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Il filosofo della dolce memoria

· Bernardo di Clairvaux, l’uomo e i misteri del Verbo incarnato ·

Tutta l’opera di san Bernardo — il 20 agosto la Chiesa ne celebra la memoria liturgica — è occupata dalla figura di Cristo, manifestazione di Dio e insieme ritratto e parabola dell’uomo. Secondo l’abate di Clairvaux gli eventi della carne di Gesù Cristo narrano Dio, che nessuno mai ha veduto, e insieme delineano nella sua concretezza il modello dell’uomo ideato sull’immagine originaria, che è lo stesso Unigenito del Padre. Così, grazie all’incarnazione del Verbo, mentre Dio diviene imitabile, l’uomo trova la sua radicale dignità.

Bernardo è un esploratore acutissimo del cuore umano; lo indaga nell’intimo con implacabile realismo; ne scopre e ne mette a nudo le insidiose inclinazioni al male; lo vede confinato, a motivo della colpa, nella regione della «dissimilitudine» o della lontananza da Dio. E, tuttavia, proprio per la sua cristologia, l’antropologia di Bernardo non è permeata da deprimente pessimismo. Egli insegna che la vocazione dell’uomo umana è la comunione col Figlio di Dio che si avvera con l’imitazione dei suoi misteri, fino a quello culminante dell’Ascensione.

Se la figura di Cristo è ricorrente in tutta l’opera di Bernardo, essa risalta particolarmente nel De laude novae militiae , nei Sermones super Cantica Canticorum e nei Sermones per annum . Il primo è un delizioso trattato che percorre i misteri di Gesù attraverso i luoghi custoditi dai nuovi milites , che l’abate, quasi pellegrino spirituale in Terra Santa, ravviva nel suo immaginario col molteplice richiamo agli avvenimenti di Cristo che là si sono svolti.

Tutto dedicato alla figura del Verbo di Dio e alle peripezie dell’unione sponsale dell’anima con lui, è il Commento al Cantico dei Cantici , il capolavoro di Bernardo. Questi sermoni, ardui ed elaborati, ci descrivono il cammino dell’anima nell’esperienza del Verbo. Senonché, dire comunione sponsale dell’anima col Verbo è anche, e prima ancora, dire comunione sponsale della Chiesa, il cui mistero è ripresentato in ogni anima, che nella stessa Chiesa vive l’intima relazione col Verbo fatto carne e assunto alla gloria. Sono i sermoni che quasi ci permettono di partecipare all’itinerario del desiderio e della speranza del medesimo abate, con le sue dolorose intermittenze e con i suoi traguardi.

«La più vasta opera di Bernardo — così la definisce Jean Leclercq — è una specie di “Anno liturgico”: una lunga serie di sermoni, nei quali egli commenta i misteri della salvezza e i testi che li proclamano. Prima di morire egli ha riunito in questa raccolta tutti i testi in cui, precedentemente, aveva spiegato le feste. Per ciascuna di esse li ha rivisti, ordinati, completati quando occorreva, in modo da fare di ciascun gruppo l’equivalente di un trattato sull’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, e così di seguito»: siamo di fronte a «una somma di teologia dogmatica» o a «una somma di teologia sui misteri della salvezza»; a «un vasto insieme di una grande ricchezza dottrinale», dove «tutti i misteri della fede sono contemplati».

Troviamo in questi sermoni la storia del Verbo che si fa visibile e accessibile mediante i sacramenti — come egli anche chiama i misteri di Cristo — che l’anno della Chiesa celebra e commemora, presentando un Dio che si disvela e, disvelandosi, si fa imitabile. Le feste liturgiche istituiscono il percorso degli eventi di Gesù, e ne accendono, l’espressione è di Bernardo, la «dolce memoria».

