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Il genio femminile
al servizio
del sapere classico

A partire dalle sue origini neoclassiche in area anglo-germanica, e poi per tutto l’Ottocento e una buona metà del Novecento, l’Altertumswissenschaft, la “scienza dell’antichità”, si incarnò sistematicamente in figure maschili. Dagli austeri T.W. Allen (Oxford) e U. von Wilamowitz-Moellendorff (Berlino) a Giorgio Pasquali e Manara Valgimigli, fino ai miei maestri Ignazio Cazzaniga e Dario Del Corno, gli antichisti istituzionali furono sempre e soltanto uomini: geniali studiosi della civiltà greco-latina, esclusivi titolari di cattedre prestigiose, produttori di ponderosi volumi in cui stipavano la loro sterminata erudizione. 

Frederic Leighton «Antigone» (1882)

Già nella seconda metà del secolo scorso, tuttavia, il costante incremento della partecipazione femminile agli studi liceali e universitari dischiuse a giovani donne meritevoli l’accesso da un lato all’insegnamento del greco e del latino nelle superiori, dall’altro alla docenza nei maggiori atenei, supportata da significative pubblicazioni. Limitando la visuale al nostro Paese, si pensi alla qualità delle traduzioni omeriche e virgiliane di Rosa Calzecchi Onesti e, più di recente, di Maria Grazia Ciani (ora autrice anche di un romanzo “omerizzante” edito da Marsilio, La morte di Penelope).
Ma non è solo nella curatela filologica di capolavori classici, né solo nella stesura di manuali come la Letteratura greca di Antonietta Porro, affiancata da Walter Lapini (il Mulino, 2017), che il “genio femminile”, teologicamente decantato nella Mulieris dignitatem da san Giovanni Paolo II, trova applicazione alle scienze dell’antichità. Un’arte — non l’unica, certo — in cui eccellono le classiciste è la saggistica di taglio divulgativo. Vi riversano passione, esperienza didattica, vocazione educativa e un pizzico di coinvolgimento emotivo.
Il livello della divulgazione “al femminile” varia in dipendenza da specializzazioni professionali e gusti soggettivi. La scrittrice freelance Andrea Marcolongo ha scelto un percorso alquanto estroso e “provocatorio” con il suo bestseller La lingua geniale (Laterza, 2016). Ha invece seguito una pista accademica, ancorché non impervia, Mary Beard, docente a Cambridge, lanciando il suo invito a Fare i conti con i classici (Mondadori, 2017).
Una terza via è poi quella imboccata da Cristina Dell’Acqua, professoressa di latino e greco al Collegio San Carlo di Milano, che, con simpatica spigliatezza, in Una SPA per l’anima. Come prendersi cura della vita con i classici greci e latini (Mondadori, 2019, pagine 136, euro 17), propone a studenti ed ex studenti una singolare convergenza tra cultura classica e psicoterapia: pagine di Seneca (Lettere a Lucilio), Euripide (Alcesti), Sofocle (Antigone), Eschilo (Prometeo incatenato), Cicerone (De oratore), Menandro (Dyscolos), ecc., sono qui raccolte a comporre una sorta di guida al «ben-essere interiore», ovvero — secondo il lessico delle palestre e dei resorts — alla wellness della psiche. Con il corredo di istruttive “confessioni” autobiografiche e di schemi per “esercitazioni” salutari.
Tra le novità editoriali più interessanti apparse finora nell’anno in corso, va segnalato il caso di Edith Hall, titolare di cattedra al King’s College di Londra e prolifica saggista. La sua rivisitazione della filosofia aristotelica sotto lo specifico profilo dell’etica, Il metodo Aristotele (traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi, 2019, pagine 296, euro 19,50), esibisce un sottotitolo, Come la saggezza degli antichi può cambiare la vita, che rimarca, in linea con la grafica di copertina in stile Escher, la mediazione culturale operata dall’autrice: il suo impegno nel gettare un ponte attualizzante tra il pensiero dell’antico filosofo greco e la complessa quotidianità del nostro presente, senza troppo preoccuparsi, in verità (e questa potrebbe essere additata come una lacuna), degli sviluppi che l’aristotelismo conobbe, tra averroismo da una parte e tomismo dall’altra, durante il Medioevo.
