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Il fragoroso sì a Dio

A colloquio con Antje Jackelén, a capo della diocesi luterana svedese di Lund

Lei, Antje Jackelén, vescovo luterano di Lund, dice di essere figlia dell’Illuminismo, spesso rivendicato dagli umanisti laici. «In realtà dico che sono figlia della Chiesa cristiana, della Riforma protestante e dell’Illuminismo. Ma sono stata formata dall’Illuminismo tedesco, che ha rappresentato una minaccia minore per la religione rispetto a quello francese. Sono influenzata da Kant e dalla sua forte convinzione che la ragione e la fede si integrano reciprocamente. Il suo “osa sapere” ha incoraggiato le persone a uscire dalla loro immaturità autoimposta. La fede, però, non contraddice la ragione, la trascende. Il cristianesimo è una forza liberatrice. Sono critica nei confronti della visione ristretta e antistorica che gli umanisti laici hanno dell’Illuminismo, come se attribuisse un valore aggiuntivo alla scienza naturale contro la fede religiosa. Contesto anche la comprensione dell’epoca postmoderna come relativismo totale. Preferisco invece una lettura costruttiva: non tutto è costruzione, ma praticamente tutto ciò con cui abbiamo a che fare — i fatti della scienza, della fede e della vita — è accompagnato da costruzioni. Essere incastrato in una costruzione non è necessariamente segno di mancanza di verità e di razionalità, ma piuttosto segno di complessità».

Benedetto XVI potrebbe essere d’accordo. «Sì, ciò può appartenere anche alla tradizione cattolica. Quando menziono Kant, spesso i cattolici indicano Tommaso d’Aquino. A me piace citare Nathan il saggio , un dramma dell’illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing. È il racconto di un padre, tre figli e tre anelli, che simboleggiano le tre religioni abramitiche. Il punto è che le religioni dovrebbero competere tra di loro in compassione e bontà per fare emergere la verità. Non significa che la verità non esiste, ma che possiamo confidare nel fatto che essa si rivelerà».

Come vescovo, quale ritiene sia il suo compito più importante? «È molto ben descritto nel nostro rito di consacrazione. Sono parole che amo: parlano del ministero speciale del vescovo, quale parte del popolo di Dio, di prendersi cura della diocesi, delle parrocchie, di assicurare che la parola di Dio sia proclamata in modo chiaro, che i sacramenti siano amministrati correttamente e che la carità venga praticata secondo la volontà di Dio. Il vescovo deve ordinare, andare a visitare e a cercare, deve consultare, ascoltare e decidere, deve rafforzare il popolo di Dio nella sua vocazione a leggere i segni dei tempi e a dare testimonianza delle potenti azioni di Dio. Penso anche che il vescovo debba partecipare al pubblico dibattito, schierarsi con la religione per l’importante contributo che dà alla società. In diversi articoli ho affermato che in Svezia serve un dialogo migliore sulla religione per promuovere la crescita. Sono stata criticata per avere usato la parola “crescita”. Ma naturalmente non mi riferivo solo alla crescita economica: abbiamo bisogno anche di una crescita spirituale».

C’è qualcosa che apprezza particolarmente nella Svenska Kyrkan (Chiesa di Svezia)? «Data la mia formazione, tendo a paragonarla a quella protestante tedesca. E ritengo che la Svenska Kyrkan sia avanti per quanto riguarda la lettura dei segni dei tempi. C’è molta creatività nella preparazione alla Confermazione, e sono tante le parrocchie che resistono alla tendenza di una diminuzione del numero di giovani nei corsi per la Confermazione. Agli occhi dei protestanti tedeschi, la Svenska Kyrkan ha conservato molto della cultura cattolica. Forse la ragione è che la Riforma è stata introdotta dallo Stato, come in Inghilterra. Non c’è stato bisogno di creare una cultura nuova, contrastante».

C’è qualcosa che invidia alla Chiesa cattolica? «Sì, il forte senso di appartenenza, di famiglia, la profonda lealtà che molti cattolici sentono per la loro Chiesa, anche se magari ne criticano molti aspetti».

Come vede Martin Lutero? «Penso che in Svezia abbiamo una visione sbagliata di Lutero. Viene considerato cupo e moralista, ma non penso che lo fosse. Diceva cose tipo: “Ti senti depresso? Allora bevi un bicchiere di vino e tirati su!”. Forse il quinto centenario della Riforma, che si celebrerà nel 2017, potrebbe essere un’occasione per rimettere le cose a posto; e naturalmente anche per mostrare in che misura le confessioni cristiane sono cresciute nell’ecumenismo, nel cameratismo cristiano e nell’amicizia, specialmente alla base».

Un’ultima domanda. Come vede Maria che nel cristianesimo cattolico, rispetto a quello protestante, occupa un posto molto più importante? «Abbiamo inni mariani e celebriamo l’Annunciazione. Mettiamo in evidenza la sua umanità e il suo coraggio. Per me Maria è una giovane donna che prende Dio molto sul serio, ma anche se stessa come persona. Ritiene di potere dare un contributo importante al piano di Dio. Non è una ragazzina docile. Dice un fragoroso sì a Dio. Il Magnificat, che è diventato parte della preghiera serale della Chiesa, è straordinario nella sua potenza, nella sua forza. Maria, così, può ispirare le giovani donne che dubitano di se stesse, che forse si infliggono delle ferite, a fuggire da quella prigione e a occupare il loro posto nel mondo».

Ulla Gudmundon

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12 dicembre 2019

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