Sempre con Leclercq constatiamo che «Bernardo possiede una cristologia precisa, complessa, elaborata», che «i teologi non cessano di indagare» e che potremmo riassumere così: «Tutto in Cristo fu strumento di salvezza: la sua vita, la sua dottrina, la sua morte. Ciò che fissa soprattutto la sua attenzione è il modo con cui il mistero del Verbo Incarnato, del Salvatore, ci è stato rivelato e ci è continuamente comunicato, perché vi possiamo partecipare. Bernardo sarebbe capace di essere un sottile pensatore. Ma è anzitutto orientato verso la pratica di ciò che solo importa: l’amore».

«Il suo pensiero si concentra spontaneamente su Gesù in quanto, come egli lo ha dichiarato, è la Via: il cammino sul quale Dio è venuto verso di noi, e quello sul quale noi possiamo ritornare verso di lui. Come Mediatore egli ci ha riuniti al Padre nello Spirito, e non cessa di farlo; come Modello egli ci ha mostrato ciò che noi dobbiamo e possiamo imitare in lui. Egli è venuto verso di noi: in lui si è compiuta una discesa di Dio verso l’umanità. Egli è ritornato verso il Padre: egli ci deve anche trascinare in questa risalita. Bernardo dunque considera sempre l’incarnazione e la redenzione da un punto di vista che si può dire dinamico. Per lui non si tratta solo di conoscere, per così dire in maniera statica, ciò che è il Dio-Uomo; importa anche cogliere come si sono attuati la sua venuta quaggiù e il suo ritorno al Padre, e come noi possiamo esservi associati».

Una cristologia — aggiungiamo — che rappresenta la «filosofia» dell’abate di Clairvaux, secondo quanto lapidariamente lui stesso dichiara nel Commento al Cantico : «Questa è la mia più sublime e la mia interiore filosofia: sapere Gesù». Un «sapere» pregnante, che compone e unifica tutte le facoltà nella contemplazione di Cristo, con l’intento di averne non tanto un’intelligenza nozionale quanto una comprensione reale.

D’altra parte, il Verbo incarnato, crocifisso e risuscitato, è il fondamento di tutta la teologia cistercense dei tempi di san Bernardo. «Cristo è il nostro amore», dichiarava Baldovino di Ford; «Il nostro amore di Cristo dev’essere saporoso»; «Tutto, e in pienezza, si trova in Cristo». «Tutta la dolcezza della terra è l’umanità di Cristo», gli faceva eco Aelredo di Rievaulx. Cristo è l’Immagine, come abbiamo visto, o la «Forma» originale, e il cammino interiore è concepito come passaggio esattamente dalla de-formazione alla con-formazione, dalla dissimilitudine alla somiglianza.

Oggi si parla di «cristocentrismo», che non tutti accolgono e pochi intendono in maniera esatta e coerente. In ogni caso, esso segnava profondamente il pensiero, la sensibilità e la pietà di Cîteaux e particolarmente di Clairvaux.

Tornando a san Bernardo, ci sembra specialmente suggestivo e luminoso un suo testo, che saremmo tentati di paragonare a un’icona delle feste. Egli scrive: «“In principio — è detto — era il Verbo”. Già la fonte scaturisce, ma per ora soltanto in lui stesso. Poi, “il Verbo era presso Dio”, inabitante certamente in una luce inaccessibile: fin dall’inizio Dio diceva: “Io penso pensieri di pace e non di afflizione”. Era incomprensibile e inaccessibile, affatto invisibile e impensabile. Ora, invece, volle rendersi comprensibile, volle rendersi visibile, volle rendersi pensabile, (...) giacendo in un presepio, riposando in un grembo verginale, predicando su un monte, trascorrendo la notte in preghiera, o pendendo dalla croce, impallidendo nella morte, trovandosi libero tra i morti, signore negli inferi, e anche risorgendo il terzo giorno, mostrando agli Apostoli come segni di vittoria il posto dei chiodi, e, alla fine, salendo dinanzi a loro nei luoghi reconditi del cielo. Che cosa, pensando questo, si pensa di non vero, di non pio, di non santo? Quando la mia mente pensa a ciò, pensa Dio, colui che in tutto questo è lo stesso mio Dio. Ho chiamato sapienza il ripercorrere questi eventi e prudenza l’emetterne la dolce memoria».

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