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Il dono rimosso dell'essere figli

· Filosofia del «prendersi cura» ·

Siamo tutti figli. È questo l'autentico denominatore che accomuna strutturalmente e da sempre il genere umano. Poi, possiamo diventare genitori o meno, possiamo avere fratelli o essere figli unici, possiamo essere bianchi o neri, felici o sofferenti (o un po' l'uno e un po' l'altro), credenti o non credenti, curiosi o apatici, alti o bassi. Questa relazione di figliolanza che, nel bene o purtroppo nel male, tutti viviamo, incarna in sé una cosa fondamentale: il senso di dipendenza.

Sulla dipendenza costruttiva, vitale, traboccante di impegno e d'amore, quella dipendenza che dà pienezza al tempo e senso alla vita, è incentrato il primo saggio tradotto in italiano dell'americana Eva Feder Kittay, docente di filosofia all'università di Stony Brook (vicino New York) La cura dell'amore. Donne, uguaglianza, dipendenza (Milano, Vita&Pensiero, 2010, pagine 358, euro 19,80).

Non nuova a riflessioni sui temi della dipendenza, della cura e dell'eguaglianza, in questo libro (uscito per la prima volta nel 1999, con il titolo di Love's Labor ) la Kittay affronta il tema della vulnerabilità e della dipendenza (ineluttabili, sia pure in gradi diversi, nella vita di ogni essere umano) nelle loro manifestazioni più eclatanti assunte nelle diverse forme di disabilità, muovendo l'analisi dalla prospettiva di quanti si prendono cura degli altri. Quello di cura è un lavoro che le società occidentali perseverano nel considerare privato, di serie B, poco prestigioso, marginale, invisibile (un «io trasparente»), proprio di chi non ha alcun potere e competenze, un lavoro che invece ha un enorme significato concreto, sociale, filosofico, economico, giuridico e morale.

Finché, infatti, non comprenderemo autenticamente che la dipendenza, tutt'altro che uno stato miserabile e miserrimo da evitare con tutte le forze, è l'origine «dei nostri legami più profondi, è la ragione di ogni organizzazione sociale umana», ecco che «non troveremo mai la strada verso una società pienamente giusta».

Perché sono le differenze che incontriamo a contribuire a ridefi- nire l'uguaglianza. Perché è proprio l'essere figli, scrive ancora Eva Feder Kittay, ciò che «conferisce a ciascuno il diritto all'uguaglianza».

Le riflessioni dell'autrice spaziano da un terreno più teorico a considerazioni più personali, legate al racconto della sua maternità, della scoperta della grave disabilità della figlia maggiore Sesha, dei complicati anni dell'infanzia, della capacità di trovare una via per relazionarsi con una bambina e poi donna che, per tutta la vita, sarà dipendente dal prossimo. Sono decisamente le pagine più belle e significative del saggio, quelle in cui si incarna e prende vita la filosofia di una filosofa che esprime il suo pensiero senza mai salire in cattedra o scivolare nel sentimentalismo, rimanendo invece sempre lucida e sincera.

In un mondo in cui il venire al mondo e lo stare al mondo sembrano dover essere in qualche modo meritati (come nota Adriano Pessina nell'introduzione) Sesha è invece diventata una persona adulta con le sue dipendenze, nelle sue dipendenze.

Del resto, siamo assolutamente e sempre più convinte che quanto più sapremo entrare in quel mistero meraviglioso è che il dipendere dal prossimo — non certo nel senso di utilizzare l'altro come riempitivo dei propri vuoti e dolori, ma nel significato di fidarsi, e lasciarsi accudire e autenticamente amare da chi ci è accanto — quanto più sapremo vivere la potenza affascinante e salvifica del farci carico delle dipendenze altrui, tanto più saremo in grado, come singoli e come comunità, di condurre esistenze più ricche, più giuste, più serene e felici.

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11 dicembre 2019

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