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Il fuoco
di un'anima inquieta

· ​Le prose latine di Jacopone da Todi in una nuova edizione critica ·

In un recente, prezioso volume, Enrico Menestò offre una nuova edizione critica delle prose latine, Tractatus utilissimus e i Verba di Iacopone da Todi (Spoleto, Cisam, 2015, pagine 290, euro 60). Non si tratta di una riedizione aggiornata del volume del 1979, ma di un vero e proprio esame ex novo, condotto con metodo neolachmanniano, dell’ampia tradizione manoscritta, arricchitasi nel corso degli ultimi decenni: il risultato non è solo un testo maggiormente affidabile, ma anche in grado di fugare ogni dubbio in merito alla sua attribuzione, non concordemente attestata nella tradizione manoscritta. L’opera, inoltre, si avvale di quattro contributi (due dedicati al Tractatus e due ai Verba) nei quali Giuseppe Cremascoli e Mauro Donnini offrono una lettura globale (Cremascoli) e un’analisi stilistica (Donnini) tanto dell’una quanto dell’altra prosa del Tuderte.

Paolo Uccello, «Beato Jacopone da Todi» (1435-1436)

La tradizione manoscritta (trentadue testimoni) del Tractatus utilissimus ha consentito alla fine a Menestò di proporre un’ipotesi di stemma codicum: l’archetipo fu un testimone «molto corretto», ma già in una prima fase «la trasmissione si biforcò, dando origine a due rami»; poco dopo, «o direttamente dall’archetipo» o nell’ambito della prima delle due famiglie, si generò un’ulteriore famiglia, la terza, dato, questo, che si presenta come una novità rispetto ai risultati conseguiti in un primo tempo dal Menestò stesso. Rispetto ai Verba, egli compie «due distinte ricognizioni dei testimoni», una con riferimento ai Verba i-ix, l’altra con riferimento ai Verba x-xi: tanto il primo quanto il secondo gruppo si ramificano in una tradizione bipartita, ma solo per i Verba i-ix è possibile pensare all’esistenza di un archetipo.
Menestò dimostra — a mio avviso con sicurezza — la paternità iacoponica dei due testi, attraverso un confronto costante con le Laude di Iacopone. D’altronde, il realismo di certe immagini, presenti sia nei Verba che nel Tractatus, non è forse in continuità con il realismo delle Laude, che ha fatto grande e meritata la fama del Tuderte?
Iacopone fu un’anima inquieta, infiammata come poche di amor di Dio. Convertitosi in età adulta, lo fece in maniera “violenta”: da quel momento aderì al Signore con ogni fibra del proprio essere, come lo spingeva a fare anche il carattere focoso e poco incline alle mezze misure. Un carattere che neppure la conversione riuscì a domare del tutto e al quale dette anzi nuovo ardire, nella consapevolezza che i propri sforzi non erano più votati a una gloria umana, ma a quella di Dio. Approdato infine all’Ordine dei Frati Minori, si mostrò — lui, pur dotato di una consistente formazione biblico-teologica — riottosamente diffidente verso quei confratelli che ambivano a titoli e cattedre universitarie (ma Tommaso da Celano riconosce che anche Francesco, alla fine della sua vita, ebbe un identico atteggiamento).
Ben altra, infatti, era la sapienza richiesta ai discepoli di Cristo: una sapienza giudicata pazzia dagli uomini mondani che Francesco, novellus pazzus, aveva eletto a programma di vita: «Chi pro Cristo va empazzato, / pare afflitto e tribulato, / ma el è magistro conventato / en natura e ’n teologia» (Laude 87, 7-10: cito dall’edizione Mancini). Tuttavia, suo malgrado, Iacopone conobbe comunque la retorica e le prose latine che ora Menestò riporta all’attenzione generale.
Certo, il suo insegnamento — tanto nei testi in poesia quanto in quelli in prosa — traduce aspetti essenziali dell’insegnamento di Francesco d’Assisi, nonostante l’apparente distanza che sembra differenziarne i rispettivi tratti caratteriali. Quello che Iacopone contempla e propone, infatti, è un Dio di amore, che ama l’uomo e soffre per le sue ribellioni e i suoi colpi di testa. La sua è una proposta di faticoso spossessamento, poiché l’appropriatio della propria volontà fu alla radice del peccato del primo uomo e di tutti coloro che di quella pretesa continuano ad essere schiavi. Tale idea risalta indubbiamente nel Tractatus, opera nella quale in nove luoghi diversi (se vi aggiungiamo anche quanto egli dice al r. 97, che l’anima cioè di nulla si appropria o riserva a sé di quelle cose che riceve da Dio) egli parla di «espropriazione» (rr. 3, 29, 97, 103, 107, 135, 150, 160, 163).
In tal senso, il legame con Francesco è strettissimo. Non diceva infatti il santo, nella Lettera a tutto l’Ordine, «nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si offre»? La kènosi, lo svuotamento di Gesù, obbediente fino alla morte di croce (Filippesi 2, 6-8), richiede — perché possa attivarsi la comunione di grazia — una eguale disposizione da parte dell’uomo, chiamato a lottare con se stesso, a favore di un’espropriazione che indubbiamente costa, ma che, sola, rende possibile la nostra dimora in Dio e la dimora di Dio in noi. Torna, in altri termini, il concetto di restituzione, ben attestato negli scritti di Francesco: poiché Dio è datore di ogni bene, tutti i beni vanno restituiti a lui.
Frate inquieto, Iacopone condivise con altre anime radicali l’anelito per una Chiesa spirituale, libera dalle pastoie temporali, povera e fedele allo stile di servizio scelto e fatto suo da Cristo. Al tempo stesso, si mostrava convinto che il francescanesimo fosse ormai decaduto dallo slancio e rigore iniziale, finendo poco per volta per riappropriarsi di quegli strumenti di potere e di ricchezza che Francesco aveva rifiutato con piena consapevolezza. Soprattutto, Iacopone fu un artista geniale e, dopo Dante — condivido il giudizio di Franco Suitner —, «il maggior poeta della letteratura italiana delle origini».
Come sosteneva Erich Auerbach, forse è azzardato affermare che il Tuderte debba la sua «libertà d’espressione drammatica a san Francesco, poiché senza dubbio essa era radicata nel carattere del popolo». Si può senz’altro dire, però — a scriverlo è ancora il grande filologo tedesco —, «che egli evocò per primo le forze drammatiche del sentimento italiano e della lingua italiana». E grazie a Enrico Menestò, egli oggi parla con ancora maggior forza espressiva.

di Felice Accrocca

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21 settembre 2019

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