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Il dovere della testimonianza e
le catastrofi di oggi

· ​Sull’attualità dell’«Apocalisse» in un libro di Harry O. Maier ·

«Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo». Questo celeberrimo passo, tratto dall’Apocalisse (3,15-17), contiene il più severo e aspro monito di tutto il canone neotestamentario. Attraverso la traslazione degli aggettivi psychros (freddo, gelido), zestos (bollente) e chliaros (tiepido) dal campo della fisica e della termica all’ambito etico, vi si denuncia la mediocrità, l’indolenza e il torpore, così come l’insensato compiacimento che caratterizzano la comunità di Laodicea. 

Hieronymus Bosch  «L’evangelista Giovanni scrive l’Apocalisse» (1505)

Affinché questa si corregga e si converta, Cristo le offre l’oro della salvezza, vesti immacolate per coprire la vergogna della propria nudità e il collirio del suo insegnamento per riacquistare la vista perduta. Solo nel finale il livore della reprimenda viene mitigato, rivelando la benevolenza delle intenzioni che la muovono: «Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me».
Nonostante ciò, il messaggio rivolto a Laodicea da colui che si presenta come «l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio» appare come il completo capovolgimento delle lodi riservate alla Chiesa di Filadelfia, che è giudicata fedele e riconoscente e che, pur nei limiti della propria forza, è riuscita a resistere e a custodire la parola di Cristo. Per questo è da lui amata e riceverà la «corona» che le spetta. La contrapposizione tra Filadelfia e Lacedonia sta alla base delle riflessioni sviluppate da Harry O. Maier, docente alla Vancouver School of Theology, nel libro Il tempo presente e altre catastrofi. Attualità dell’Apocalisse, apparso nella collana “Lampi” delle Edizioni Dehoniane di Bologna (traduzione di Stefano Suozzi, 2018, pagine 80, euro 8).
La scelta di rileggere l’Apocalisse con gli occhi della Chiesa di Laodicea, e non con quelli rassicuranti di Filadelfia, ha almeno una duplice motivazione. Da una parte, vi è il tentativo di liberare il testo apocalittico dai riduzionismi fuorvianti veicolati da diverse forme di intrattenimento cosiddetto popolare, non di rado affascinate da scenari distopici, popolati di cyborg e zombie. Dall’altra parte, l’autore avverte l’urgenza di ripensare le difficoltà dell’oggi, anche in campo politico, a partire da alcuni elementi autobiografici, sui quali si era già soffermato in un volume del 2002, dal titolo evocativo Apocalypse Recalled. Elementi che chiamano direttamente in causa la storia del Novecento. Nel gennaio del 1945 la famiglia materna di Harry, di origine tedesca, provò ad abbandonare Chodzież, il piccolo villaggio della Polonia centro-occidentale nel quale viveva, per sfuggire all’avanzata dell’esercito sovietico. Intercettati dai soldati russi, sua madre, che aveva allora solo dodici anni, i suoi nonni e suo zio furono spogliati dei loro beni e costretti a far rientro nel villaggio, dove la popolazione civile fu sottoposta ad angherie, torture e stupri. La nonna fu inviata in un campo di lavoro, esperienza che l’avrebbe duramente segnata negli anni a venire. Soltanto nel dicembre del 1945 riuscirono ad abbandonare la Polonia e a trasferirsi in Germania. La famiglia paterna di Harry ebbe un destino per molti versi drammaticamente simile.
Nella primavera del 1944 il nonno paterno, Emil, morì durante l’accerchiamento posto dai sovietici alla città di Tarnopol. Il suo corpo non fu mai ritrovato e per anni i parenti continuarono a pensare che fosse ancora vivo e che magari potesse trovarsi in qualche campo di prigionia russo. La retorica nazista, che aveva equiparato i soldati di Tarnopol a eroi del Reich, cantandone il coraggio e la forza con la quale erano riusciti a salvarsi, non poteva apparire più stridente rispetto alla realtà. Al pari di Emil, gran parte delle migliaia di morti nelle file della Wehrmacht sul fronte orientale erano contadini strappati alle loro misere esistenze, costretti a prender parte a una guerra di cui spesso non conoscevano e non comprendevano le ragioni e a trovare la morte per mano del nemico o per la fame e il freddo.
