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Il figlio del desiderio trasforma la cultura

· Marcel Gauchet analizza una rivoluzione antropologica in corso ·

Pubblichiamo la prefazione del libro Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica (Milano, Vita e Pensiero, 2010, pagine 104, euro 12) del filosofo e sociologo francese Marcel Gauchet.

«In che termini l'umanità è cambiata, in profondità, dal fatto di essere frutto del desiderio?»: ecco una delle domande che stanno al centro della riflessione di Gauchet esposta in questo volume. Una domanda che pochissimi intellettuali si sono posti, una domanda profonda che vuole arrivare a comprendere la portata della trasformazione che ha subito la nostra società sotto l'impatto della modernità. Una domanda che — già da sola — fa capire il tipo di riflessione che il filosofo francese affronta qui: una riflessione di tipo storico-antropologico con forti apporti psicologici che si propone di individuare le conseguenze della modernizzazione «sugli elementi di base della condizione umana». È proprio questo approccio originale e profondo a caratterizzare tutta la ricerca di Gauchet, facendone uno degli intellettuali oggi più interessanti. Stupisce pertanto che in Italia le sue opere siano state poco tradotte e quasi tutte, se così si può dire, da editori minori.

È una dimenticanza che non si spiega: Gauchet sicuramente ha prodotto tra le più acute e stimolanti riflessioni sui cambiamenti provocati dalla modernità nelle società occidentali. Ma forse proprio perché così originali e per molti versi sorprendenti, i suoi scritti mirano più a suscitare riflessioni nuove che a sostenere tesi risapute, a cui spesso gli intellettuali italiani sono tenacemente affezionati. Gli scritti di Gauchet non servono infatti a confermare interpretazioni accettate, ma piuttosto le scardinano, aprendo sempre nuovi orizzonti di riflessione. Anche perché il filosofo non si limita ad applicare modelli interpretativi noti, né a osservare i fenomeni sociali da un solo punto di vista, quello storico-filosofico, ma allarga il suo sguardo a temi antropologici per arrivare a capire il senso e le conseguenze dei cambiamenti nei comportamenti sociali nati dalla modernità. E proprio per questo fornisce materia per ripensare in modo nuovo problemi attuali che le nostre società faticano a risolvere, come la riforma della scuola, percepita come sempre meno adeguata alle esigenze della società, e la trasformazione della famiglia, che si trascina dietro le questioni delle coppie di fatto e del riconoscimento delle unioni omosessuali, nonché la lunga permanenza dei figli adulti nella casa dei genitori. Ma anche, più in generale, una trasformazione dell'identità individuale e del rapporto fra le generazioni che sta cambiando la nostra cultura.

Il saggio dedicato alle età della vita ha infatti il chiaro obiettivo di fornire elementi di riflessione nei confronti della nuova forte domanda di educazione delle nostre società, domanda a cui non si riesce a dare risposta adeguata perché — scrive Gauchet — non si tratta tanto di puntare il riflettore sui metodi e sui contenuti dell'insegnamento, ma piuttosto sui ragazzi stessi: «A cambiare sono gli esseri ai quali la scuola si rivolge». Insieme alle caratteristiche della società in cui viviamo, in cui si assiste da decenni al declino dei legami di parentela e al disgregarsi dell'organizzazione sociale in base all'età.

Fattore fondamentale del cambiamento del rapporto tra le età della vita è infatti l'allungamento della durata dell'esistenza individuale, vista all'interno di un orizzonte culturale che ha al centro solo la realizzazione personale. Il dovere della società è divenuto quindi quello di creare le condizioni affinché una tale potenzialità soggettiva possa venire realizzata per il periodo più lungo possibile. Ogni persona perciò deve accumulare risorse e mezzi in vista di una vita molto lunga, sempre meno definibile per quello che sarà il suo contenuto.

La formazione — termine che nel mondo scolastico ha sostituito quello di educazione — deve quindi essere un «mezzo per impossessarsi della propria vita», per cui non si tratta più di far emergere attitudini funzionali all'inserimento nel mondo adulto, ma di diventare all'altezza del compito di autocostruzione richiesto dal tipo di esistenza che va determinandosi. In questa ottica diventano quindi più comprensibili il gergo dei pedagogisti nella stesura dei programmi scolastici, l'istituzione di corsi come fotografia o danza nel curriculum scolastico, e più in generale la nascita dei nuovi metodi pedagogici che hanno segnato il Novecento: per l'Italia, senza dubbio quello inaugurato da Maria Montessori.

