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Il fascino discreto
della responsabilità

· Una rilettura de «Il piacere dell’onestà» ·

Il Pirandello che non ti aspetti: allegro, vivace, energetico come una marcia turca di Mozart eseguita in versione rock, in bilico sul crinale del vaudeville ma senza rinunciare a niente della metafisica, filosofica profondità che è la cifra più caratteristica dello scrittore siciliano. Il piacere dell’onestà diretto e interpretato da Alessandro Averone — in scena nel dicembre scorso al Teatro Due di Parma, a marzo in cartellone al teatro Verdi di Pisa, date di una lunga tournée che continua dal febbraio 2018 — gioca su più binari spazio-temporali ben integrati fra di loro, sovrapposti l’uno all’altro senza sbavature.

Marco Quaglia mentre interpreta il marchese Fabio Colli (fotografia di Manuela Giusto)

Basta una marsina settecentesca per far respirare l’atmosfera dell’illuminismo francese post ancien régime, il tono melodrammatico che vira al grottesco delle interpreti femminili (Alessia Giangiuliani e Laura Mazzi) per disegnare geometrie da salotto borghese alla Feydeau, un paio di occhiali da sole e un giubbotto di pelle per riportare il focus dell’azione ai giorni nostri. Licenze poetiche più che lecite — tradotte in stoffe e colori sgargianti da Marzia Paparini — dato che la celeberrima commedia pirandelliana è in fondo una riflessione sulla verità e l’apparenza nei rapporti interpersonali. Bene esprime il tema di fondo anche la scelta di trasformare alcune delle scene iniziali in macchietta, quando una placida vita borghese, spogliata dalle sue vesti rispettabili, diventa improvvisamente caricatura di sé stessa.

«Con la consueta causticità e maestria delle dinamiche teatrali — si legge nelle note di regia dello spettacolo, nato da una richiesta del Consolato di Lione in occasione del 150° anniversario della nascita dello scrittore — Pirandello ci accompagna all’interno di un salotto, luogo principe dell’ipocrisia e dell’immagine, e ci mostra con un limpido paradosso la drammatica e ridicola difficoltà di essere radicalmente e compiutamente se stessi».

Ispirata alla novella Tirocinio del 1905 e rappresentata per la prima volta nel novembre del 1917 a Torino dalla compagnia di Ruggero Ruggeri, Il piacere dell’onestà mette in scena le tematiche care al drammaturgo siciliano: la differenza fra l’essere e l’apparire, fra la maschera sociale e chi si è veramente, il bisogno di aver stima di se stessi, la dialettica tra la forza dei desideri e il terrore della gogna dei pettegolezzi e dello stigma sociale, tra la voce interiore assetata di vita autentica e la domanda ansiosa su “che dirà la gente”. Non a caso, sempre nella scorsa stagione, Liliana Cavani ha scelto proprio questo testo per tornare a dirigere Geppy Gleijeses, dopo Filomena Marturano, con un allestimento povero ed essenziale. Evidentemente i temi trattati in Tirocinio all’inizio del Novecento bene intercettano lo spirito del tempo di questo scorcio di ventunesimo secolo.

Come già in Pensaci, Giacomino! e in Ma non è una cosa seria l’autoreusa l’espediente del falso matrimonio su cui si confrontano personaggi costretti a sfilarsi la maschera dietro la quale hanno ingannato gli altri (ma anche, e forse soprattutto, se stessi).

Si rivela così il vero volto dei protagonisti. Chi in un primo momento era apparso al sommario giudizio degli altri un balordo a cui affidare un’azione spregiudicata si rivela invece una persona in cerca di riscatto, disgustato da ipocrisie e vuoti riti sociali. Chi agli occhi dei benpensanti godeva di alta considerazione, il marchese Fabio Colli — che Marco Quaglia disegna con delicata perfidia — si manifesta per quello che è: un uomo mediocre nelle azioni e nei sentimenti, un borghese piccolo piccolo che si nasconde dietro al prestigio del suo cognome.

Angelo sposa Agata per finta, per convenienza, in seguito a un accordo commerciale stipulato grazie all’interessamento del comune amico Setti (Mauro Santopietro), ma decide di sposare per davvero la serietà del suo ruolo di padre e di capofamiglia, portando questa decisione alle sue estreme conseguenze. Spiazzando tutti, perfino il parroco (Gabriele Sabatini) aduso a chiudere un occhio e anche tutti e due sui pasticci combinati dalle sue pecorelle. Per quieto vivere, pigrizia, connivenza, “donabbonditudine”.

Ma Angelo Baldovino non ci sta. Una volta che si è assaggiato il gusto di una profonda, totale sequela del bene, sembra dire Pirandello allo spettatore, non è facile tornare indietro, accontentarsi della vita di prima, scegliere di nuovo le tortuose vie della menzogna. Un ideale perseguito, dice il protagonista, alla lunga procura «il piacere dei santi negli affreschi delle chiese». Un piacere a cui Baldovino non è più disposto a rinunciare.

L’amore di Agata (la ragazza sedotta e mai del tutto abbandonata dal marchese Colli, sposata da Angelo per non farla sfigurare in società) è solo uno dei tanti effetti collaterali positivi di una nuova, esaltante riscoperta (e progressiva riconquista) del proprio io più autentico. L’influsso del fascino inaspettato del bene fa venire in mente un libro analogamente trasparente ed enigmatico come Le relazioni pericolose di Laclos, nel quale i due protagonisti, Valmont e madame de Marteuil, sono votati al successo sociale, al piacere e alla vanità. Alla vanità assai più che al piacere, in realtà, poiché la vanità si spinge fino all’assurdo di negare a se stessa qualunque cosa rischi di sconfinare nell’amore, mettendo a rischio una dura, pervicace, tenacemente difesa anoressia affettiva.

Quando, ad esempio, il freddo seduttore Valmont aiuta una famiglia di contadini solo per apparire in una luce migliore davanti alla signora di Tourvel, dopo qualche giorno si stupisce del piacere «che si prova a fare il bene; e sarei tentato di credere che quelle che noi chiamiamo persone virtuose non hanno poi tutto quel merito che tutti si compiacciono di metterci davanti agli occhi» (lettera XXI). Fare il bene fa bene; la gratificazione inevitabile in ogni azione buona mette quindi in discussione la convenienza dell’agire, secondo Valmont. Allo stesso modo, la bontà viene fatta scaturire dalla debolezza, secondo i canoni di una cinica mentalità borghese: chi non ha artigli si vanta d’essere mite, mentre la vera magnanimità implica la possibilità di colpire e l’astenersi dal farlo. Una frase come «la gente felice è difficilmente accessibile» conferma la capacità di Laclos di leggere nelle azioni e nelle parole degli uomini andando al di là delle apparenze (Valmont, lettera lXXIX).

Un po’ come Luigi Pirandello, qualche secolo più tardi, nell’Italia del primo Novecento.

di Silvia Guidi

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18 ottobre 2019

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