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Il dono di Pauline

· Torna in libreria «Tutti i bambini tranne uno» di Philippe Forest ·

Edvard Munch, «La bambina malata» (1885-1886, particolare)

Può essere bellissimo il libro che racconta gli ultimi mesi di vita di una bimba di quattro anni, morta per un tumore propagatosi a velocità estrema? Possono esserlo le oltre trecento pagine in cui il padre ne ripercorre — dal primo all’ultimo giorno — la devastante odissea? «Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita» scrive Philippe Forest in Tutti i bambini tranne uno (Roma, 2018, pagine 352, euro 18,50), vincitore del Prix Femina 1997, appena riproposto dall’editore Fandango con la traduzione di Gabriella Bosco (la prima uscita in Italia era stata con Alet nel 2005). La frase suona eccessiva, fuori luogo, quasi esibizionista. Eppure — si scopre leggendo questo libro meraviglioso — ha un senso profondo. Tre anni, qualche mese e un dolorino al braccio sinistro: il pomeriggio antecedente la riapertura dell’asilo dopo le vacanze invernali, la pediatra prescrive a Pauline una serie di analisi. Dai compagni la bimba non tornerà più: ha un cancro rarissimo. Il primo intervento sembra avere successo, ma — implacabile — “la pallina” torna: ha raggiunto un polmone. La seconda operazione riesce a sopprimerla, ma «il cancro era come una fiamma che correva su un grande foglio di carta». Raggiunge l’altro polmone, ed è solo questione di ore.

Questa è la trama spietata del romanzo, il dolore e la tragedia sono lì, nulla è nascosto, eppure c’è molto altro. Con una prosa schietta e poetica, Forest riesce a non essere mai spietato. Racconta le giornate di Pauline, i viaggi, i sogni, i giochi e le letture preferite, la tenacia, il coraggio. E la sua trasformazione: «Perde un po’ della sua timidezza di bambina, e in questo universo di dolore acquista in sicurezza, allegria, socievolezza. Forse maschera il panico con l’audacia, lo sconforto con la gaiezza. Forse imita i genitori (...). Il suo coraggio rende possibile il loro coraggio, e se ne nutre a sua volta. Nella grande desolazione del male, lei non abbandona loro e loro non abbandonano lei».

In mezzo le relazioni con i diversi medici, nell’equilibrio precario tra dire e non dire; tra sentire e non ascoltare («Eravamo noi a dover decidere quello che esattamente volevamo sapere. Ci espose la situazione com’era sua consuetudine. Parlava lentamente, si capiva che soppesava le parole. Diceva l’essenziale poi taceva. Se gli facevamo domande dirette non si sottraeva. Ma non anticipava mai le domande, lasciando a noi la scelta della quota esatta di verità che desideravamo conoscere»). Gli amici che si rarefanno, la tragedia che, protraendosi, diventa una routine troppo spaventosa da accompagnare, mentre per chi la vive il rapporto con il tempo assume significati impensati («Il dolore ci rendeva esuli, refrattari, invulnerabili, invisibili»); compresa la consapevolezza di quello che non sarà mai. Mai Pauline adolescente, mai Pauline donna: resta genitore anche chi — insieme con la vita — dà la morte?

Docente universitario di letteratura francese prima e di letterature comparate poi, critico letterario e cinematografico, Forest intreccia la storia di Pauline (e dei suoi genitori) con la storia della letteratura. Il dolore e la tragedia sono lì anche mentre Victor Hugo sotterra la figlia diciannovenne Léopoldine; mentre Stèfane Mallarmé perde Anatole o James Joyce assiste al dramma della figlia Lucia che sprofonda nella follia. Perché è vero che Forest scrive «per noi tre e per nessun altro» ma da studioso che ha fatto del dialogo con la letteratura la sua vita, è il primo a sapere di mentire. Pauline è morta, la letteratura non sana la ferita né tanto meno riporta la vita, ma serve. Serve quando ricordare è la sola arma (benché spuntata) che resta. Aiuta un padre, aiuta una madre, e, con loro, ogni padre e ogni madre.

Tutti i bambini tranne uno è così la storia di una bimba che lotta contro il cancro. Ma è anche la storia dei suoi genitori che imparano ad accompagnarla fino all’ultimo passo. E che imparano ad accompagnare loro stessi. «L’apprendimento della morte è una lunga pedagogia di cui sillabiamo appena i rudimenti», scrive Forest a pagina 42.

«Alle cinque solleva un poco la mano destra (...). Suo padre è lì, approfitta di quell’istante miracoloso di risveglio, l’accarezza, le parla. Lei sorride tranquilla. Lui capisce senza difficoltà le due sillabe che le labbra articolano silenziose. Bisogna chiamare “mam-ma” che riposava un attimo nella stanza accanto. Lei accorre, e si può pensare che su quest’immagine desiderata si compia la vita cosciente della bambina». La trama è spietata, lo sguardo è consapevole («ogni dolore è indivisibile»), ma la narrazione — che non cerca pietà o consolazione — è un viaggio che aiuta a sopravvivere. E, perché no, a vivere.

di Silvia Gusmano

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20 marzo 2019

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