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Il duomo di Modena

Appena si entra nella cattedrale di Modena, appare uno scenario molto suggestivo. L’interno, a tre navate, è sempre bello ed elevante, da qualunque punto lo si contempli: basta avere occhi e non essere totalmente sordi all’arcana seduzione del bello. Svetta il crocifisso del XIII secolo sospeso sul presbiterio fortemente sopraelevato. Il capolavoro dell’interno è il pontile, in particolare il lungo bassorilievo della passione scolpito probabilmente da Anselmo da Campione, verso la fine del XII secolo, quindi subito dopo la consacrazione del duomo. L’ultima cena del pontile viene colta, con grande effetto drammatico, nel momento i cui Gesù “fa la comunione” a Giuda. Non è il traditore che intinge nel piatto con il maestro, ma è questi che mette direttamente il pane in bocca al discepolo ormai lontano, mentre “il discepolo amato” china il capo sul petto di Gesù. Nell’ambone domina Gesù benedicente, attorniato dai simboli dei quattro evangelisti; alla sua sinistra i quattro dottori della Chiesa occidentale: Agostino, Gregorio, Girolamo e Ambrogio. La Chiesa è “comunione” non solo in senso sincronico, ma anche in senso diacronico: attraversa i tempi, è traditio. L’altare, l’ambone e il coro originali, per la loro forte sopraelevazione di circa quattro metri rispetto al piano dell’assemblea, oggi di fatto non vengono utilizzati se non dalla cappella musicale del duomo nelle celebrazioni solenni. L’altare e l’ambone attualmente utilizzati si trovano al piano dell’assemblea, leggermente rialzati con pedane di legno. Ora la cattedra è collocata proprio dietro l’altare e l’ambone si trova nell’area del presbiterio. Diversi elementi, insomma, sono difformi dalla funzionalità della liturgia conciliare. Il duomo di Modena non risponde pienamente a questa funzionalità liturgica per due motivi: prima di tutto l’interno, come lo vediamo ora, non è esattamente quello costruito da Lanfranco perché l’opera dei Campionesi ha aggiunto il pontile e innalzato il presbiterio, accentuando la separazione tra presbiterio e navata; in secondo luogo l’epoca in cui viene costruito il duomo (dal 1099 al 1230 circa) segna un mutamento di sensibilità in campo liturgico. In modo progressivo si compie il distacco sempre più netto dei fedeli dai sacerdoti celebranti anche mediante accorgimenti architettonici. I fedeli diventano, di conseguenza, sempre meno attivi e più spettatori; vengono orientati prevalentemente a vedere l’ostia consacrata nella quale si manifesta il miracolo della transustanziazione; più che unirsi, quindi, all’atto sacrificale di Cristo con la comunione, i fedeli sono paghi di vedere e adorare l’ostia consacrata. Detto in sintesi, l’eccezionale sopraelevazione del presbiterio è pensata secondo le antiche esigenze di una liturgia presentata come sacro spettacolo. Oltretutto all’area presbiteriale originaria si accede non per mezzo di una grande scala centrale — come altre aree presbiterali fortemente sopraelevate — che avrebbe reso comunque abbordabile il dislivello e in qualche modo collegato all’aula assembleare, ma attraverso due scale laterali; l’altare non è visibile da gran parte dell’assemblea, occultato dal pontile.

La struttura compatta e ben definita del duomo non permetterà perciò cambiamenti rilevanti, come sarebbe auspicabile secondo le indicazioni liturgiche successive al Vaticano II. Sarà tuttavia importante maturare una riflessione; non solo, come sinora è avvenuto, all’interno del capitolo della cattedrale, ma anche coinvolgendo in qualche misura il popolo di Dio. Pensare insieme in modo sinodale la conformazione dello spazio celebrativo che può essere di aiuto a una migliore recezione del significato della liturgia e può offrire soluzioni che riflettono il sensus fidelium anche in questo campo; aprendo la riflessione non solo ai praticanti ma, nelle forme possibili, alla città. Come afferma il documento della Conferenza episcopale italiana (Cei) del 1996: «L’adeguamento liturgico delle chiese evidenza, a suo modo, il fatto che la Chiesa vive e opera all’interno della società attuale, a diretto contatto, in dialogo e a confronto con sensibilità e culture diversificate». Occorrerà poi coinvolgere gli organi dello stato, anche per la natura di monumento tutelato dal ministero dei Beni culturali e dall’Unesco. Vale interamente anche per il duomo di Modena ciò che afferma il documento della Cei: «Sulle nostre chiese, dunque, convergono interessi diversi — liturgici, culturali, normativi, turistici, tecnici — non sempre facilmente conciliabili».

di Erio Castellucci

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16 settembre 2019

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