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Il Figlio incarnato e il significato dell’unità divina

· Nel documento della Commissione teologica internazionale su monoteismo e violenza ·

Dopo i necessari chiarimenti sul tema esaminato e la presentazione della via liberatrice del monoteismo biblico (capitolo 1 e 2), i capitoli 3 e 4 propongono un approfondimento teologico e filosofico. Il capitolo 3, il cui contenuto è principalmente scritturale e teologico, mira soprattutto a mostrare che è Dio Padre stesso a liberarci dalla violenza, attraverso il suo Figlio incarnato, nello Spirito Santo.

In effetti, nella sua obbedienza al Padre, il Figlio incarnato ha liberamente accettato di essere colpito dalla violenza degli uomini; ha preso questa violenza su di sé, nel senso che ha patito nella sua stessa persona la violenza umana per vincerla: a tale violenza ha risposto con il perdono del suo amore redentore.

Troviamo qui un’affermazione assolutamente specifica del monoteismo cristiano: l’Uno della Trinità ha volontariamente accettato di soffrire (Unus de Trinitate passus est) al fine di liberarci dal peccato e dalla sofferenza che esso genera, specie il peccato che consiste in un agire ingiusto e violento.

Su queste basi, il capitolo 4 offre un saggio di sintesi, innanzitutto filosofico, poi teologico. Questo capitolo prolunga i tre precedenti riprendendo la questione da un punto di vista che si può definire “sistematico”. Riguardando la filosofia, le implicazioni dell’affermazione di Dio sono esaminate in un dialogo critico con l’ateismo contemporaneo (di tipo principalmente antropologico e naturalista). La fede, come virtù teologale donata gratuitamente da Dio e avente Dio stesso come “oggetto”, va molto più lontano e molto più in alto della filosofia. Ciò non toglie assolutamente che la fede rispetti la ragione e la promuova (come la grazia presuppone la natura che essa eleva). Riconosciamo così la consistenza propria della ragione umana e la sua specificità. La tesi centrale è la seguente: la dimensione universale dell’esperienza religiosa e la realtà stessa di tale esperienza religiosa si fondono in ultima analisi nella capacità dell’intelligenza umana di trovare Dio. Se è vero che l’intelligenza umana riceve il suo compimento nella fede e nella visione di Dio, è altrettanto vero che la fede è sostenuta dall’esercizio naturale dell’intelligenza umana, un’intelligenza che è per natura aperta al riconoscimento di Dio e il cui esercizio concreto non può essere separato dalle condizioni affettive del soggetto conoscente.

Gilles Emery

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12 novembre 2019

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