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Pagine piene di fuoco

· Raccolti in tre volumi scritti e articoli di Giuliana Cavallini su Caterina da Siena ·

«La mia natura è il fuoco» è il titolo di un celebre romanzo di Louis de Wohl ispirato alla vita di Caterina da Siena. Piene di fuoco — non solo in senso mistico, anche nel senso più feriale e quotidiano del termine perché calde, luminose e piene di vita — sono anche le parole di Giuliana Cavallini, che alla santa senese ha dedicato una quantità innumerevole di lezioni, articoli e saggi. Oltre cento titoli, tratti dagli scritti minori, sono stati pubblicati in una raccolta in tre volumi, Giuliana Cavallini. Profilo cateriniano. Dal fondamento all’azione (Roma, Campisano Editore, 2016, euro 65) nella collana Quaderni del Centro internazionale di studi cateriniani. Giuliana era nata a Roma nel 1908 ed è morta nella stessa città all’età di 96 anni; la sua produzione, nota la curatrice, Diega Giunta, inizia e si conclude con due articoli pubblicati dal nostro giornale (nel giugno 1949 e nel maggio 2004, uscito postumo). Scorrendo i tre volumi salta agli occhi la varietà dei temi affrontati — la Chiesa mater et magistra, ovviamente, ma anche la natura e l’uomo, e la poesia delle cose, fino ad arrivare a una sorta di ecologia ante litteram — la profondità della riflessione e l’inesausto stupore per il paradosso di Caterina, la illetterata figlia di un tintore senese che ha trovato un posto eminente tra gli scrittori del Trecento, epoca che vanta i più luminosi astri di tutta la letteratura italiana.

Francesco Messina, «Monumento dedicato a  santa Caterina da Siena» (1961)

Il rigore scientifico e l’accuratezza delle argomentazioni non riescono a soffocare, nei suoi testi, l’abituale tono allegro, confidenziale, pieno di gratitudine per i tanti doni ricevuti e per il dono più grande di tutti, quello della condivisione del sapere. Basta leggere il brano che introduce il libro, tratto da un testo scritto alla fine degli anni Ottanta per la rivista «L’arbore della carità», per rendersene conto. L’autrice, che per trent’anni ha insegnato alla Lumsa, sta parlando di vecchiaia e pensionamento imminente, ma la malinconia che fatalmente accompagna ogni bilancio, anche il più positivo, viene ben presto ribaltata nel suo contrario.

«Va bene: quest’anno non avrò insegnamento. C’è troppa distanza a quanto pare — scrive Giuliana — tra il millesimo della mia nascita e quello in cui siamo, e il peso degli anni intermedi rende eccessivo lo sforzo di salire il gradino della cattedra. È questa la regola del gioco e non si può non accettarla allegramente, con senso sportivo. Va bene. Ma questa mattina vado ancora a scuola per un esame, e mentre cammino sui soliti lastroni evitando le solite buche, provo un senso di gioia. Perché vado a scuola? Può darsi: la scuola è il luogo della gioia perché è il luogo forse per eccellenza, della comunicazione. Lì si comunica con gli altri. Ma che cosa? Qualche cosa di nostro, altrimenti perché la gioia? Qualcosa che cominciammo ad acquisire sui banchi di scuola tanti anni fa, ma che poi è divenuto nostro; è divenuto, quasi, noi stessi, nel ripensamento, nel confronto con la vita, nello studio di renderlo accessibile a nostra volta». Matematica, letteratura, biologia o chimica, storia, filosofia «o semplice grammatichetta — continua Cavallini — non importa: è sempre qualche cosa di vero che ormai possediamo, che è parte integrante del nostro modo di essere. È questa la gioia, comunicare la verità, comunicare con amore ciò che si ama, dal momento che non si può possedere la verità senza amarla». Gesù stesso, chiosa Giuliana, ha sperimentato questa felicità quando ha trovato qualcuno aperto a entrare in sintonia con il suo insegnamento.

«Ma sembra che questo non gli sia bastato perché ha fatto ancora di più, chiamandoci ad essere suoi colleghi (...) ci ha fatti partecipi del suo stesso sentire, beati e dolorosi come lui. Cosa poteva darci di più bello e di più grande? Non so proprio immaginarlo» continua Giuliana nel suo atipico discorso di congedo, contagiata dall’entusiasmo della santa che ha tanto studiato e amato. «La letizia di questo dono vorrei gridarla ai quattro venti, vorrei gridarla soprattutto ai giovani. Perché se è naturale che gli anziani a un certo momento smettano di parlare bisogna pure che vi sia chi continua il discorso. Una cattedra muta è una cosa triste».

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