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Il Giappone e l’immigrazione

· Aumenta il numero delle domande di asilo ma solo pochissime sono accettate ·

Il numero di richiedenti asilo in Giappone è cresciuto dell’ottanta per cento, si legge nel rapporto del ministero pubblicato qualche giorno fa. Un record di 19.628 domande sono state presentate nel 2017, ma di queste solo venti sono state accettate dalle autorità.

L’immigrazione è da sempre un argomento delicato in Giappone, anche se la popolazione invecchia e la sua forza lavoro si restringe. Sebbene il paese risulti uno dei principali benefattori delle organizzazioni internazionali per aiuti umanitari, il Giappone è finora stato riluttante a facilitare le richieste di asilo anche per quegli immigrati che già fanno parte della forza lavoro nazionale, ad esempio i tanti operai impiegati nel settore automobilistico.

Il numero di persone in cerca dello status di rifugiato è in aumento negli ultimi anni, anche grazie a un sistema che permette ai richiedenti asilo di ottenere un visto valido per lavorare durante il periodo (sei mesi) in cui vengono esaminate le loro richieste di rifugiati. Anche nel caso in cui il visto non venga convalidato si ha comunque la possibilità di ripresentare domanda e dunque continuare a lavorare legalmente, ma senza reali possibilità di vedere riconosciuto il proprio status.

Il governo a metà gennaio ha ulteriormente limitato il diritto di lavorare sul proprio territorio attraverso rigorosi pre-scrutini delle domande di richiesta di asilo (c’è infatti un altissimo numero di domande che non soddisfano neppure i requisiti minimi) e quest’anno sono previste un maggior numero di deportazioni di candidati le cui domande sono state respinte.

La naturale conseguenza è che il numero medio di domande giornaliere già a partire dalla seconda metà di gennaio è diminuito del cinquanta per cento rispetto al mese precedente. Delle 19.628 domande di asilo presentate nel 2017, i filippini rappresentano addirittura un quarto del totale, seguiti da vietnamiti e cingalesi.

Delle venti persone che hanno ottenuto lo status di rifugiato lo scorso anno, cinque provengono dall’Egitto, cinque dalla Siria e due dall’Afghanistan. Il ministero ha rifiutato di specificare le nazionalità degli altri otto, per ragioni di sicurezza, ovvero per evitare che possano essere identificati.

«Venti persone sono troppo poche. A giudicare dalla nostra esperienza nel sostegno ai rifugiati credo che più persone dovrebbero essere accettate» ha affermato Eri Ishikawa, dell’Associazione dei rifugiati del Giappone.

Il Giappone, addirittura, rispetto allo scorso anno ha riconosciuto un numero inferiore di richiedenti asilo: nel 2016 erano 28 persone, nel 2015 appena 27 e l’anno prima 11. La notizia ha animato un vivace dibattito in rete dove sono molti gli immigrati — ovvero immigrati specializzati che già posseggono dunque un visto lavorativo — che hanno fatto sentire la propria voce.

E l’occhio degli immigrati è puntato soprattutto su ciò che accade sul fronte immigrazione in Europa: «Si può certamente comprendere la riluttanza del Giappone ad ammettere immigrati per qualsiasi motivo» scrive un utente. «Se si guarda alle altre parti del mondo dove ne arrivano a decine di migliaia, è evidente i tanti problemi che creano» scrive lo stesso utente. «Non molto tempo fa» si legge in un altro commento, «la gente avrebbe immediatamente condannato tutti i giapponesi sapendo che accetta così pochi immigrati. Tuttavia alla luce degli effetti distruttivi dell’immigrazione di massa, e che sono sotto gli occhi di tutti, in particolare per diverse nazioni europee, è più probabile che le politiche restrittive del governo giapponese vengano viste ora con molta meno disapprovazione di quanto avveniva in passato».

In sostanza, le difficoltà dei governi europei nel gestire l’immigrazione stanno plasmando in un senso ben specifico l’opinione pubblica anche in paesi geograficamente molto lontani e dove l’entità dell’emergenza rifugiati è quantitativamente incomparabile.

Ciononostante, non manca la solidarietà verso chi proviene da situazioni più disagiate. «Per noi stranieri che viviamo in Giappone» scrive ad esempio un immigrato con regolare visto di lavoro, «affermare che il paese non dovrebbe accettare più rifugiati è ipocrita visto che a noi è stata data la possibilità di restare o perché siamo sposati o perché abbiamo dei visti di lavoro specializzato o da studenti». La gente «ha bisogno di dare un’occhiata più da vicino all’immigrazione giapponese e si renderà conto che c’è una marea di immigrati pronta a farsi assumere in posti di lavoro che nessun giapponese vuole».

In realtà il Giappone ha un bisogno disperato di immigrati per rimpiazzare la popolazione che invecchia rapidamente, e secondo molti analisti entro poche generazioni il paese non potrà fare a meno di inserire gradualmente una forza lavoro immigrata.

Tuttavia la soluzione al problema della cronica mancanza di manodopera sembra aver preso recentemente una via ben precisa, ovvero l’automazione.

Sinora la maggior parte delle aziende giapponesi ha fatto poco ricorso a procedimenti o macchinari elettronici finalizzati a ridurre l’intervento umano, ma questa tendenza sta cambiando negli ultimi anni. Non è un caso che la crescita dell’economia di questi ultimi mesi sia dovuta non solo a un aumento della domanda privata — grazie soprattutto all’acquisto di automobili ed elettrodomestici — ma anche ad una spesa aziendale che è salita di quasi il dieci per cento, in quanto le aziende hanno compensato la mancanza di personale investendo proprio in più automazione. 

da Tokyo
Cristian Martini Grimaldi

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20 marzo 2019

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