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Il filosofo e la preghiera

· A partire dal classico studio di Friedrich Heiler ·

«Non domandare agli Dèi che ti diano ciò che brami, ma domanda loro di liberarti da ogni bramosia». Questa sentenza del famoso stoico Epitteto sembra porre nel modo più eloquente la questione della preghiera nella filosofia. Perché pregare? È morale chiedere a Dio di modificare i propri disegni per accontentare i nostri desideri terreni? Non sarebbe questo un modo di rimettere in discussione la perfezione dell’opera divina? Tante domande che i filosofi si pongono fin dall’antichità, offrendo un’ulteriore prova dell’atemporalità delle problematiche terrene.

Sonnem, ritratto immaginario di Epitteto (1715)

Un excursus nella vasta letteratura filosofica è sufficiente per capire che, nonostante la prospettiva critica nella quale solitamente si pongono, raramente i filosofi hanno espresso una diffidenza di principio nei riguardi della preghiera, a eccezione delle correnti vicine al materialismo o al positivismo, che da sempre hanno respinto ogni forma di divinità.
Tuttavia, il concetto è sempre affrontato attraverso il prisma di un “ideale” di preghiera. Un quadro dalle molteplici sfaccettature, a cui viene dedicato un lungo capitolo ne La preghiera. Studio di storia e psicologia delle religioni (Brescia, Morcelliana, 2016, pagine XXIX-911, euro 55) di Friedrich Heiler, il volume più completo sull’argomento pubblicato finora, e da poco disponibile in italiano. Il ricorso alla preghiera può di fatti essere di natura etica o metafisica, due nature che entrano in profonda contrapposizione fin dall’origine: «Nel filosofo etico — scrive lo storico delle religioni tedesco — vive la fede incrollabile nella forza morale dell’uomo, mentre i maggiori spiriti religiosi erano pervasi da un sentimento profondo di impotenza morale». Il filosofo etico infatti, a differenza dell’uomo di fede, prega solo per il bene, pregare non è in nessun modo un bisogno vitale. In opposizione con la preghiera di richiesta e d’intercessione cristiana (incoraggiata dal Vangelo: «tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete» Matteo 21, 22), l’abbandono rassegnato di ogni desiderio ed emozione a una divinità prefigura la nozione di preghiera filosofica, il cui apice sta nello stoicismo.
La problematica di tale ideale di preghiera, ammonisce ancora Heiler, sta nel fatto che tende a coincidere con un semplice «ausilio pedagogico» dell’etica: la preghiera viene spogliata dal proprio carattere religioso, e privata dalla propria autonomia, per diventare non più una preghiera «ma un suo surrogato morale». Giudizio questo, che troverà un’eco interessante nel paragone tra umiltà e magnanimità operato dal prete domenicano René-Antoine Gauthier in Magnanimité. L’idéal de grandeur dans la philosophie païenne et dans la théologie chrétienne (1951): se l’uomo religioso cerca sempre la propria salvezza in Dio, il filosofo etico invece invita l’uomo a cercarlo in se stesso.
Gauthier si sofferma su un altro aspetto interessante: certi stoici sono così imbevuti di sentimento religioso, da entrare in tensione con l’ideale di autonomia dell’uomo nei confronti di Dio. Il famoso Inno a Zeus di Cleante ne è una buona illustrazione: «O più glorioso degli immortali, sotto mille nomi sempre onnipotente, Zeus, signore della natura, che con la legge governi ogni cosa, Salve; perché sei tu che i mortali han diritto d’invocare. (...) Senza di te, o Dio, non si fa niente sulla terra, né nel divino etere del cielo, né nel mare, tranne che quel che ordiscono i malvagi nella loro follia. (...) Ah! Zeus, benefattore universale, dai cupi nembi, signore della folgore, salva gli uomini dalla loro funesta ignoranza; dissipa questa, o padre, lungi dalle loro anime; e concedi loro di scorgere».
Di questi accenti cristiani che si possono intravedere nella letteratura stoica rende conto anche un r articolo di Marco Beck pubblicato sull’«Osservatore Romano» del 13 maggio. Egli identifica infatti “chiare consonanze” tra i valori difesi dallo stoico Seneca e il Verbo di Cristo, tra cui «l’intuizione di una divina provvidenza che regge le sorti del mondo e la prassi del quotidiano esame di coscienza» nonché l’apologia del matrimonio e l’elogio della mitezza. Lo stesso Heiler opera un simile collegamento sulla base di una comune credenza «in un mondo sovrasensibile al di là del mondo dei fenomeni», ma è vero anche il contrario. Alcune preghiere della religiosità mistica ricordano infatti l’ideale stoico di sottomissione e di rassegnazione. Si pensi ad esempio al Suscipe domine di sant’Ignazio che comanda un abbandono totale a Dio, al Cammino di perfezione di Teresa d’Ávila o anche a Søren Kierkegaard che nel 1846 scriveva nel suo Giornale che «il vero rapporto nella preghiera non è quando Dio ascolta ciò che gli si chiede, ma quando colui che prega persiste nel pregare fino a che non diventi colui che ascolta, che ascolta ciò che Dio vuole».
Queste convergenze tuttavia non possono andare oltre. Gli stati emotivi di origine sono infatti ben diversi. Per il filosofo etico Dio è tutt’altro rispetto a quello del devoto ingenuo, come ricorda anche Heiler, che non esita a denunciare la “freddezza” della preghiera etica, nonostante la sua gravità morale, per lodare invece «l’intensità e il calore» dei mistici cristiani la cui sottomissione «si radica nella dedizione assoluta dell’io al sommo bene, nell’amore di Dio».
Lo stoico — così come il buddista — annienta l’ego per raggiungere l’atarassia (la tranquillità dell’anima), mentre il cristiano cerca di superarlo, di trasfigurarlo per mettersi al servizio del Bene trascendente.
Non si può che constatare che quest’ideale etico di preghiera ha inciso in maniera decisiva sul panorama intellettuale occidentale, fino a plasmare la spiritualità illuministica. Basti leggere le preghiere di Voltaire (cfr. Prière à Dieu), Rousseau (non di rado ha definito inutile o addirittura “empia” ogni forma di richiesta a Dio) o Diderot (cfr. Suite de l’Apologie de M. l’abbé de Prades ), che rispecchiano tutte lo stesso sentimento di rassegnazione davanti al fato ineluttabile, per averne conferma.
Ma queste tendenze più o meno spiccate da un secolo all’altro non hanno mai potuto sradicare nell’uomo — di ogni origine culturale e sociale — l’istinto di cercare rifugio nel Creatore durante la prova, né la fiducia innata nella virtù miracolosa della preghiera di richiesta e d’intercessione, vero cuore a cuore con Dio. E non senza soddisfazione Heiler proclama “indistruttibile” la cosiddetta preghiera “ingenua”. Perché la preghiera, come ha anche sottolineato il teologo Karl Heim, voce importante del dialogo tra fede e scienza, al di là di ogni considerazione filosofica rimane «la funzione originale-essenziale del nostro spirito».

di Solène Tadié

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27 giugno 2019

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