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Il filosofo del cristianesimo
che parla alla modernità

· Consegnati dal Papa i Premi Ratzinger a Charles Taylor e Paul Béré ·

«Quali radici si afferrano, quali rami crescono / su queste rovine di pietra? Figlio dell’uomo / tu non lo puoi dire, né immaginare / perché conosci soltanto / un cumulo di frante immagini, là dove batte il sole. / E l’albero morto non dà riparo / e il canto del grillo non dà ristoro». Morte e rinascita, luoghi dell’aridità e luoghi dell’acqua che rinnova: le parole di Eliot, scritte in un periodo di grave crisi psichica del poeta, all’indomani della prima guerra mondiale, descrivono meglio di altre il dilemma cruciale che abita nel cuore della modernità. È il dilemma nietzscheano del posto dell’uomo in un universo “devalorizzato” da una visione positivista, in un mondo in rovina dove non c’è più trascendenza: una Waste Land.

La crisi dell’uomo moderno e la secolarizzazione sono al centro della riflessione di Charles Taylor, una delle voci filosofiche più importanti degli ultimi decenni. Autore di un’opera considerevole, in cui spiccano soprattutto Sources of the Self (1989), The Malaise of Modernity (1992) e A Secular Age (2007). La domanda chiave di Taylor è quella espressa chiaramente all’inizio di A Secular Age: «Perché era praticamente impossibile non credere in Dio, ad esempio, nella società occidentale del 1500, mentre nel 2000 molti lo ritengono non solo facile, ma addirittura inevitabile?».

Formatosi sui testi dei teologi francesi come de Lubac, Daniélou e Congar, Taylor si forma alla università McGill di Montréal, per proseguire gli studi a Oxford. Sotto la guida di due giganti del pensiero contemporaneo come Isaiah Berlin ed Elizabeth Anscombe, nel 1961 Taylor ottiene il dottorato in filosofia e inizia a insegnare teoria sociale e politica. A partire dagli anni Ottanta inizia una originale rilettura del fenomeno della secolarizzazione, caratterizzata dalla capacità di collegare il mondo delle idee con i più sottili mutamenti di sensibilità nella vita di tutti i giorni.

Taylor vede nella secolarizzazione l’occasione storica di una riscoperta dell’umano e del religioso come senso dell’umano. La secolarizzazione non è quindi semplicemente quell’epoca in cui, dopo Descartes e Galileo, ovvero la razionalità assoluta e la scienza sperimentale, si è voluto relegare Dio nel dimenticatoio, come un’ipotesi non razionale, citando Laplace. Come emerge da A Secular Age, che è la vera summa del pensiero tayloriano, la secolarizzazione è un processo molto complesso e differenziato, che si svolge internamente al cristianesimo. Processo, questo, che non si è ancora concluso. La modernità nasce dal cristianesimo e al cristianesimo deve tornare, ma perché questo avvenga è anzitutto il cristianesimo che deve guardare a sé stesso in chiave critica e riscoprire quel che Taylor chiama “le condizioni della credenza”. I vecchi linguaggi della fede sono stati stravolti, ma un tale nuovo «terreno di scelta» può diventare «l’occasione per la ricomposizione della vita spirituale in nuove forme e per nuovi modi di esistere sia all’interno sia all’esterno del rapporto con Dio».

Sources of the Self, The Malaise of Modernity e A Secular Age sono le tappe principali di un itinerario chiaro e profondamente unitario. Sotto la guida soprattutto di filosofi francesi del calibro di Maurice Merleau-Ponty e Paul Ricoeur, Taylor sviluppa una genealogia della soggettività moderna da sant’Agostino alla Riforma, da Montaigne a Descartes, attraverso l’analisi di concetti basilari come l’identità, il bene o l’interiorità. L’autonomia del cogito ha messo fine all’“epoca dell’incanto”, in cui la trascendenza — o le trascendenze — aveva un’influenza diretta su ogni aspetto dell’esistenza degli esseri umani. Si è così innescato un processo storico irreversibile, il “disincanto”, ossia la scoperta di «un mondo dove l’unico luogo in cui si trovano pensiero, slanci spirituali è ciò che noi chiamiamo la mente; le uniche menti nel cosmo sono quelle degli umani, in modo tale che questi pensieri, sentimenti e così via siano situati al loro interno» scrive Taylor in The Malaise of Modernity. Nel mondo del “disincanto” ogni significato è una proiezione dell’uomo. È in fondo il monito postmoderno del «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni dei fatti», interpretazioni fondate su una volontà di potenza arbitraria e cieca.

Il mondo del “disincanto” è però anche quello del confronto intellettuale. Esiste una modernità positiva, che è critica della religione come rigido insieme di precetti e apertura al confronto con la fede. Attento, in questo, agli insegnamenti di Emmanuel Mounier, nonché allo spirito del concilio Vaticano ii, Taylor sceglie la via del dialogo, quella di una ragione “buona” perché “aperta”. «Il dibattito fra credenti e atei — scrive — può essere meglio condotto una volta che abbiamo stabilito quali significati debbano essere riconosciuti come universalmente validi. Se non facciamo questo primo passo, finiamo per vivere una forma distorta di condizione umana, dove le deviazioni di tipo strumentale possono mettere in serio pericolo la sopravvivenza del pianeta».

È questo anche il tema di altre due importanti opere di Taylor: A Catholic Modernity? (1999) e Modern Social Imaginaries, (2004). Il dialogo tra fede e ragione è il punto di partenza della critica di ciò che Taylor definisce «gli incontestati assiomi della narrativa della sottrazione», secondo i quali la modernità comporta inevitabilmente la perdita della fede. Al contrario il “re-incanto” del mondo è possibile: la secolarizzazione ha messo le basi di «una nuova era di ricerca religiosa, i cui esiti nessuno può prevedere».

di Luca M. Possati

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14 novembre 2019

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