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Il futuro sostenibile
dei classici

· Un nuovo modo di leggere gli autori antichi ·

È la più classica delle questioni, delle problematiche culturali che hanno attraversato l’età moderna per giungere fino al nostro presente: la vexata quaestio circa l’essenza, il perdurante valore, la maggiore o minore vitalità dei cosiddetti classici.

San Gregorio di Nissa  (XIV secolo, chiesa di Chora, Istanbul)

 Ovvero di quegli autori e quelle opere che, inclusi in canoni elitari, in biblioteche ideali, secondo criteri di volta in volta rispondenti allo “spirito del tempo” e ai sistemi scolastici in vigore, sono divenuti paradigmi di una letteratura eccelsa per qualità etiche ed estetiche, con radici affondate nell’antichità greco-romana e propaggini estese a lambire l’epilogo del XX secolo: estremo litorale dove sembra ormai venire a prosciugarsi. Lo scrive Marco Beck aggiungendoche in controtendenza con l’inaridimento in senso sia attivo (scrittura) che passivo (lettura), si è assistito durante gli ultimi due o tre decenni a un incremento della riflessione critica e autocritica riguardo a questo inarrestabile declino. «Meno sappiamo il greco e il latino, meno leggiamo (anche in traduzione) quelle letterature, e più parliamo dei greci e dei romani, ma in modo sempre più sclerotizzato, convenzionale, morto», osservava nel 2004 l’archeologo Salvatore Settis (Futuro del “classico”, Einaudi). Sfidando il rischio di ricadere in un topos logorato dal suo ipertrofico uso e abuso, il filologo Diego Lanza ha denunciato, in rapporto ai “suoi” auctores greci e latini, una «crisi del classicismo» come esito di un lungo stato di «sofferenza» (Interrogare il passato, Roma, Carocci, 2013).

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22 marzo 2019

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