Sotteso all’articolazione della Aristotle’s Way si dispiega un programma di vita finalizzato al perseguimento di quella entità impalpabile, pressoché indefinibile, drammaticamente difficile da raggiungere, da trattenere e godere, che è l’eudaimonia dello Stagirita, la happiness degli inglesi, la nostra felicità. «La felicità, pensava [Aristotele], era un senso di pienezza e soddisfazione relativo alla propria condotta, ai propri rapporti con gli altri e al modo in cui procedeva la vita». E il “metodo” che consente di avvicinarsi di più e meglio all’obiettivo utopico — ma non irrealistico — del Vivere Bene, consiste nella lotta contro i vizi e nell’esercizio delle virtù, in particolare quelle rivolte al prossimo, che «offrono un contributo essenziale alla propria felicità». Ebbene, come non avvertire, in questa nota “pre-cristiana”, una consonanza con l’affermazione di Gesù riferita da san Paolo negli Atti degli Apostoli (20,35): «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere»?
Perfetta o imperfetta che sia, la felicità diventa accessibile solo se decidiamo di impegnarci a crearla. In sintesi, di fare bene il bene, di essere «uomini buoni» capaci di «fare cose buone». Maturando fin dall’infanzia un’adeguata educazione, sviluppando compiutamente la nostra “potenzialità” (dynamis), ricavando piacere dal nostro lavoro e sperimentando i valori individuali e collettivi dell’appartenenza interattiva a un gruppo sociale, a una comunità (polis), a un popolo. Puro cristianesimo ante litteram.
Un altro punto essenziale di tangenza con il messaggio evangelico risiede, a ben vedere, nello «stile di vita» propugnato da Aristotele: uno stile che «ha a che fare con un’eccellenza di tipo morale e psicologico, e non con un’eccellenza basata sui beni posseduti o sulla prestanza fisica». In effetti la cosmologia di Aristotele, teorizzatore di un Dio impersonale, estraneo alle vicende umane, identificato con un “primo motore immobile”, origine del divenire dell’universo, segna una separazione di principio fra le dimensioni della trascendenza e dell’immanenza, concentrando tutta l’energia della “saggezza pratica” (phronesis) sull’hic et nunc terrestre. Eppure la concreta, positiva, eclettica filantropia del fondatore del Liceo (o Peripato) fece di lui un pensatore e uno scienziato naturaliter religioso, un ispiratore perenne di filosofi cristiani, ebraici e musulmani.
La navigazione di Edith Hall nel mare magnum dell’Etica nicomachea, della Metafisica, della Politica, della Retorica, della Poetica, e di alcuni altri trattati aristotelici, si snoda per tappe corrispondenti a fondamentali categorie dell’intelletto, della coscienza, dello spirito. Risaltano, per i loro riflessi sulla nostra contemporaneità, i capitoli dedicati al processo decisionale riguardante «la scelta dei mezzi migliori per raggiungere i nostri fini», con verifica di tutte le informazioni disponibili (viene da pensare all’odierno bombardamento di fake news!) prima di assumersi la responsabilità delle proprie azioni; alla retorica e ai suoi strumenti logici, in primis il sillogismo, concepiti come fondamento di una comunicazione efficace; alla conoscenza di sé attraverso l’autovalutazione (una prassi cui si sottomette con sincerità autocritica la stessa Hall), premessa per lo sviluppo di virtù quali la giustizia associata all’equità, il coraggio, la temperanza, la generosità, la ricerca della verità. Utilissime anche le riflessioni sul tempo libero da occupare con intelligenti attività ricreative e sulla morte come traguardo biologico al quale guardare con serena consapevolezza.
Svetta, fra tutti questi concetti aristotelici, il tema dell’amore, che tocca il suo vertice nell’unione coniugale, suprema forma di philia, di “amicizia”. «Aristotele ha in mente un marito e una moglie eterosessuali, uniti per mutuo sostegno, con sfere complementari di competenza. Uomo e donna hanno bisogno l’uno dell’altra per riprodurre la razza umana», per generare e allevare i figli, per concorrere a edificare la società. La cooperazione della coppia, insomma, va molto oltre il rapporto fisico, la pur affascinante sfera della sessualità. Marito fedele e padre affettuoso egli stesso, il promotore dell’«etica della virtù» non considera — e quindi neppure condanna — le unioni omosessuali. Stigmatizza però con assoluta chiarezza l’adulterio e avverte che «qualsiasi tipo di sentimento amoroso coltivato al di fuori della famiglia» risulta moralmente e socialmente destabilizzante.
Per tale aspetto così cruciale nella vita di ogni uomo e di ogni donna, credenti o non credenti, Aristotele (ma questa è, beninteso, una libera inferenza del recensore non attribuibile a Edith Hall, che peraltro si professa moglie e madre felice) procede già, 2300 anni prima del pontificato di Francesco, sulla stessa linea della sua memorabile «esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia»: sì, proprio Amoris laetitia.

di Marco Beck

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14 ottobre 2019

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