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Il dovere di rispondere
alle sfide migratorie

· Intervista allo scalabriniano Fabio Baggio ·

«Per combattere il traffico e la tratta di migranti» occorre «aprire vie di accesso legali e sicure, attraverso politiche e leggi mirate e lungimiranti», visto che «le politiche migratorie restrittive hanno spesso contribuito ad aumentare l’offerta di canali alternativi di migrazione». È l’auspicio dello scalabriniano Fabio Baggio, che in questa intervista all’Osservatore Romano parla della sua esperienza in questi primi mesi di lavoro come sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

Con lo storico viaggio a Lampedusa Papa Francesco ha messo al centro del suo pontificato l’accoglienza e il rispetto della dignità degli immigrati. Una scelta confermata anche dall’istituzione del vostro dicastero?

Giovani migranti africani tratti in salvo nelle acque del Mediterraneo (foto Afp)

Direi proprio di sì visto che al suo interno è stata costituita una speciale sezione dedicata alle questioni inerenti migranti, rifugiati e vittime della tratta. Il Pontefice ha voluto avocare a sé ad tempus la guida di tale sezione. Quest’ultima risponde in primo luogo alla sua volontà di assistere le conferenze episcopali e le diocesi nello sviluppo di risposte pastorali adeguate alle sfide migratorie contemporanee attraverso l’offerta di informazioni affidabili, la produzione di valutazioni scientifiche e riflessioni teologiche sulle questioni di competenza, la formulazione di direttive e programmi.

Come ha vissuto questi primi mesi di lavoro nel dicastero?

Come missionario scalabriniano ho deciso di dedicare tutta la mia vita ai fratelli e alle sorelle migranti. Poterlo fare nel «cuore» della Chiesa e al diretto servizio del Pontefice è un grande onore. L’esperienza di sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati si è rivelata molto più ricca e coinvolgente di quello che avevo immaginato nel novembre scorso, quando ho dato la mia disponibilità a Papa Francesco. Nonostante le sfide siano enormi — e dal punto di osservazione in cui mi trovo oggi si vedono in tutta la loro urgenza — mi conforta la sollecitudine pastorale che ho riscontrato in tanti vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e laici che ho avuto modo di incontrare in questi mesi. Sono tutti entusiasti della premura dimostrata dal Santo Padre verso i migranti e i rifugiati di ogni continente. Tutti hanno manifestato una totale disponibilità a coordinare gli sforzi in modo da rendere ancor più tangibile l’amore maternale della Chiesa verso questi nostri fratelli e sorelle.

La solidarietà nei confronti dei migranti è un imperativo per i cristiani. Come attuarla nella vita quotidiana delle comunità parrocchiali?

Papa Francesco ha richiamato spesso la necessità di promuovere la cultura dell’incontro in contrapposizione alla cultura dell’indifferenza e dello scarto, che minacciosamente sembrano acquistare spazi importanti nelle società contemporanee. Il dovere sacro dell’ospitalità, più volte ribadito nell’Antico testamento, trova la sua definitiva consacrazione nella parabola del giudizio universale (Matteo 25, 31-46), dove Gesù Cristo si identifica con il forestiero che bussa alla porta chiedendo di essere accolto. Mi permetto di aggiungere che oltre a essere un dovere, l’accoglienza dell’altro, del forestiero, del diverso rappresenta per ogni cristiano una vera opportunità di incontro intimo e personale con Dio, presente nella persona accolta. Per le comunità parrocchiali si tratta di una vera opportunità per vivere la cattolicità della Chiesa, nella quale tutti i battezzati possono rivendicare il diritto di cittadinanza. Per tutti i cristiani si tratta di una vera opportunità missionaria, un’occasione provvidenziale di testimoniare la propria fede attraverso la carità.

di Nicola Gori

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