Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il femminismo non può che essere pro-life

· A colloquio con Josephine Quintavalle, fondatrice del think tank Comment on Reproductive Ethics ·

A Josephine Quintavalle l’idea di fondare il Core (Comment on Reproductive Ethics) è venuta quando l’Hfea, l’autorità nazionale inglese chiamata a valutare eticamente le proposte in materia di fecondazione, fece una consultazione pubblica per prelevare gameti da donatrici viventi, cadaveri o feti per curare l’infertilità o per poter fare ricerca scientifica. Così il Core si mise a distribuire cartoncini con scritto: «No, non vi autorizzo a usare i miei gameti». Scandalizzata dal fatto che si potesse anche solo pensare a una proposta del genere e sconvolta dai danni che la legge sull’aborto stava provocando alle donne inglesi, Quintavalle ha deciso di dedicarsi alle battaglie in difesa della vita umana e contro lo sfruttamento del corpo femminile e degli embrioni umani che le tecniche riproduttive comportano. Per vent’anni ha lavorato anche come volontaria per l’organizzazione Life, facendo consulenza a oltre settemila donne che si trovavano in difficoltà con la gravidanza. Nonostante l’entrata in vigore dell’Abortion Act (1967), l’aborto nel Regno Unito è pressoché su richiesta fino alla ventiquattresima settimana, e il novantotto per cento delle donne abortisce con la motivazione personale di un non ben specificato «rischio di salute fisica e mentale».

Come valuta i risultati della campagna europea Uno di Noi che ha raccolto oltre un milione e ottocentomila adesioni in venti Paesi?

Nata in Nuova Zelanda settantaquattro anni fa, Josephine Quintavalle è cresciuta circondata da parenti sacerdoti e suore di religione cattolica. Dopo la laurea in inglese al Birkbeck College di Londra, ha lavorato nel movimento per la vita britannico e nel panorama internazionale per circa quarant’anni. Nel 1994 crea il Core (Comment on Reproductive Ethics), think tank internazionale che affronta i numerosi problemi che hanno seguito la pratica della fecondazione in vitro.

È assolutamente meraviglioso che siano state raccolte così tante firme a difesa dell’embrione e dell’inviolabilità della vita umana. In particolare, bisogna fare i complimenti all’Italia per aver saputo stimolare e generare questa reazione in tutta Europa, e per essere riuscita a raccogliere un così alto numero di adesioni. Oltre all’immediato obiettivo di proibire che l’Europa finanzi la ricerca distruttiva sugli embrioni umani, questa iniziativa è stata straordinaria nel riunire così tanti gruppi pro-life da tutta Europa, creando un potentissimo network di persone finalizzato alla difesa della vita umana.

Tra i venti Paesi, il Regno Unito si è classificato fra gli ultimi per il numero di firme raccolte: ventottomila contro le oltre seicentotrentamila dell’Italia. Come mai?

Abbiamo lavorato davvero duramente per convincere i colleghi pro-life che bisognava sostenere questa campagna. C’è un movimento pro-life molto forte nel Regno Unito ma siamo un’isola in più sensi: non ci si sente molto europei in campo politico, non siamo riusciti a far comprendere la portata di questa campagna.

Qual è la situazione in campo bioetico?

Il Regno Unito è stato il precursore in tutto il mondo nell’approvare legislazioni in materia di fecondazione in vitro e sulle tante controverse questioni etiche che emergono dalla riproduzione artificiale. Le leggi britanniche sono state sempre tristemente progressiste e liberali: è davvero difficile trovare casi in cui proposte liberali in campo bioetico siano state proibite.

Può fare qualche esempio di legge che andava proibita?

All’inizio la clonazione umana era considerata un passo eccessivo e quindi fu vietata, ma oggi c’è un grande entusiasmo di fronte alla possibilità di creare embrioni con il materiale genetico di tre o quattro diversi adulti. Questa procedura però coinvolge tecniche simili a quelle della clonazione, quindi quell’iniziale divieto evidentemente è stato aggirato. Pensi che oggi nel Regno Unito per ricerche si possono creare embrioni da spermatozoi umani e da ovuli di mucca.

Si definisce femminista pro-life, eppure i più credono che siano proprio le femministe le maggiori paladine del diritto della donna ad abortire.

Se il femminismo si fonda sulla difesa dei diritti della donna, allora una femminista non può che essere pro-life: l’aborto è un vero sfruttamento del corpo femminile, e quindi bisogna combatterlo. Il Core ha creato un network internazionale di persone e gruppi tra diversi Paesi, specie tra Europa, Stati Uniti e Australia: il risultato è stato la creazione di alleanze con gruppi di donne che — se anche non condividevano in assoluto i nostri principi di difesa della vita umana — riconoscevano e denunciavano con noi lo sfruttamento delle donne e del loro corpo, in tema di riproduzione assistita, raccolta di ovuli da (presunte) donatrici, ricorso a madri surrogate.

