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Il dubbio
al posto del trionfo

· ​Il primo amore e altri racconti inediti di Anton Cechov ·

Avverso a qualsiasi sistema, a qualsiasi dogmatismo — «Io non sono né liberale, né conservatore, né progressista, né monaco, né indifferente» — lungi dall’essere un maître à penser, Anton Čechov coglie la complessità e le contraddittorietà della natura umana, contraddizioni di cui egli stesso è impastato, attraverso la lente di un umorismo sapiente e malinconico, capace di «sostituire al trionfo dei trionfanti il dubbio e la precarietà».

Isaak Il’ič Levitan, «Autunno d’orato. Slobodka» (1889)

Con i suoi racconti abbiamo conosciuto la Russia silente dei quadri dell’amico pittore Isaak Il’ič Levitan, delle riforme non attuate, di una società inquieta, dolorante, sopraffatta. Un mondo di personaggi isolati, oppressi, sempre irrisolti, alla ricerca delle ragioni dell’esistenza e di una felicità futura, che credono certa, ma lontana, non per loro.

Diverso il respiro dei venticinque racconti presentati in Anton Čechov. Il primo amore e altri racconti inediti, a cura di Giuseppe Ghini (Milano, Ares, 2018, pagine 280, euro 15).
Erano stati pubblicati tra il 1881 e il 1887 con vari pseudonimi, «quando Čechov, bigamo impenitente, frequentava la legittima moglie, la medicina, e l’amante, la letteratura».
In una Russia struggente, patriarcale, dei villaggi, delle izbe, dei boschi demaniali, delle superstizioni, della coralità, un giovane Čechov brillante, ancora aperto alla dimensione della speranza, gioca con i qui pro quo, con l’aneddoto scherzoso, a volte greve, inserisce soprannomi, modi di dire, decine di reali che rendono la narrazione viva e pulsante nella società del tempo. L’incolpevole scrivano Mitrofan, colto figlio dell’infermiere Kuz’ma Egorov, protagonista de Il processo non si difende dall’accusa di furto e subisce 50 vergate. Alla fine riconosciuta la sua innocenza, pago della sua vittoria morale, «esce dall’Izba come un eroe greco».
Ne Il cognome equino si respira un'autentica atmosfera di comunità patriarcale. Il generale Buldeelev soffre di un male atroce ai denti e niente gli dà sollievo. Il suo fattore, Ivan Evseic, gli propone di rivolgersi agli scongiuri, in particolare a uno di sua conoscenza, Vasilic, che da quando è stato licenziato «per pusillanimità alcolica (...) campa solo sui denti». Il generale fa per scrivergli, però Evseic non rammenta il cognome, ricorda solo che è un cognome equino. Buldeev e la generalessa cominciano a lanciare («Puledronov?, Stallonov?, Trottarov?»), intervengono anche i bambini (Troikin?) e la servitù (Ronzinov? KavallovsKij?). «Tutta la villa padronale era in gran subbuglio. Quando poi il generale, impaziente e sfinito, promise cinque rubli di ricompensa a chi avesse trovato il cognome giusto, intere folle cominciarono a stare appresso a Ivan Evseic e a presentargli cognomi equini». Ma il cognome non emerge. Alla fine sarà il medico a estrarre il dente, ma prima il generale si preoccupa di «comunicare ai domestici che smettano di pensare al cognome equino, se no vanno via di testa (…). Ivan Evseic, a quanto dicono, si rotola già per terra». Una volta fuori il medico incontra il fattore e gli chiede l’avena per il cavallo, finalmente, anche se troppo tardi, a Evseic tornerà alla mente il nome, Avenov.
Al pari di Mitrofan, la giovane collegiale Masenka Popolavskaia, protagonista di Scompiglio subisce un torto, anche se solo morale. A seguito della scomparsa di una preziosa spilla della signora nella cui villa la ragazza presta servizio come istitutrice, le viene perquisita la camera. «Masenka si gettò sul letto e si mise a singhiozzare amaramente. Mai fino ad allora il suo amor proprio aveva subito una tale violenza (...) lei una giovane ben educata, istruita e sensibile, era stata sospettata di furto e perquisita (...). Era perfino impossibile immaginare un’offesa peggiore di questa». Masenka rappresenta la generazione di giovani donne, spesso provenienti dalla provincia, cui è consentita la frequenza dei primi corsi superiori. È consapevole del proprio valore, niente la farà desistere dall’andare via, nemmeno le scuse e l’implorazione a rimanere del reo confesso marito della signora.
Ne Il mare un giovane marinaio racconta la vicenda alla quale assiste non visto guardando attraverso una fessura nella parete di una cabina passeggeri. Insieme al giovane ce n’è un altro più anziano, suo padre. I due credono di trovarsi davanti alle effusioni di una coppia in viaggio di nozze, ma la vicenda si presenta ben diversa: lo sposo, un pastore protestante, cede dopo una non facile opera di persuasione sulla giovanissima sposa, il suo privilegio della prima notte a un vecchio signore disposto a pagarlo con abbondanti banconote. Ed è lo stesso anziano marinaio che trascina via il figlio per impedirgli di assistere alla conclusione del turpe mercato.
Come, con meticolosa chiarezza, fa osservare il curatore del volume in esame, quando Čechov stesso fece la prima raccolta delle sue opere, eliminò e ritrascrisse molto dei primi racconti. Ma se il sentire di quei personaggi così brulicante di pienezza e di fiducia di vita, lascia il posto a dei «gabbiani» liberi ma disillusi, offesi, impotenti davanti alle correnti dell'oceano, quel passato rimane, preziosissimo humus.
E Iegoruscka, protagonista dello splendido La steppa, lo scopre con stupore: «In tutti i suoi nuovi conoscenti, senza badare a differenza di età e di caratteri, c’era qualche cosa di comune che li rendeva somiglianti l’uno all’altro: tutti quanti erano delle persone con un bellissimo passato e con un pessimo presente; del loro passato, tutti, fino all’ultimo, parlavano con esaltazione, per il presente invece avevano quasi del disprezzo. Il russo ama ricordare ma non ama vivere, Iegorusca non lo sapeva ancora, e prima che la zuppa fosse finita egli credeva già profondamente che attorno alla pentola fossero sedute delle persone profondamente umiliate e offese dalla sorte». Un’umanità dolente, del disagio, la stessa che abiterà la letteratura di Raymond Carver, il Čechov americano, quel ceto sociale precario e violento cui un destino avverso impedisce anche di sognare.

di Nicla Bettazzi

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25 agosto 2019

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