Gauchet non è il primo a dire che è scomparsa l'età adulta, e che la giovinezza si spalma su tutte le età della vita, in una società in cui l'ideale di massa è diventato quello di «essere il meno adulti possibile». Ma egli lo collega con la difficoltà di maturazione dei giovani, la difficoltà a individuare un percorso educativo efficace per loro, cioè per ragazzi che non hanno nessuna voglia di «prendersi in carico il mondo». I giovani non hanno più nessuna ragione di ribellarsi in un mondo dove gli adulti sembrano scomparsi: manca infatti quello che ha costituito sempre la molla delle ribellioni giovanili, l'impazienza di mettersi alla prova, unita alla privazione sessuale. Questa giovinezza senza ribellione, che conduce a un mondo senza adulti, priva — scrive Gauchet — le nostre società di una delle «fonti creative della nostra cultura», come insegna la storia occidentale dell'Ottocento e Novecento.

Ma questo cambiamento della società si fonda anche su una trasformazione rivoluzionaria ormai trentennale delle condizioni di procreazione, per le quali è perfettamente conosciuta la dinamica dei fatti — diffusione della pillola anti-concezionale e crollo demografico — ma non le conseguenze nella formazione dell'individuo. A queste è dedicato il terzo capitolo, Il figlio del desiderio: per la prima volta nell'avventura umana — scrive Gauchet — «i nuovi venuti sono concepiti in quanto individui in tutti i sensi del termine». I giovani di oggi sono frutto, infatti, ormai per il novanta per cento, di un desiderio privato, perché la procreazione è diventata un atto consapevole, con la conseguenza di dissociare la sessualità oggettiva o naturale da quella soggettiva-umana individuale.

Abbiamo assistito, quindi, a una privatizzazione del processo di perpetuazione della specie, sostituito da una appropriazione soggettiva del processo vitale. E, come scrive Gauchet, non si può pensare che un cambiamento antropologico di tale portata non arrivi a influenzare la costituzione psichica degli esseri. Il venir meno della dimensione naturale — e quindi casuale — del concepimento, infatti, fa sì che il bambino desiderato venga considerato nella sua individualità già prima di nascere, e quindi capace di partecipare come soggetto alla costituzione della propria personalità.

Ma soprattutto essere desiderato comporta «un ribaltamento gigantesco che cambia la scoperta di sé»: per diventare individui basta allargare, approfondire una disposizione di sé che viene attribuita fin dalla nascita, senza bisogno di fratture con i genitori. Di conseguenza, non c'è nessun bisogno di lasciare la famiglia, nella quale i genitori sono consacrati allo sviluppo dell'autonomia dei figli. Però i giovani pagano un prezzo pesante a questa libertà ottenuta grazie all'intervento altrui, non conquistata: a una affettività compiuta, rafforzata dalla certezza del desiderio, si accompagna infatti un disorientamento profondo. E una insicurezza strisciante: «Sono veramente la persona che i miei genitori desideravano?». Domanda che non si poneva mai il figlio di una volta, frutto del caso, che doveva la vita alla vita, all'oggettività del processo vitale.

Riconoscersi come frutto dell'irriducibile azzardo del caso offriva infatti la capacità di indipendenza dai genitori. Chi è desiderato, invece, deve assumere la scelta dalla quale procede: «I bambini sono oggi figli dei loro genitori a un livello senza precedenti, sono l'emanazione del loro essere più intimo, con tutte le implicazioni che questo comporta». Naturalmente, perché esista il figlio desiderato, deve esistere anche il figlio rifiutato, ben visibile nel rifiuto per il bambino, e tutto ciò che esso rappresenta, emerso nelle nostre culture.

Ma Gauchet mette in luce anche le conseguenze sul piano sociale: se la sessualità smette di essere un problema collettivo collegato al prolungamento del gruppo umano nel tempo, e diventa affare privato ed espressione della propria individualità, ne discende ovviamente una crisi dell'istituto famigliare e un cambiamento nello statuto dell'omosessualità. Mentre una volta, infatti, era la famiglia che produceva il figlio come ovvia conseguenza dell'attività sessuale dei coniugi, oggi sempre più spesso è il figlio desiderato che crea la famiglia. E può essere considerata famiglia quella di chiunque desideri un figlio.

Di conseguenza l'infanzia, cioè l'età in cui ogni individuo è solo potenzialità e indefinitezza, è diventata — scrive Gauchet — «la nostra ultima utopia politica»: in una società in cui l'avvenire è divenuto qualcosa di irrappresentabile, «l'infanzia ha finito per assorbirne tutto l'immaginario». E il bambino stesso che diviene il vettore dell'utopia, la speranza di un futuro migliore, di un universo in cui gli individui scoprono se stessi da soli, per autocostruzione. Utopia di un futuro cui è impossibile attribuire un contenuto.

Attraverso questo volume, quindi, possiamo comprendere meglio la genesi e lo sviluppo dei problemi socioculturali che le nostre società si trovano oggi ad affrontare, ma a condizione di rinunciare definitivamente a leggere i cambiamenti alla luce dell'utopia del progresso, quindi sopravvalutando le conseguenze positive dell'allargamento dei diritti individuali: come scrive Gauchet, invece, «non siamo passati semplicemente dall'ombra alla luce» — ma piuttosto «abbiamo scambiato una serie di problemi con un'altra».

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