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Il foro e il chiodo

· ​Il primo volume del "Corpus Coelestinianum" ·

Finalmente, un progetto da tempo in cantiere comincia a tramutarsi in realtà. Nel secondo dei convegni che — sotto l’impulso di Raoul Manselli prima, di Edith Pásztor poi — si tennero a L’Aquila tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, Walter Capezzali prospettava (1987) la riedizione organica, basata su moderni criteri ecdotici, delle fonti su Celestino v. Qualche tempo dopo, chi scrive ventilò la possibilità di raccogliere — analogamente a quanto era avvenuto per le Fonti Francescane — accanto a moderne edizioni critiche, anche l’intero corpus delle Fonti celestiniane in traduzione italiana [cfr. Italia Francescana 64, 1989, pagine 609-618].

Celestino V in un dipinto del 1294

Peraltro, non pochi rilievi venivano da tempo mossi alle edizioni esistenti dei testi celestiniani (anche se alcune fonti sono state di nuovo edite da Vincenzo Licitra e Peter Herde), mentre le agiografie su san Pietro del Morrone-Celestino v avevano visto la luce nelle sedi più diverse. Per vari motivi, tuttavia, ogni proposito e desiderio restò tale. L’idea non fu comunque abbandonata: infatti, dopo il terremoto che scosse L’Aquila dalle fondamenta nel 2009, Alessandra Bartolomei Romagnoli la presentò di nuovo a Claudio Leonardi, che l’accolse con entusiasmo a nome della Società internazionale per lo studio del medioevo latino (Sismel), chiedendo poi ad Agostino Paravicini Bagliani di assumerne la direzione: si è giunti così al primo volume del Corpus Coelestinianum, dedicato a Il processo di canonizzazione di Celestino v, curato da Alessandra Bartolomei Romagnoli e Alfonso Marini con premessa di Agostino Paravicini Bagliani (Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 2015, pagine 297) (ma perché non scegliere come titolo «Il processo di canonizzazione di Pietro del Morrone-Celestino v), visto che resistendo alle pressioni del re di Francia, Clemente v ascrisse nel catalogo il novello santo come Pietro del Morrone, non come Celestino v ?).
Nella prima parte del volume, curata da Alfonso Marini (pagine 1-230), viene offerta ai lettori la documentazione conservata nel manoscritto 1071 della Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi; nella seconda, curata da Alessandra Bartolomei Romagnoli (pagine 231-297), il processo-verbale dell’ultimo concistoro segreto preparatorio alla canonizzazione e il capitolo sulla relativa cerimonia che compare nell’Ordo xiv, attribuito al cardinale Jacopo Caetani Stefaneschi, ma in realtà frutto di scritti redatti in più tempi. A tali testi i curatori affiancano la traduzione italiana. Nel prossimo tomo, la cui uscita è prevista tra breve, verranno invece pubblicati gli atti del processo informativo in partibus svoltosi nel 1306-1307 e tramandati da un codice unico conservato a Sulmona.
Questo codice, acefalo e mutilo (risultano deperditi 32 fogli, più quelli finali la cui entità è impossibile precisare), riporta le deposizioni rese da 119 testimoni su un totale di 324 nel corso dell’inchiesta svolta in Abruzzo sulla santità di vita dell’eremita assurto al papato; prima del 1313 ne fu realizzato un Compendium che viene ora per la prima volta integralmente pubblicato. Esso appare di estremo interesse per diversi motivi: permette infatti di individuare, rispetto al codice di Sulmona, i nomi di molti più testimoni e la loro provenienza, rivelandosi dunque prezioso per la toponomastica dell’Abruzzo e del Molise; riporta brani di deposizioni perdute e quella completa di Bartolomeo da Trasacco, vecchio compagno di Pietro del Morrone, al quale François van Ortroy attribuì la prima parte della cosiddetta Vita c (paternità contraddetta in tempi più recenti da Herde). Tali elementi non erano sconosciuti, poiché li aveva resi noti già Franz Xaver Seppelt nei suoi Monumenta Coelestiniana (1921), ma finalmente ora essi appaiono nella loro completezza e nella loro coerenza con l’insieme.
È vero, inoltre, che i segretari dei cardinali, i quali di norma preparavano questi compendi, organizzavano la materia non secondo l’ordine di deposizione, ma raggruppandone il contenuto in base alle virtù, alle opere, ai miracoli della persona candidata a essere scritta nel catalogo dei santi. In tal senso, ha ragione Marini nel ritenere tale Compendium “non soltanto un’«integrazione» [così Seppelt] degli Atti, ma anche una fonte autonoma, sia nella sua struttura particolare, sia in rapporto al diverso momento di composizione” (pagina 17).
Il manoscritto parigino contiene, però, anche altro materiale relativo al personaggio, tra cui importanti lettere papali — quella con cui Celestino v promulgò la Perdonanza aquilana (Inter sanctorum solemnia) e la bolla di canonizzazione di san Pietro del Morrone-Celestino v emanata da Clemente v nel 1313 (Qui facit magna et inscrutabilia et mirabilia) —, un instrumentum notarile che attesta un miracolo avvenuto nel 1296 a Roccamorice, confermando la validità dell’indulgenza concessa da Celestino v (una riprova del fatto che, nonostante l’ordine tassativamente contrario di Bonifacio viii, nel 1296 la Perdonanza fu ugualmente celebrata), e altre notizie ancora.
Tra queste, grandi discussioni ha sollevato (Marini vi si sofferma in maniera dettagliata, pagine 33-50) l’indicazione che la reliquia del capo del santo presentava un grosso foro, causato dal chiodo con il quale il nipote di Bonifacio viii avrebbe fatto uccidere il papa dimissionario prigioniero a Fumone.

di Felice Accrocca 

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22 agosto 2019

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