Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il dramma yemenita

· ​Origini e prospettive del conflitto dimenticato dai media ·

Hodeidah, città portuale yemenita affacciata sul mar Rosso, ai più non dice niente. Ma, in una nazione martoriata da un conflitto dimenticato potrebbe rappresentare il grimaldello per una cruciale inversione di tendenza. Lo scorso 8 febbraio le parti in conflitto, esponenti delle milizie huthi e governo yemenita, con la mediazione dell’Onu hanno raggiunto un accordo preliminare sulla gestione del porto, dal quale passa circa l’80 per cento degli aiuti alimentari, per garantire l’accesso ai granai, necessari a sfamare tre milioni e mezzo di persone stremate da fame, malattie, colera ed esplosioni pressoché ininterrotte. Pochi giorni dopo l’inviato speciale dell’Onu, Martin Griffiths, ha sottolineato l’importanza di rendere accessibili i silos per evitare il deteriorarsi delle derrate alimentari, bloccate da cinque mesi. L’accordo raggiunto faciliterà secondo il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres anche l’apertura di corridoi umanitari e operazioni di bonifica dalle mine. Si tenta, dunque, di rendere concreti alcuni punti dei negoziati iniziati nel dicembre scorso nella cittadina svedese di Rimbo, quando il capo negoziatore degli huthi Mohammed Abdelsalam e il ministro degli esteri yemenita Khaled Al-Yemani si sono incontrati dopo un silenzio che durava da quasi tre anni. Resta insoluta la questione dell’aeroporto di Sana’a, la capitale: da due anni sotto il controllo dei ribelli, subisce il blocco del traffico aereo a opera della coalizione che sostiene il governo. Un dramma infinito, richiamato all’attenzione mondiale dalle parole del Pontefice nell’ultimo accorato appello all’Angelus del 3 febbraio, che sembra non trovare sbocchi in un Paese un tempo fiore all'occhiello del Medio oriente, conosciuto fin dal secondo millennio prima dell’era cristiana per la ricchezza del suolo e dei corsi d’acqua, l’Arabia felix secondo la Roma imperiale per via dei suoi intensi traffici commerciali, governato per secoli da dinastie locali, come quella rasulide, che lo arricchirono culturalmente e architettonicamente, e capace di mantenere una sua stabilità economica anche in seguito a eventi potenzialmente penalizzanti: l’annessione all’impero ottomano, la quasi trentennale occupazione britannica del porto di Aden e la separazione in due stati poi riunificatisi nel 1990. Da quel momento in poi, la nuova nazione iniziò a dirigersi lentamente e inesorabilmente verso la strada dell’instabilità permanente, dimostrandosi fragilissima sotto le spinte separatiste di gruppi di potere che si identificavano su base tribale, dando luogo a frequenti scontri armati tra il nord e il sud del paese. Il conflitto attuale, deflagrato nel 2014, ha le sue origini dieci anni prima, quando il gruppo zaydita “Allah Ansar” (gli huthi) lanciò un’insurrezione contro il governo yemenita. Da allora si sono succeduti gli scontri con gli huthi e l’esercito del presidente Ali Abdullah Saleh; a questa situazione instabile si aggiunse, nel 2011, l’arrivo nello Yemen di movimenti di protesta popolare contro i regimi autoritari che si svilupparono nei Paesi del Maghreb e del Medio oriente. Gli huthi, in particolare, dal 1992 (anno della loro nascita come “Gioventù credente”) a oggi si sono trasformati sempre più in un vero e proprio esercito professionista. In sostanza quella che avrebbe dovuto essere una transizione politica in grado di portare stabilità nel paese dopo la primavera araba costrinse invece il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da oltre trent’anni, a dare le dimissioni e a consegnare lo scettro al suo vice, Abd Rabbo Mansour Hadi. La debolezza di quest'ultimo permise ai ribelli huthi di prendere rapidamente il controllo di molte aree del paese, compresa la capitale Sana’a, grazie anche all’appoggio dei miliziani dell’ex presidente Saleh, e costringendo il suo vice a fuggire ad Aden dopo un tentativo di golpe nel 2015. Poco dopo, una coalizione internazionale a guida saudita intervenne militarmente per rimettere al potere Hadi. Oggi lo Yemen, con la Siria e l’Iraq, rappresenta una delle ferite più profonde del Medio oriente.

di Rosario Capomasi



Intervista con il vicario apostolico dell’Arabia del Sud

Non dimenticateli

«Non dimenticateli»: è questo il messaggio che in sintesi il vicario apostolico dell’Arabia del Sud, Paul Hinder, lancia alla comunità internazionale, all’opinione pubblica occidentale, a quanti hanno la possibilità di fare qualcosa per restituire dignità a una popolazione piegata da condizioni di vita drammatiche. Il presule, nel cui vicariato rientra lo Yemen, risiede ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Da qui cerca di assistere la comunità cattolica ancora presente nel paese, sebbene, a causa della guerra, le comunicazioni siano quasi del tutto compromesse.

Che notizie ha della situazione nel paese?

Sono poche le informazioni che mi arrivano, perché la comunicazione è difficile e la gente non parla apertamente al telefono o attraverso internet. Ho avuto l’occasione di dialogare con un gruppo di cristiani yemeniti. Non voglio parlarne però per non metterli a maggiore rischio.

Perché la situazione nello Yemen appare così difficile da affrontare?

Il conflitto ha una storia lunga con molti partiti che lungo la strada hanno cambiato più di una volta le alleanze. L’intervento di diversi poteri esterni invece di condurre a una soluzione ha piuttosto approfondito il conflitto. Ora ci vuole tempo, pazienza e immensa abilità diplomatica per mettere intorno al tavolo i belligeranti. Il fatto che molti in tutto il mondo, approfittino del conflitto, non facilita le trattative.

Cosa potrebbe fare la comunità internazionale?

Una possibile strada potrebbe essere quella di tornare, nei negoziati, a circa dieci anni fa, quando si era elaborato un progetto di Costituzione di tipo federativo che avrebbe dato alle diverse parti una certa autonomia ma preservando l’unità dello Yemen. Se questo progetto non si realizzasse, temo una frammentazione del paese.

Quali sono le maggiori responsabilità dell’Occidente in questo conflitto?

Chi può sapere chi e quale responsabilità ha? Sicuramente, il disinteresse durante gli anni non ha aiutato. La politica estera di alcuni paesi non è stata sempre coerente. Troppi credevano che il conflitto si risolvesse con le armi. Sin dall’inizio l’illusione è stata questa. Ora lo sta verificando anche chi ha deciso di intervenire quattro anni fa.

Che prospettive ci sono per il futuro del cristianesimo?

Il cristianesimo in questo paese è sempre stato, numericamente parlando, molto debole. Ora si tratta di sopravvivenza. Se la società yemenita non riesce a trasformarsi in una società tollerante, sarà difficile per i cristiani rimanere nel paese. Troppi di loro sono regolarmente esposti a forti pressioni per convertirsi all’islam.

C’è un appello che vuole fare per la popolazione yemenita?

L’appello principale è: non dimenticate lo Yemen. Il Santo Padre lo ha ricordato prima della sua partenza per Abu Dhabi. Prima di tutto c’è la preghiera. Poi, si tratta della ristrutturazione del paese, parzialmente distrutto. Gli yemeniti sono un popolo orgoglioso e di cultura antichissima. Si tratta di aiutare una nazione a ritrovare la sua dignità.

di Marco Bellizi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE