Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il dovere di esserci

· Centodieci anni fa nasceva Giovanni Palatucci ·

Il 31 maggio 1909 a Montella, in provincia di Avellino, nasceva Giovanni Palatucci. Servo di Dio, dirigente della Polizia di Stato e penultimo questore di Fiume, in questo ruolo spese i suoi migliori talenti per salvare la vita di migliaia di ebrei che, senza colpa alcuna, subirono un’ingiusta violenza. Sacrificò la propria vita dietro a quella bandiera che ha nel crocifisso un modello e nella risurrezione una certezza. Sono trascorsi centodieci anni da quel giorno, eppure la sua testimonianza rimane viva in tutti gli uomini di buona volontà che si rispecchiano in quella identità. Accoglienza e solidarismo furono i binari sui quali si innestò il percorso biografico di questo servo di Dio.

Rastrellamento nazista

Nato da una buona famiglia, vive la propria adolescenza in un ambiente sereno e religioso. Tra i suoi parenti spiccano i nomi di due religiosi francescani. Uno è monsignor Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna che, durante la seconda guerra mondiale, coadiuverà l’opera del giovane funzionario ospitando nella propria diocesi un buon numero di persone inviate da Fiume, per poter aver salva la vita. Osservando la vita di Giovanni Palatucci dalla laurea alla carriera, sembra che le parole donazione e servizio furono le costanti del proprio agire. E ciò lo si riscontra sia nella propria visione del diritto che nella professione scelta, nella quale il Vangelo e l’etica sono gli strumenti per ben operare. Leggendo quel lavoro, dedicato al nesso di causalità nel diritto penale, emerge quella impostazione che fa delle norma un baluardo contro l’individualismo e la sopraffazione. Aveva 23 anni. Il passaggio successivo sembrerà concretizzare tale pensiero, guardando alla professione come a quel servizio che non è solo una regola ma il dovere di esserci.

Divenuto commissario operò in funzione della collettività e, dopo un breve intermezzo alla questura di Genova, approdò a quella di Fiume. Era il 15 giugno 1937. In questo luogo, in qualità di responsabile dell’ufficio stranieri avrà modo di attivarsi in una fitta rete di opere, volte ad agevolare le molte richieste di aiuto. Lasciapassare, passaporti e quanto altro erano firmati, con quel timbro che corrispondeva a una vita salvata. In quest’opera fu silente e attivissimo. Non si risparmiò e si raccontano molti episodi che ne testimoniano il buon cuore e il coraggio. Servire è stato quel verbo coniugato da Giovanni Palatucci che si tradusse nelle tante notti passate in giro a portare soccorso oppure a compilare i documenti richiesti. Nessuna parola doveva restare muta ma a tutte offrì la sua persona oltre al suo aiuto. Questo lavoro, durato per anni, va letto alla luce di quella personale visione dell’esistenza che ha nel Vangelo un punto di riferimento e nella testimonianza la risposta. Nello studio come nella professione, testimoniò quel ben vivere che si traduce nel buon agire.

Animo veramente cristiano spiegò con l’azione la sua fede. Dalla preghiera attingeva quella forza e quella serenità che gli permettevano di operare. Si racconta che, spesso, si ritirava nella penombra della chiesa dei cappuccini, in silenziosa orazione. Vangelo, responsabilità e solidarismo, nel pensiero di questo testimone, non sono state parole unite da un discorso ma quel colloquio che fa della continuità una professione di fede.

Scoperto, fu deportato nel campo di concentramento di Dachau, nel quale, il 10 febbraio 1945, incontrò la morte. Chi lo ha incontrato, in quel lugubre luogo, ne ricorda il sorriso aperto e gioviale. Cattolico coraggioso e innamorato di Cristo, con la sua esistenza ha saputo scrivere quella pagina che sa di luce, in quanto ha saputo vedere, nel suo lavoro, una speranza per l’umanità. Nel 1990 lo Yad Vashem lo ha riconosciuto “Giusto tra le nazioni”. Il suo ricordo, anche a distanza di molto tempo, è rimasto vivo in quanto il bene lascia sempre la sua firma sul libro della storia.

di Gianluca Giorgio

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE