituali».

La macchina organizzativa di Caritas Giappone si è subito attivata a prestare soccorso dopo il terribile disastro. Eravate già preparati ad affrontare situazioni simili?

Lavoro alla Caritas da quindici anni e ho ricoperto vari ruoli. Non mi era capitato di affrontare un evento del genere. Comunque, pochi minuti dopo il terribile disastro, io e il segretario generale di Caritas Giappone, padre Daisuke Narui, abbiamo deciso di avviare un campagna di donazioni in tutto il Paese. Anche la Caritas Internationalis ci ha subito contattato offrendo aiuto finanziario. Dopo aver verificato gli enormi danni e individuato le zone maggiormente colpite, d’accordo con il vescovo di Saitama, monsignor Marcellino Daiji Tani, e il vescovo di Sendai, monsignor Martin Tetsuo Hiraga, abbiamo deciso di aprire a Sendai un Centro diocesano di sostegno per coordinare i volontari provenienti da tutto il Paese ed elaborare piani concreti per le successive operazioni di soccorso alle vittime dello tsunami. Fin dal primo momento la Chiesa cattolica in Giappone è stata al fianco del suo popolo. Noi vescovi abbiamo deciso di compiere il massimo sforzo per sostenere le diocesi di Sendai e di Saitama. La diocesi di Sendai si estende su un territorio molto vasto, da nord a sud più di trecento chilometri di costa. Essa è costituita dalle comunità cattoliche delle prefetture di Aomori, Iwate, Miyagi e Fukushima, dove è presente la centrale nucleare. Grazie alle donazioni, la diocesi di Sendai può disporre dei fondi necessari per la ricostruzione delle chiese e delle strutture parrocchiali. Mentre la diocesi di Saitama sta utilizzando i fondi raccolti per il sostegno alle vittime. Inoltre, il Centro Internazionale Cattolico di Tokyo (Ctic) si sta occupando di aiutare le vittime e tutte le persone evacuate che sono residenti all’estero. Caritas Giapppone sta cercando di rispondere alle emergenze del Paese, colmando anche alcune lacune nei programmi di soccorso governativi e completando i servizi statali. Concentriamo tutte le nostre attività sul sostegno socio-psicologico che è particolarmente urgente in questo momento. Nella diocesi di Sendai abbiamo inaugurato alcuni centri di volontariato a Shiogama, a Ishinomaki, a Yonekawa, a Kamaishi, e a Miyako e siamo riusciti a inserire più di mille volontari nelle attività governative locali in aiuto della popolazione.

Cosa fanno nello specifico i volontari di Caritas Giappone?

L’opera dei volontari è molto varia e cambia di area in area in base alle diverse esigenze. Essa prevede, ancora oggi, la rimozione delle macerie, la gestione della distribuzione di cibo e acqua, il servizio di sostegno socio-psicologico alle vittime nelle abitazioni temporanee. Un nuovo programma di assistenza mira a raggiungere diciannovemila persone entro il prossimo settembre con una spesa di circa 3,7 milioni di dollari. Il programma fornirà coperte e prodotti sanitari, offrirà supporto psicologico e spirituale alle comunità terremotate e sosterrà tutte le persone le cui imprese e occupazione sono state seriamente danneggiate. La fase iniziale sarà seguita da un progetto riabilitativo e di recupero che varierà dai tre ai cinque anni.

E le parrocchie delle diocesi di Sendai e Saitama?

Il terremoto e lo tsunami hanno danneggiato in particolare le chiese e i locali parrocchiali che si trovavano lungo la costa, quelle situate in collina, per fortuna, non hanno subito danni. Questo ha reso possibile a queste parrocchie di trasformarsi in centri per i volontari gestiti dalla Caritas. Tutti i parrocchiani si sono organizzati con grandi sacrifici per fornire cibo e vestiario alle vittime in cooperazione con i volontari della Caritas. Ancora oggi tutte le parrocchie giapponesi cooperano con il Centro diocesano di sostegno e anch’esse inviano volontari a Sendai o raccolgono cose utili alle vittime. Ogni diocesi ha istituito una base operativa di volontari per collaborare con il Centro diocesano di sostegno. I cattolici impegnati nelle diocesi di Sendai e Saitama continuano a organizzare concerti, spettacoli teatrali e altre attività per raccogliere ulteriori fondi. Numerose parrocchie hanno organizzato incontri di preghiera, soprattutto per i giovani, e anche veglie. Grazie a queste iniziative di sensibilizzazione sono stati raccolti più di quattro milioni di euro.

Avete ricevuto sostegno dalla comunità internazionale?

Colgo l’occasione di questa intervista per esprimere la mia più sincera gratitudine a tutti i nostri amici di tutto il mondo che hanno sostenuto il Giappone e i giapponesi con preghiere, messaggi di solidarietà e di donazioni. Il numero impressionate di e-mail ricevute dal nostro ufficio di Tokyo ci ha ricordato che non viviamo in solitudine, ma nella solidarietà. I membri della Caritas hanno fatto donazioni generose attraverso la Caritas Internationalis, anche da Paesi in via di sviluppo. Personalmente ho ricevuto molte e-mail anche dall’Italia. Sebbene non le abbia mai incontrate personalmente, numerose persone di buona volontà mi hanno informato di aver organizzato concerti di beneficenza in diversi luoghi dell’Italia in solidarietà con noi. Questi messaggi e le preghiere ci confortano veramente molto e ci ricordano che la solidarietà autentica esiste.

Secondo lei quanto ci vorrà per ritornare alla normalità?

Fin dal primo momento tutti hanno reagito con grande dignità e consapevolezza di quanto accaduto. Dobbiamo andare avanti e non possiamo certamente fermarci. Per ritornare alla normalità, a mio avviso, si potrebbero impiegare dai tre ai cinque anni. È molto probabile che la maggior parte delle persone, delle multinazionali e molte delle industrie più importanti del Paese torneranno a una vita normale già alla fine di quest’anno. Questo potrebbe essere un buon segnale per tutti. Tuttavia, le vittime del disastro potrebbero impiegare più del previsto. Gli abitanti di Fukushima, per esempio, avranno bisogno di molto più tempo, dieci o forse più anni per ritornare a vivere nella normalità, magari ritornando nei loro luoghi di origine, ma certo sarà difficile dimenticare.

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26 maggio 2019

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