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Il filo d’Arianna

· Catalogo ragionato dell’opera sacra del pittore Aligi Sassu ·

Chi non ha mai incrociato lo sguardo vivace e penetrante di Alfredo Paglione potrebbe immaginare che il recente volume da lui curato Aligi Sassu. Catalogo ragionato dell’opera sacra (Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2017, pagine 288, euro 45) sia semplicemente un poderoso lavoro filologico, che estrapola le opere di soggetto cristiano (471 quelle censite) dalla complessa e ampia produzione del maestro, pubblicato nel diciassettesimo anniversario della morte, dopo nove anni di lavoro di ricerca e studio. Questo volume è invece opera che scaturisce anzitutto da affetto e passione, raggiungimento rigoroso e forse il più significativo della lunga dedizione di Paglione al tema dell’arte sacra contemporanea.

«Annunciazione» (1958)

In effetti con un susseguirsi, lungo ma tuttora timido, di iniziative in ambito milanese è cominciato da qualche decennio un processo di sistematica valorizzazione, sul piano conoscitivo e della fruizione pubblica, delle produzioni artistiche del Novecento a tema cristiano. Dopo sporadiche iniziative precedenti, ma comunque a partire dalla Galleria d’arte sacra dei contemporanei, resa possibile a Villa Clerici da Dandolo Bellini e da don Giulio Madurini, fu il Museo diocesano di Milano che, con Paolo Biscottini, rilanciò l’attenzione sulle creazioni a soggetto religioso, in particolare di Lucio Fontana. Saltando poi agli ultimi anni, ecco un’importante iniziativa di volontariato, sviluppatasi per iniziativa del coro Dalakopen di Legnano e condivisa dalla diocesi di Milano, che ha reso fruibile un itinerario fra musica, architettura e arti nelle chiese soprattutto del secondo Novecento e anche recentissime: iniziativa che andrebbe rilanciata e continuata anche per favorire nelle comunità locali la diffusione e condivisione di percorsi di appropriazione e godimento dei valori artistici di luoghi di preghiera, educazione, incontro, come sono le chiese.

Ma in tutto il secondo Novecento fu proprio Alfredo Paglione, sensibile e generoso gallerista milanese mai dimentico delle sue origini abruzzesi, che garantì in proprio una fedele militanza, per così dire, nel promuovere l’attenzione all’esperienza integrata della fede cristiana e delle arti figurative nel tempo a noi contemporaneo. Chiude nel 2000 la sua celebre Galleria 32 con quattro grandi mostre dedicate alla bellezza. Grazie al poeta Enzo Fabiani conosce Giovanni Gazzaneo e condivide il suo progetto di studiare e valorizzare il rapporto tra arte e sacro nella contemporaneità.

Con lui dà vita, nel 2006, a Fondazione Crocevia - Alfredo e Teresita Paglione, il cui motto viene assunto da sant’Agostino: Non possumus amare nisi pulchra. Associando al proprio nome quello della sua carissima moglie, violoncellista colombiana e cognata di Aligi Sassu, egli ha voluto dare nuova linfa alla sua passione, cioè promuovere la tutela, la valorizzazione, la fruizione del bene culturale nella sua dimensione religiosa.

Tra le molte iniziative che Paglione ha reso così possibili va ricordata proprio la ricerca e il censimento delle opere religiose di grandi artisti contemporanei, la cui produzione sacra era rimasta ampiamente misconosciuta.

Tra gli altri — ma fra primi — non poteva di certo mancare Sassu, a motivo anche dei legami familiari forti e duraturi, nutriti di affetto, condivisione, conforto e confronto nella ricerca artistica, con uno spirito di letizia e fiducia, che proprio nella violoncellista Teresita Paglione ha trovato lungo i decenni le note più calde e feconde di ispirazione e di conferma.

Il volume che Silvana Editoriale ha dato alle stampe va dunque goduto come esito pregnante di un lungo lavorio di manifestazioni, edizioni, sodalizi d’arte, creazioni di musei, che l’inesausta vitalità di Paglione ha reso generosamente possibili in una serie multiforme di mostre e donazioni, che hanno trasferito sue cospicue collezioni soprattutto in luoghi dell’Abruzzo estranei ai percorsi ripetitivi del turismo più ovvio, ma vicini a comunità con le quali Paglione condivide memorie e legami profondi, memore delle sue origini a Tornareccio, in provincia di Chieti.

Nell’incontro fra l’opera di Sassu e di molti importanti artisti del Novecento con la gente, in certo modo convocata da Paglione proprio grazie a successivi doni di parti delle sue collezioni, sono sbocciate esperienze estetiche e di contenuto teologico provocate dalla pittura del Novecento e odierna, che, apparentemente fuori strada, diventano in realtà dei crocevia.

I saggi critici di Antonello Negri, Elena Pontiggia, Giuseppe Bonini e dell’arcivescovo di Chieti e Vasto, il teologo Bruno Forte (che scruta in prospettiva ecclesiologica il tema dei Concilii di Aligi Sassu), guidano al catalogo delle opere quasi di decennio in decennio, situandosi fra i testi introduttivi (del curatore stesso, del cardinale Gianfranco Ravasi, di Antonio Paolucci) e la puntuale schedatura, che permette un agevole raffronto fra testi e immagini, con illustrazioni a piena pagina per le opere cruciali del percorso religioso compiuto da Sassu nella sua pittura.

