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Quale cristianesimo
per l’Europa

· Papa Francesco intervistato da «la Croix» ·

Migranti, islam, laicità, la Francia, i missionari, gli abusi, l’ipotesi di una reintegrazione dei lefebvriani nella Chiesa, la famiglia sono i principali temi trattati nell’intervista, il 9 maggio, del quotidiano francese «la Croix» a Papa Francesco. 

Nei suoi discorsi sull’Europa, lei ricorda le “radici” cristiane del continente, senza però mai qualificarle come cristiane. Definisce piuttosto “l’identità europea” come “dinamica e multiculturale”. Secondo lei, l’espressione “radici cristiane” è inappropriata per l’Europa?

Bisogna parlare di radici al plurale perché ce ne sono tante. In tal senso, quando sento parlare delle radici cristiane dell’Europa, a volte temo il tono, che può essere trionfalista o vendicativo. Allora diventa colonialismo. Giovanni Paolo ii ne parlava con un tono tranquillo. L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio. Erich Przywara, grande maestro di Romano Guardini e di Hans Urs von Balthasar, ce lo insegna: l’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista.

Lei il 16 aprile ha compiuto un gesto forte portando con sé da Lesbo a Roma alcuni rifugiati. Ma l’Europa può accogliere tanti migranti?

È una domanda giusta e responsabile perché non si possono spalancare le porte in modo irrazionale. Ma la domanda di fondo che bisogna porsi è perché ci sono tanti migranti oggi. Quando sono andato a Lampedusa, tre anni fa, questo fenomeno cominciava già. Il problema iniziale sono le guerre in Medio Oriente e in Africa e il sottosviluppo del continente africano, che provoca la fame. Se ci sono guerre è perché ci sono fabbricanti d’armi — il che si può giustificare per la difesa — e soprattutto trafficanti di armi. Se c’è tanta disoccupazione è per la mancanza d’investimenti che possono creare del lavoro, di cui l’Africa ha tanto bisogno. Ciò solleva in senso più ampio la domanda su un sistema economico mondiale caduto nell’idolatria del denaro. Più dell’80 per cento delle ricchezze dell’umanità sono in mano a circa il 16 per cento della popolazione. Un mercato completamente libero non funziona. Il mercato di per sé è una cosa buona ma gli occorre, come punto di appoggio, una parte terza, lo Stato, per controllarlo ed equilibrarlo. È ciò che chiamiamo economia sociale di mercato. Ritorniamo ai migranti. L’accoglienza peggiore è di ghettizzarli quando al contrario occorre integrarli. A Bruxelles i terroristi erano belgi, figli di migranti, ma venivano da un ghetto. A Londra, il nuovo sindaco ha prestato giuramento in una cattedrale e senza dubbio sarà ricevuto dalla regina. Ciò mostra all’Europa l’importanza di ritrovare la sua capacità d’integrare. Penso a Gregorio Magno che ha negoziato con quanti venivano chiamati barbari, che si sono poi integrati. Questa integrazione è oggi tanto più necessaria in quanto l’Europa sta vivendo un grave problema di denatalità, a causa di una ricerca egoistica del benessere. Si crea un vuoto demografico. In Francia tuttavia, grazie alle politiche familiari, questa tendenza è attenuata.

Il timore di accogliere migranti è alimentato in parte dal timore dell’islam. Secondo lei, la paura che questa religione suscita in Europa è giustificata?

Non credo che oggi ci sia una paura dell’islam in quanto tale, ma di Daesh e della sua guerra di conquista, tratta in parte dall’islam. L’idea di conquista è inerente all’anima dell’islam, è vero. Ma si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni. Dinanzi all’attuale terrorismo islamico, converrebbe interrogarsi sul modo in cui è stato esportato un modello di democrazia troppo occidentale in Paesi in cui c’era un potere forte, come in Iraq. O in Libia, dalla struttura tribale. Non si può avanzare senza tener conto di quella cultura. Come ha detto un libico un po’ di tempo fa: «Un tempo avevamo Gheddafi, ora ne abbiamo cinquanta!». In linea di principio, la convivenza tra cristiani e musulmani è possibile. Io vengo da un Paese in cui convivono in buona familiarità. I musulmani vi venerano la Vergine Maria e san Giorgio. Mi è stato detto che in un Paese dell’Africa per il giubileo della Misericordia, i musulmani fanno a lungo la fila davanti alla cattedrale per varcare la porta santa e pregare la Vergine Maria. Nella Repubblica Centrafricana, prima della guerra, cristiani e musulmani vivevano insieme e oggi devono reimparare a farlo. Anche il Libano mostra che ciò è possibile.

