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Il fallimento di papà Clooney

· «Paradiso amaro» di Alexander Payne ·

Quando la moglie Elizabeth (Patricia Hastie) rimane vittima di un incidente in mare finendo in coma, Matt King (George Clooney) è costretto a fare un inaspettato bilancio della propria vita familiare, che a dispetto dello sfondo idilliaco delle Hawaii in cui si svolge non è poi così rosea.

Innanzi tutto si rende conto di aver perso il contatto con le due figlie (Shailene Woodley e Amara Miller), in particolare con la più grande, adolescente che attraversa una fase delicata. Ma soprattutto, viene a sapere proprio da questa che Elizabeth lo tradiva da tempo. E che la dedizione al lavoro e l’interesse per gli affari di famiglia gli hanno evidentemente offuscato la vista su ciò che conta veramente. Il viaggio intrapreso per scoprire l’identità del terzo incomodo sarà forse l’occasione per salvare ciò che gli rimane.

Nel rielaborare cinematograficamente — in The Descendants (in Italia Paradiso amaro ) — il romanzo Eredi di un mondo sbagliato di Kaui Hart Hemmings, Alexander Payne trova pane per suoi denti. Queste Hawaii su cui incombe la tragedia, questo eden sprecato fatto di tavole da surf abbandonate in un angolo e piscine ricoperte di foglie, è l’ambientazione ideale per un altro dei suoi viaggi tutti interiorizzati, pretesto per un bilancio che risulta puntualmente amaro, ma forse non del tutto in perdita.

Così come questa umanità talmente occidentale da sporgersi sui misteriosi abissi dell’oceano, e richiamata alla verginità della wilderness locale da legami di sangue con le antiche popolazioni dell’arcipelago, rappresenta una zona di confine congeniale al racconto di un altro crepuscolo esistenziale. Che può arrivare quando si è anziani, come al vedovo Jack Nicholson in A proposito di Schmidt (2002), ma anche molto prima, come allo scrittore fallito Paul Giamatti in Sideways (2004). Perché in fondo arriva semplicemente quando si prende atto di una sconfitta. E se i film di Payne non concedono mai una rivincita ai propri buffi losers , in compenso insegnano loro che la consapevolezza dei propri limiti, e persino la rassegnazione, possono essere già mezze vittorie.

E infatti è in un bisogno di requie che qui gradualmente trascolora ciò che all’inizio era un più meschino desiderio di vendetta. L’esigenza di trovare il colpevole di tutto il proprio fallimento, di dare un volto a una sconfitta personale e familiare, si rivelerà un pretesto per salvare il salvabile, e ricomporre alcuni pezzi di qualcosa che sembrava irrimediabilmente rotto. E la tentazione di non vendere il terreno ereditato — un affare che per una serie di coincidenze andrebbe a favorire economicamente proprio il rivale in amore — è solo in apparenza una ripicca. La spiaggia incontaminata è piuttosto un giardino dei ciliegi in positivo che forze ben più recondite spingono a non vendere. Per non perdere l’identità di una famiglia e di un’intera comunità.

Ma non è nemmeno in questa simbologia, pure sottile e discreta ma forse non sufficientemente a fuoco, che risiede la bravura di Payne. Bensì nella capacità di mantenersi magistralmente sul crinale che divide dramma e commedia. Di mostrare, coraggiosamente, quanto si può essere ridicoli nel pieno di una tragedia. Come quando ognuno si arroga l’esclusività dell’affetto familiare per farne un’arma contro gli altri, salvo sbagliare in pieno le proprie considerazioni su una persona che forse non hanno mai conosciuto veramente. E in questo il regista americano non è mai cinico o superficiale, anzi esprime come altrimenti sarebbe difficile il senso di inadeguatezza di fronte a prove troppo grandi. Con una modulazione sui mezzi toni — supportata da un Clooney in stato di grazia — che viceversa gli permette di essere commovente e toccante quando ormai non ce lo si aspetta più.

Il disegno dei personaggi adolescenti è sin troppo accomodante, ma mai stereotipato, come capita in tanti film analoghi in cui il punto di vista è quello dei genitori. Anche perché è ben netta la sensazione di una linea d’ombra che li attraversa, cui contribuisce ancora una volta l’interpretazione dei giovani attori.

Ma più di tutto, dello stile classico di Payne, illuminato da una fotografia opportunamente giocata sulle tonalità del tardo pomeriggio, colpisce di nuovo la calma assolutamente controcorrente dei suoi ritmi, che invita il pubblico a uno sforzo in più, ma che alla lunga gli permette di far crescere i personaggi assieme al racconto. E di allentare la consequenzialità narrativa per dare un’impressione di realtà molto più vivida di quella che si otterrebbe con una cinepresa a spalla.

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22 febbraio 2018

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