In esordio il cardinale Ravasi rievoca la sua intensa relazione spirituale con Sassu, lasciandoci fra l’altro la percezione del rimpianto di non aver mai potuto accogliere l’invito, che il maestro gli aveva ripetutamente rivolto, di fargli visita a Pollença, nell’isola di Maiorca, dove l’artista si ritirò e dove lasciò questo mondo il 17 luglio 2000.

La testimonianza di Alfredo Paglione riprende e aggiorna l’intervista curata da Gazzaneo che apriva il catalogo Sassu in Abruzzo. Il nuovo museo di Atessa (2010), curato dal collezionista con Elena Pontiggia, è in un certo senso la chiave per comprendere la nascita stessa e il contenuto del volume, oltre che la testimonianza appassionata di una dedizione più che fraterna e mai interrottasi.

Il catalogo è fin puntiglioso nel registrare le numerose varianti, riprese, rinvii dei medesimi soggetti; ma solo così, con la necessaria precisione filologica, si poteva consentire al lettore di avere un filo d’Arianna con cui entrare nella creatività di Sassu, nella sua continua ricerca sull’uomo e sull’Uomo che è Figlio di Dio. Il che, come è evidente, sollecita non soltanto l’incontro diretto con le sue creazioni qui censite e studiate, ma anche la contestualizzazione di questa speciale selezione di opere fra le moltissime altre di Sassu, sulle quali Paglione stesso aveva nei precedenti decenni realizzato tante mostre e pubblicazioni.

Uno fra i possibili percorsi di lettura: prendere nota delle parole stesse di Sassu, spesso citate peraltro dagli autori dei saggi in catalogo, ponendole a confronto con le chiavi ermeneutiche che essi stessi suggeriscono e soprattutto col susseguirsi delle opere di soggetto sacro nel complesso della produzione del maestro.

Nei sottili scarti concettuali e di sensibilità che questi accostamenti evidenziano, sembra di poter toccare con mano l’inafferrabilità dell’artista, che poi altro non è se non il manifestarsi a noi lettori della sua irriducibile libertà da schemi, classificazioni, schieramenti. Una libertà che Paglione ha protetto, anche da gallerista, per una vita; e che Giulio Carlo Argan aveva evidenziato in un suo scritto ripubblicato nel catalogo della mostra su Sassu curata da Giuseppe Bonini e tenutasi al Palazzo Reale di Milano nel 2008: «Sassu, forse più di chiunque altro», scriveva, era «consapevole che i cambiamenti rivoluzionari venivano bloccati dai regimi totalitari e che quindi la battaglia per la libertà all’interno della cultura dovesse essere combattuta in modo difensivo (...). All’interno di questo atteggiamento negativo tuttavia, non si escludono l’ottimismo e la fede. Questi sono i suoi temi ricorrenti che egli comunica ai propri contemporanei (...). In effetti la forza drammatica della storia non escluse finali a lieto fine né il lieto fine mitiga la forza drammatica della storia».

Argan gli fu amico dagli anni del movimento di Corrente, quando il critico, allora giovane, teneva coraggiosamente insieme la sua posizione di alto funzionario ministeriale del governo fascista a Roma ma anche di autore (come il filosofo antifascista Antonio Banfi) sulle pagine della rivista di quel movimento così antiufficiale.

Nelle parole di Argan sembra di intuire il suo bisogno di legittimare ideologicamente l’artista, peraltro stimato proprio per il suo coraggio e per quello spirito di libertà, che gli ispirava impensabili iconografie proprio sui temi sacri più canonici (emblematico il soggetto della Crocifissione con il ciclista, elaborato in piena guerra fra 1941 e ‘42), proiettando il caduco, l’attuale — transeunte, ma drammaticamente reale — nella dimensione dell’eternità.

La consultazione del catalogo in questione — seguendo le “violazioni” o innovazioni iconografiche ideate da Sassu su soggetti come l’Ultima Cena, la Crocifissione, la Deposizione o la Resurrezione e impastate con il suo forte senso del colore e tanto mestiere — mi sembra una pista di grande interesse per chi voglia avvicinare il maestro e la sua opera: seguendola, ci si rende conto che nell’opera di Sassu il filone del sacro non è poi così facilmente separabile dal resto della sua produzione, in quanto è il dramma stesso dell’uomo che egli sente sacro, tanto quanto la Passione di Cristo è redentrice del dramma dell’uomo rimasto solo. Pertanto i dipinti di Sassu intorno al mistero doloroso di Cristo e dell’uomo (il partigiano, il povero, il giovane, il ciclista…) non sono mai illustrativi di soggetti dati, preesistenze da reinterpretare solo formalmente; in altre parole, non sono mai rappresentazioni, ma si pongono come espressioni sempre nuove, ossia accessi a noi offerti alla sua visione interiore, resa vivida ai nostri occhi momento per momento per il tramite della pittura: dunque meditazioni in atto, fuoriuscite d’impeto sui fogli, sulla tela o sulle pareti con la stessa forza drammatica e diretta del colore, esaltato nella sua forza coinvolgente, senza indulgere a raffinati formalismi, pur con la memoria della potenza compositiva dei maestri antichi.

di Pietro Petraroia

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19 ottobre 2019

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