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Il futuro del Myanmar
si costruisce insieme

· A colloquio con il cardinale arcivescovo di Yangon ·

La pace è il volano e il punto sorgivo di un autentico sviluppo umano e di un futuro radioso del Myanmar. Lo sostiene il cardinale arcivescovo di Yangon, Charles Maung Bo, in un accorato messaggio inviato a «L’Osservatore Romano» che ripercorre la situazione dell’ex Birmania, terra ancora travagliata da conflitti interetnici che continuano a causare sofferenza e disagio a migliaia di cittadini. «La nostra è una nazione dotata di bellezza scintillante, abbondanti risorse naturali e di grandi tesori umani: otto tribù maggiori e 135 sottotribù. È una nazione colorata, una tempo invidiata in tutto il sud-est asiatico», osserva il cardinale che è anche presidente delle Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia (Fabc). «La nazione — ricorda — è stata ferita dalla guerra fratricida per quasi sei decenni della sua esistenza. Sono stati versati davvero tanto sangue e lacrime».

Le tragiche conseguenze del conflitto, «frutti dell’odio umano», sono note e dolorose: quasi un milione di sfollati interni, un milione di rifugiati, quattro milioni costretti a migrazioni di emergenza, circa ventidue conflitti interni che continuano a ribollire. E così, racconta il porporato, «il nostro Paese, una volta il più ricco di tutto il sud est asiatico, resta uno dei paesi più poveri del mondo. La guerra ha mutilato lo sviluppo. Il sogno di vedere il pieno rispetto della dignità umana si allontana. Nonostante tutte le grandi risorse, cerchiamo l’aiuto dai paesi ricchi. Siamo come un mendicante cieco che fa elemosina porgendo il piatto d’oro».

Data la presente cornice storica, sociale e politica, il cardinale interpella i leader religiosi: «In mezzo a queste tenebre di disperazione noi, come leader religiosi, vogliamo accendere una candela di speranza con un unico mantra: la pace è possibile, la pace è l’unica via», rileva, ribadendo il prezioso ruolo dei leader e delle comunità religiose per costruire «una pace sostenibile».

C’è stato negli ultimi anni sulla scena mondiale, nota l’arcivescovo di Yangon, un progresso incoraggiante: il riconoscimento che i leader religiosi hanno un’influenza nei processi di pace e di riconciliazione, all’interno di complicati contesti socio-politici. «Spesso — nota — c’è la tendenza a coinvolgere le religioni come causa diretta o indiretta dei conflitti», ma in tante parti del mondo «i leader religiosi sono promotori attivi di processi di pace e di guarigione delle ferite della guerra».

Questo “ruolo proattivo” — rileva il cardinale — è oggi svolto dai leader religiosi in Myanmar: «Il nostro è un Paese profondamente religioso, dove esiste un buddismo incontaminato. Vi sono 500.000 monaci e 70.000 monache buddiste. La cultura locale è intrisa di riverenza per le persone che scelgono la vita religiosa, che infondono importanti valori nella società». In tale contesto «la Chiesa cattolica — aggiunge — ha 800 sacerdoti e 2.200 suore che vivono in villaggi remoti, influenzando la vita e curando la fede e la crescita spirituale della gente. Il loro ruolo nel mantenere la pace attraverso la trasmissione di valori come la compassione e la misericordia è un contributo straordinario alla pace in Myanmar».

Le religioni, prosegue il cardinale Bo, si ritrovano unite su una visione che le accomuna: «L’umanità è una grande famiglia. Siamo tutti fratelli e sorelle. Condividiamo lo stesso spirito. Siamo legati gli uni agli altri. E i frutti più fecondi delle religioni si declinano in una semplice frase: la compassione è la religione comune dell’umanità».

In quest’ottica il cardinale e un gruppo di altri leader religiosi buddisti, musulmani, cristiani e indù, impegnati nell’organizzazione “Religioni per la pace” hanno interagito con il governo birmano organizzando, tra le varie attività, una visita agli sfollati nello Stato di Rakhine, segnato dalla situazione difficile dei musulmani Rohingya. «È stata la prima visita in quell’area da parte di gruppi neutrali e ha aiutato ad aprire le porte del dialogo», afferma. Inoltre i leader religiosi hanno promosso attivamente incontri, forum, dibattiti, conferenze nella società civile, con l’obiettivo di «comprendere i problemi, e indicare una via di pace possibile».

Mostrando sempre e comunque un approccio nel segno del comune valore della compassione, i leader religiosi in Myanmar hanno visitato aree segnate da conflitti o da disastri naturali, cercando di «affrontare le cause profonde dei conflitti» e suggerendo all’intera nazione cinque macro-aree per ricostruire pace e riconciliazione: l’istruzione, lo sviluppo umano integrale, lo sviluppo delle donne, i diritti degli indigeni, le iniziative interreligiose.

«La Chiesa cattolica — annuncia solennemente il cardinale Bo — intende impegnarsi a collaborare con tutti per costruire pace, progresso e prosperità nella nazione». A tal fine «abbiamo riconosciuto che lo sfruttamento delle risorse naturali resta un punto doloroso di frizione. Di recente la Conferenza episcopale del Myanmar ha fatto appello al governo affinché sospenda definitivamente il progetto della diga di Myitsone, sull’Irrawaddy, che avrebbe un impatto negativo su milioni di persone», nota.

Inoltre, una delle principali cause di conflitto è la povertà: «Le imprese, il governo e la società civile devono agire tenendo in considerazione i poveri, per elevare gli standard di vita delle persone. La prosperità e l’adempimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, indicati dall’Onu, sono traguardi importanti. Si apra in Myanmar una nuova era — auspica il porporato — che veda il governo, i leader religiosi, la società civile uniti per il bene comune della nazione».

di Paolo Affatato

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20 settembre 2019

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