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Il Giappone rafforza la difesa

· Per contrastare la potenza militare cinese ·

L’attivismo militare della Cina è «motivo di preoccupazione regionale e internazionale» e la Corea del Nord, con il suo potenziale nucleare, è «fattore di grande instabilità»: il Giappone cambia i piani di difesa nazionale e li adatta a uno scenario che supera guerra fredda e pericolo d’invasione dal nord dell’ex Unione sovietica. Pechino chiarisce la sua posizione. «La Cina aderisce a un percorso di sviluppo pacifico e persegue una politica di difesa nazionale di natura difensiva», replica la portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu. «Non è nostra intenzione minacciare, né costituire minaccia per alcuno», si legge nel comunicato diffuso sul sito del ministero. Pertanto, i giudizi di Tokyo sono «irresponsabili».

L’episodio è destinato a marcare un altro segno nei rapporti tra le due potenze economiche dell’Estremo Oriente, dopo lo scontro diplomatico esploso a settembre sulla sovranità delle Senkaku, isole ricche di risorse naturali all’estremo sud dell’arcipelago amministrate dal Sol Levante e rivendicate dal Governo di Pechino.

Nello schema delle «Linee guida del programma di difesa nazionale», il primo approvato dall’Esecutivo espressione del partito democratico del premier Naoto Kan, si prevede una completa ridefinizione delle Forze di autodifesa (Sdf, le forze armate nipponiche). A Tokyo, durante la conferenza stampa di presentazione, il ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa, ha evidenziato la validità dell’impianto, sempre in funzione di «autodifesa», esposto nel libro bianco sulla sicurezza nazionale. «Credo che in base alla cornice di riferimento sia efficace la capacità di difesa dinamica», ha rilevato Kitazawa. In altri termini, Tokyo taglia carri armati e artiglieria (scenderanno di 200 pezzi l’uno a quota 400), a favore di sottomarini (saliranno da 16 a 22, alla luce dell’attività recente della Cina nelle acque intorno al Giappone) e della specializzazione di truppe di trasporto rapido per garantire, per esempio, la sicurezza in isole lontane, come quelle ai limiti delle acque territoriali di Cina e Taiwan. Il Giappone stanzierà risorse per 280 miliardi di dollari nell’arco dei 5 anni a partire dall’esercizio 2011, con un taglio del 3 per cento sul precedente quinquennio a causa della crisi e delle esigenze di bilancio.

«Il problema — osserva il capo di Gabinetto Yoshito Sengoku — è la scarsa trasparenza su spese e attività militari della Cina». Il documento, aggiunge, rispetterà i tre principi sul divieto d’export di armi (a Paesi comunisti, sottoposti a embargo da parte di risoluzioni Onu e coinvolti in conflitti internazionali), ma apre all’ipotesi di «misure adottabili con forti cambiamenti». Il ministro degli Esteri, Seiji Maehara, afferma di vedere la produzione d’armi in futuro come «fattore fondamentale a livello globale» e la presenza del Giappone in progetti comuni «non pregiudica» le regole sull’embargo e la Costituzione pacifista del Paese. Legami più solidi sulla difesa con partner quali Corea del Sud, Australia e India, in aggiunta all’alleato strategico Stati Uniti. Proprio ieri Kan ha visitato Okinawa, prima mossa di un difficile processo per risolvere il nodo del trasferimento della base dei marine di Futemma. Nel frattempo, mentre la Cina rilancia i colloqui a sei, la penisola coreana è diventata «una polveriera»: questo l'allarme lanciato dall'ex governatore del New Mexico, Bill Richardson, nel corso di una visita a Pyongyang.

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15 novembre 2019

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