L’importanza dell’islam oggi in Francia, come l’ancoraggio storico cristiano del Paese, sollevano domande ricorrenti sul posto delle religioni nello spazio pubblico. Qual è, secondo lei, una buona laicità?

Uno Stato deve essere laico. Gli Stati confessionali finiscono male. Ciò va contro la storia. Credo che una laicità accompagnata da una solida legge che garantisca la libertà religiosa offra un quadro per andare avanti. Noi siamo tutti uguali, come figli di Dio o con la nostra dignità di persone. Ma ognuno deve avere la libertà di esteriorizzare la propria fede. Se una donna musulmana vuole portare il velo, deve poterlo fare. Lo stesso se un cattolico vuole portare una croce. Si deve poter professare la propria fede non accanto, ma in seno alla cultura. La piccola critica che rivolgerei alla Francia a tale riguardo è di esagerare la laicità. Ciò deriva da un modo di considerare le religioni come una sottocultura e non come un cultura a pieno titolo. Temo che questo approccio, che si comprende come eredità dell’illuminismo, persista ancora. La Francia dovrebbe fare un passo avanti a tale proposito per accettare che l’apertura alla trascendenza è un diritto per tutti.

In questo contesto laico, i cattolici come dovrebbero difendere le loro preoccupazioni su temi sociali quali l’eutanasia o il matrimonio tra persone dello stesso sesso?

È in Parlamento che bisogna discutere, argomentare, spiegare, ragionare. Così cresce una società. Una volta che la legge viene votata, lo Stato deve rispettare le coscienze. In ogni struttura giuridica deve essere presente l’obiezione di coscienza, perché è un diritto umano. Incluso per un funzionario del governo, che è una persona umana. Lo Stato deve anche rispettare le critiche. Questa è una vera laicità. Non si possono spazzar via gli argomenti dei cattolici dicendo loro: «Parlate come un prete». No, essi si fondano sul pensiero cristiano, che la Francia ha così notevolmente sviluppato.

Che cosa rappresenta la Francia per lei?

La figlia maggiore della Chiesa... ma non la più fedele [ride]. Negli anni Cinquanta si diceva anche: “Francia, Paese di missione”. In tal senso, è una periferia da evangelizzare. Ma bisogna essere giusti con la Francia. La Chiesa possiede lì una capacità creatrice. La Francia è anche una terra di grandi santi, di grandi pensatori: Jean Guitton, Maurice Blondel, Emmanuel Lévinas (che non era cattolico), Jacques Maritain. Penso anche alla profondità della letteratura. Apprezzo pure il modo in cui la cultura francese ha impregnato la spiritualità gesuita rispetto alla corrente spagnola, più ascetica. La corrente francese, iniziata con Pierre Favre, pur insistendo sempre sul discernimento dello spirito, dà un altro sapore. Con i grandi padri spirituali francesi: Louis Lallemant, Jean-Pierre de Caussade. E con i grandi teologi francesi, che hanno aiutato tanto la Compagnia di Gesù: Henri de Lubac e Michel de Certeau. Questi ultimi due mi piacciono molto; due gesuiti che sono creativi. Insomma, ecco ciò che mi affascina della Francia. Da un lato questa laicità esagerata, eredità della Rivoluzione francese, e dall’altro tanti grandi santi. 

Qual è quello o quella che preferisce?

Santa Teresa di Lisieux.  


di Guillaume Goubert
e Sébastien Maillard

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11 dicembre 2017

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