Il Core è una sorta di lente etica volta a creare consapevolezza sulla realtà della riproduzione assistita (fivet). Qual è la verità che non si dice intorno alla fivet?

Che è permeata da una logica eugenetica. Attraverso di essa vengono fecondati più ovuli di quelli che sarebbero fecondati naturalmente: alcuni degli embrioni che vengono in seguito prodotti sono immediatamente scartati perché non sono abbastanza “adatti”. Tra i rimanenti, i migliori vengono impiantati subito, mentre gli altri sono congelati per uso futuro. Quelli scelti per l’impianto sono spesso soggetti a un’ulteriore diagnosi genetica che comporta la rimozione di cellule quando l’embrione è allo stadio di otto cellule. Un intervento questo che potrebbe, tra l’altro, danneggiare l’embrione.

Restando in tema di difesa della vita, come vede oggi la situazione in Europa?

La percezione generale è che nel mondo le lobby pro-aborto stiano lentamente perdendo terreno. Basti pensare che la metà degli Stati che compongono gli Stati Uniti ha legiferato in modo restrittivo in materia di aborto; l’Ungheria ha inserito la difesa dell’embrione umano nella sua Costituzione; in Spagna i numeri stanno cambiando lentamente grazie a un movimento pro-life molto attivo e dinamico.

E nel Regno Unito?

Qui purtroppo c’è ben poco da festeggiare. Oltre all’applicazione della fivet più liberale che si possa immaginare, con la distruzione colossale di vita umana fin dal primissimo stadio di vita, le interruzioni volontarie di gravidanza non stanno affatto diminuendo. L’aborto è consentito fino alla ventiquattresima settimana, in certe circostanze anche fino all’ultima settimana di gravidanza. Nel 2012, su un totale di 160 aborti dopo le ventiquattro settimane, 28 sono avvenuti dopo l’ottavo mese di gestazione.

Già nel 2005, intervistata da «The Observer», disse che bisognava «svegliare le coscienze degli inglesi» riguardo alle leggi sull’aborto: non si sono svegliati dunque?

Purtroppo no, anzi oggi la situazione è ancora più urgente. Il Regno Unito è caduto totalmente nella morsa dell’utilitarismo mentre discute di eutanasia, aborto e manipolazione genetica dell’embrione umano. E non c’è un vero dibattito accademico in materia di bioetica. Questo è sorprendente se si pensa che il cittadino europeo medio ci guarda come modello di democrazia e di virtù.

Questo limite può forse essere dovuto al fatto che nel Regno Unito i movimenti pro-life paiono composti solo da cattolici a volte un po’ troppo “da piazza”?

Ci sono diversi movimenti pro-life nel Paese ed è vero che molti di quelli che hanno basi religiose, soprattutto cattoliche e cristiane evangeliche, alzano un po’ troppo la voce. È importante la loro voce da piazza, ma bisogna combattere maggiormente anche a livello politico e accademico. Negli ultimi anni, comunque, l’istinto pro-life presente in ogni essere umano ha guadagnato slancio. C’è stato, ad esempio, un aumento di giovani senza particolare appartenenza religiosa che si oppongono alla politica pro-choice.

Quali le principali battaglie bioetiche che state affrontando oggi nel Regno Unito?

Saranno due le grandi battaglie dei prossimi mesi. Una contro la proposta di ridurre il più possibile il ruolo del medico nella valutazione delle motivazioni che spingono le donne ad abortire. La seconda è contro la proposta di creare degli embrioni da tre “genitori”. Questa sarà una battaglia veramente dura per noi perché il problema è camuffato con linguaggio così altamente scientifico che le persone comuni non riescono a capire. Dobbiamo quindi tradurre la realtà di ciò che è proposto in modo tale che chi ci supporta possa capire che, ancora una volta, una novità scientifica è in realtà un attacco all’embrione umano.

Il Belgio ha recentemente approvato una legge che autorizza l’eutanasia dei bambini malati. Il governo inglese deve tagliare i costi sanitari, con anziani e malati che iniziano a sentirsi di troppo. Dove stiamo andando?

Combattere l’eutanasia è un’altra delle nostre tante battaglie. C’è, per fortuna, una forte alleanza di gruppi pro-life in Inghilterra, unitisi sotto lo slogan Care not Killing («curare, non ammazzare») cui fa capo il dottor Peter Saunders, che dirige il Christian Medical Fellowship. L’ombra dell’eutanasia si sta espandendo in tutta Europa. Bisogna proprio svegliarsi.

di Laura Gotti Tedeschi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 aprile 2019

NOTIZIE CORRELATE