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Il G7 e la sfida siriana

· I nodi sul tavolo dei leader al summit di Taormina ·

Edifici distrutti, raid aerei che colpiscono senza tregua, civili usati come scudi umani e masse di profughi allo sbaraglio. Sono queste le immagini più ricorrenti che arrivano dalla Siria, dove da oltre sei anni è in corso un conflitto terribile che ha causato finora più di 400.000 morti, cinque milioni di rifugiati e quasi sei milioni e mezzo di sfollati interni. Per la complessità dello scenario, la molteplicità delle forze in campo e delle rivendicazioni, questa guerra si può paragonare al conflitto balcanico, una delle più sanguinose tragedie della seconda metà del XX secolo.

Un uomo porta in salvo una bambina dopo un bombardamento a Douma (Reuters)

Cercare di aprire un nuovo dialogo sulla Siria, dopo i tanti tentativi falliti o riusciti a metà, sarà uno dei compiti cruciali del g7 di Taormina, il primo al quale parteciperà anche il presidente statunitense Donald Trump. Un compito difficilissimo, soprattutto dopo l’ennesimo fallimento dei colloqui di Ginevra (negoziati indiretti mediati dall’Onu) e il terribile massacro di Khan Sheikhun, dove all’inizio di aprile agenti chimici causarono quasi cento morti. Proprio su quel massacro le versioni sono ancora molto diverse. Gli Stati Uniti, che risposero distruggendo la base di Al Shayrat, affermano che furono i caccia di Assad a colpire una base jihadista usando intenzionalmente armi chimiche senza curarsi in alcun modo della sorte dei civili. Mosca e Damasco sostengono invece che le forze siriane non hanno mai usato armi chimiche e che l’origine della nube tossica che uccise i civili innocenti fu un deposito di sostanze chimiche usato dagli uomini del cosiddetto stato islamico (Is) e accidentalmente colpito durante il raid. La vicenda ha paralizzato il Consiglio di sicurezza dell’Onu e Washington ha varato nuove sanzioni contro il presidente Assad e il suo governo.

La partita è soprattutto politica. Mosca e Washington stanno ridisegnando le proprie aree di influenza nel Medio oriente e un assetto comune sembra ancora lontano. L’attuale linea dell’amministrazione Trump è chiara: «La nostra priorità è sconfiggere l’Is. Una volta che la sua minaccia sarà stata ridotta o eliminata, potremo rivolgere la nostra attenzione a stabilizzare la situazione in Siria» ha detto il segretario di stato Rex Tillerson. Secondo la Casa Bianca, tutto dev’essere subordinato alla lotta contro il terrorismo islamico, che rappresenta ancora la minaccia numero uno. Mosca concorda su questo obiettivo, ma non sulla modalità nel raggiungerlo. Il Cremlino considera il presidente Assad e il suo governo alleati chiave per distruggere l’Is e tutta la galassia di gruppi terroristici che ruotano intorno all’organizzazione di Al Baghdadi e ad Al Qaeda. Al contrario, Washington condanna il presidente siriano e non vede per lui un ruolo nel futuro politico del paese. È dunque molto probabile che Trump prosegua sulla linea tracciata dal suo predecessore Obama: sostegno ai gruppi dell’opposizione e soprattutto ai curdi che controllano il nord del paese. E che chieda un maggior impegno militare alla Nato e all’Unione europea.

Ma sul tavolo della diplomazia non c’è solo la questione Assad. Ci sono anche problematiche molto più delicate e complesse, come l’ipotesi della nuova costituzione, di cui l’Onu ha presentato una bozza, l’organizzazione delle prossime elezioni, la costituzione di un governo di unità nazionale che possa traghettare il paese al voto e infine l’impegno nella lotta al terrorismo. Su questi punti il dialogo non solo tra Stati Uniti e Russia, ma anche all’interno della Nato, è ancora in alto mare. Come ha ribadito più volte l’Onu, soltanto i siriani possono trovare una via di uscita. Tuttavia, anche in questo caso, la situazione è molto più intricata di quel che appare. I recenti successi militari (come la riconquista di Homs) hanno spinto Assad a rivendicare un ruolo sempre più forte e a fare meno concessioni ai ribelli. Questi ultimi, invece, non riescono ancora a darsi una forte e unitaria identità politica. L’accordo tra Russia, Turchia e Iran raggiunto ad Astana ad aprile, che prevede la creazione di alcune “zone di sicurezza” per consentire una de-escalation delle violenze, appare soltanto una panacea provvisoria, anche se significativa. Un passo avanti, ma piccolo. Basti pensare ai sanguinosi combattimenti tra governativi e ribelli che hanno nell’ultima settimana segnato la provincia di Hama, non inclusa nell’accordo di Astana.

Un’altra questione cruciale sul piano geopolitico è quella curda. I curdi hanno combattuto contro l’Is e Al Qaeda sia in Iraq che in Siria, rafforzando la loro rilevanza militare e la loro reputazione agli occhi della comunità internazionale. Sono però divisi: se i curdi iracheni guidati da Masoud Barzani hanno già da anni una certa autonomia amministrativa, e hanno ricevuto armi da russi, americani e iraniani sin da 2014 per combattere l’Is, quelli siriani e quelli che vivono in Turchia sembrano avere un futuro più incerto. Futuro che dipende dalla Turchia, l’altro grande protagonista regionale in questa guerra, che considera le formazioni curde siriane diramazioni del Pkk (partito dei lavoratori del Kurdistan, gruppo illegale e terroristico per Ankara) e si oppone all’idea di un’indipendenza curda. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha sempre chiesto che i curdi fossero esclusi a priori dal negoziato.

C’è infine un altro nodo, ancor più importante, che il g7 non potrà non affrontare: quello degli aiuti alla popolazione. La Siria è un paese in ginocchio, dove non c’è più nulla. Dal 2011 è stata registrata una perdita economica di 255 miliardi di dollari. Manca assistenza sanitaria e alimentare, infrastrutture e servizi primari, È la più grande crisi umanitaria dai tempi del Rwanda, secondo le Nazioni Unite, con quasi sette milioni di persone allo stremo. Nonostante i corridoi umanitari e le “zone di sicurezza” la situazione è ancora drammatica. Il 2016 è stato l’anno peggiore per i bambini con un aumento del 20 per cento di quelli uccisi nei combattimenti. Oltre 250 minori sono morti a causa dei bombardamenti che hanno colpito le loro scuole. Un milione e 750.000 non possono accedere all’istruzione.

Ad aprile, dalla conferenza organizzata dall’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini, assieme a Germania, Regno Unito, Norvegia, Kuwait e Qatar, sono arrivate promesse di impegni per sei miliardi di dollari nel 2017. Ora, a Taormina bisognerà fare molto di più.

di Luca M. Possati

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27 maggio 2019

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