Nel gennaio del 1945, anche i componenti della famiglia paterna di Harry provarono a sfuggire alle vendette sovietiche, ma furono bloccati dall’Armata rossa. Il padre di Harry, sedicenne, fu inviato a lavorare in una fattoria di Charkiv, oggi in territorio ucraino. Malato e gravemente denutrito, soltanto nel 1949 poté riunirsi ai suoi familiari. L’anno successivo, grazie alla rete delle Chiese luterane, i sopravvissuti delle due famiglie poterono trasferirsi in Canada, dove il padre e la madre di Harry si incontrarono e decisero di sposarsi. Ed è qui che entra in scena il testo dell’Apocalisse. A colpire l’immaginazione del piccolo Harry era il fatto che i suoi parenti, quando si riunivano alla domenica, facevano continuo riferimento alle immagini dell’Apocalisse per ricordare le dolorose esperienze da loro vissute nell’inverno del 1945, ma anche per provare a costruirsi una nuova identità come cittadini canadesi in un momento nel quale gli immigrati tedeschi erano considerati con sospetto e diffidenza. Le categorie del testo apocalittico — tradotte in una lingua nuova, frutto della curiosa commistione tra l’inglese e il tedesco (del resto, anche la grammatica e la sintassi dell’Apocalisse sono tutt’altro che convenzionali) — davano così voce a un trauma che altrimenti non sarebbe stato esprimibile e apparivano in grado di forgiare la visione del mondo dei nuovi venuti, i quali, nonostante le difficoltà di inserirsi nelle comunità locali, avevano trovato oltreoceano un rifugio alla persecuzione. In questi richiami costanti all’Apocalisse, la famiglia di Harry mostrava di aver compreso alcuni caratteri fondamentali dell’ultimo libro della Scrittura: in particolare, la “personalizzazione” della storia narrata e l’attualità degli effetti della salvezza. Da una parte, infatti, Giovanni di Patmos, parlando spesso in prima persona, invitava i suoi lettori a identificarsi con lui («Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose», Apocalisse 22,8), a sentire con le sue orecchie e a guardare con i suoi occhi ciò che accade; dall’altra parte, la crocifissione e la morte di Gesù sono certamente per Giovanni un evento collocabile nel passato, ma la loro realtà è adesso: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo» (Apocalisse 12,10).
Ne emerge una funzione quasi sovversiva dell’Apocalisse, che trova espressione nella testimonianza verace già evocata nel rimprovero a Laodicea e presente in un’altra scena, anch’essa molto nota. Si tratta del passo (Apocalisse 19, 11-16) in cui colui che è conosciuto con diversi nomi («Fedele e Veritiero», «Verbo di Dio», «Re dei re e Signore dei signori») uno dei quali noto soltanto a lui, avanza su un cavallo bianco, con la testa coperta di diademi, con indosso un mantello intriso di sangue e con una spada affilata che gli esce dalla bocca e che serve per colpire le nazioni: «Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa di Dio, l’Onnipotente». Seguendo una tradizione ormai consolidata, Maier ritiene che le macchie di sangue sul mantello non apparterrebbero ai nemici sconfitti, come nel brano di Isaia (63,3) che qui viene citato, ma a Cristo stesso, e sarebbero quindi i segni della sua passione; la spada, inoltre, non farebbe riferimento a un desiderio di vendetta da esercitare sugli sconfitti, ma alla testimonianza resa da Cristo davanti a Pilato.
Con una simbologia e un linguaggio spesso sgradevoli e comunque poco rassicuranti, l’Apocalisse ci invita a rivedere le nostre convinzioni e le nostre certezze e ci esorta, di fronte alle gravi questioni che assillano i nostri giorni, al dovere di una testimonianza fedele e veritiera. L’aveva già intuito Ernesto De Martino quando scriveva che il cuore dell’apocalissi cristiana non sta nel ripiegarsi in se stessi in un’attesa nichilistica della fine, ma in un «movimento storico» capace di dischiudere un «testimoniare operoso» per via del quale «il cristiano si sente chiamato a testimoniare nel mondo con opere civili, giorno per giorno». Si tratta allora di un martirio nel senso etimologico del termine, che Maier definisce giustamente «a caro prezzo». Proprio come «la grazia a caro prezzo» (die teure Gnade) di cui parlava Dietrich Bonhoeffer in apertura di Nachfolge, l’esosità di tale testimonianza si misura tanto sulla persona, che è chiamata alla sequela a costo della propria vita, quanto su Dio, che per essa ha dovuto sacrificare il proprio Figlio. Un compito impegnativo, ci ricorda Maier, ma ineludibile.

di Giovanni Cerro

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24 agosto 2019

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