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Il dolore e la catarsi

· Nell’autobiografico «Ghosteen» di Nick Cave and The Bad Seeds la disperazione di un padre per la morte del figlio ·

«La fine sta per avvicinarsi, allora ti parlo mio Creatore. C’è qualcosa che non comprendo. Perché mi lasci crepare qui da solo?». È l’incipit di un fumetto intitolato Nick Cave, Mercy On Me che potrebbe spiegare Ghosteen, il nuovo album di Nick Cave and The Bad Seeds. Nelle tavole di Reinhard Kleist la storia personale di Nick si mescola a scene gotiche che lo ritraggono mentre sfida a viso aperto la morte, tormentato dai suoi dèmoni e rincorso dagli aguzzini. Un racconto considerato dallo stesso Cave più vicino alla verità di qualunque altra biografia.

Ghosteen è il pianto di un padre che si dispera per la morte del figlio. L’artista australiano racconta la perdita del giovane figlio Arthur morto nel 2015 precipitando da una scogliera vicino a Brighton, nell’East Sussex, a sud di Londra. La morte più volte è stata raccontata nelle canzoni. Ci sono dischi in cui il trapasso appare tragico e teatrale. In Blackstar David Bowie allestì la sua morte e la mise in scena, scioccando il suo pubblico. C’è l’album di Sufjan Stevens Carrie & Lowell con dedica alla madre Carrie e al patrigno Lowell. Una madre scomparsa per un male incurabile su cui fissare lo sguardo per dare un significato al dolore. Anche nel disco The Soft Bulletin dei Flaming Lips si canta la perdita di un genitore. In un’intervista, il leader della band Wayne Coyne dichiarò che l’album fu scritto dopo la morte del padre per un cancro. In un momento in cui non sopportava quella brutalità, pensò a quanto la vita fosse meravigliosa. Coyne sentì l’obbligo di portare bellezza nel suo mondo in rovina componendo canzoni tra le più importanti della storia della musica contemporanea.

Ghosteen come un ring dove Nick tira pugni in aria mente la morte lo mette al tappeto. Ci vorrebbe qualcuno o qualcosa in grado d’innalzare il pugile battuto e nobilitarlo con la speranza. Sembra un personaggio che alberga ne I Miserabili di Victor Hugo, uno di quei poveri bisognosi tanto cari al vescovo Myriel. Potremmo immaginare il vescovo chinarsi su Nick per consolarlo, sussurrandogli «bada al modo con cui ti volgi verso tuo figlio morto: non pensare a quel che si decompone; guarda fisso e scorgi la viva luce del tuo morto adorato nel fondo dei cieli». Il racconto di Hugo così continua: «Il vescovo sapeva che la fede è la salvezza; cercava di consigliare di calmare l’uomo disperato additandogli l’uomo rassegnato, e di trasformare il dolore che contempla una fossa indicandogli quello che guarda una stella». E una luce appare nella copertina, un indizio per comprendere il più difficile e ipnotico disco di Nick Cave.

L’autore della copertina è Tom Dubois, un passato da illustratore a servizio di diverse multinazionali e soprattutto pittore, ora conosciuto per la sua arte cristiana. Convertitosi in età adulta al cristianesimo, impiega il suo talento in pitture ispirate agli episodi biblici e al volto santo di Gesù, devolvendo parte del ricavato in beneficenza. Nella cover si vede un giardino paradisiaco abitato da un leone e da un agnello. Potrebbero simboleggiare ciò che è scritto nel libro del profeta Isaia al capitolo undicesimo: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto».

Uno scenario, quello della copertina, in cui tutte le bestie sono raffigurate in una pace perfetta, in un posto in cui gli uomini si fondono come spiriti nella luce del Risorto. In Bright Horses Cave canta di cuori che tendono verso qualcosa e di occhi stanchi di vedere le cose per quelle che sono perché un cavallo è solo un cavallo, i campi sono solo campi e non c’è nessun dio. C’è la difficoltà di credere nella verità disegnata in copertina, come se Nick Cave fosse incastrato tra tensioni genuine verso l’alto e cadute repentine agli inferi. Lo canta nella canzone Galleon Ship, la più trascendentale dell’album: «Se potessi navigare su un galeone. Un cavaliere alto e solitario che attraversa il cielo, scandaglia misteri mentre dormi. Il mio galeone volerà e cadrà di continuo, nel profondo della tua grazia… E se risorgiamo il mio amore, prima che faccia giorno, milioni di galeoni salperanno. Perché a quanto pare non siamo soli, così tanti naviganti nel cielo. I venti del desiderio nelle loro vele, alla ricerca dell’altro lato». Il desiderio spinge Nick Cave a spostarsi dal suo punto d’osservazione fino all’altro lato del mondo, lì dove il sole della speranza non tramonta mai.

La copertina del disco Ghosteen offre ulteriori interpretazioni. Nel racconto Le cronache di Narnia di C. S. Lewis il leone rappresenta Cristo Salvatore. Gesù è una figura centrale nella scrittura di Nick Cave. In una canzone dell’album, la straziante Sun Forest, il Signore è colui che ci avrebbe lasciato una parola che avrebbe illuminato la notte. Il testo poi continua: «Ma le stelle pendono da fili e lampeggiano una per una e non è bello per nulla... Starsene qui da soli senza un posto dove andare, con un uomo impazzito dal dolore e un ladro a ciascun lato. Tutti quanti penzolano da un albero». C’è un nesso tra il grande felino della copertina e l’evangelista Marco, il cui simbolo è per l’appunto il leone. Il libro secondo san Marco è quello preferito da Nick Cave, lo scrisse nell’introduzione al vangelo in un’edizione distribuita in Italia dalla Einaudi. Nell’album si comunica il sacrificio di un figlio, nel vangelo di Marco si racconta in modo cruento il Figlio dell’uomo crocifisso tra umiliazioni e sofferenze.

Ascoltato, guardato e letto con pazienza, Ghosteen mostra una bellezza cui non siamo più abituati a contemplare. Capiremmo meglio la Memoria Passionis di Nick Cave e di quei genitori che non si rassegnano alla morte dei figli. La sua capacità di raccontare un dolore disumano si trasforma in un esercizio spirituale che lo raffina, come è scritto nel libro del Siracide: «Accetta tutto quello che ti succede, nei periodi di umiliazione sii paziente, perché con il fuoco si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore» (2,4-5).

Nel romanzo scritto da Nick Cave E l’asino vide l’angelo la morte viene definita come la ferita del dolore sulla vita. Nella discografia di Nick Cave, la morte è pronta ad afferrarlo in ogni istante. Ascoltando Ghosteen sembra non aver paura di morire, ma sappiamo bene che è una bugia. Pare invece esserne ossessionato. Nel primo capitolo del racconto una partoriente ubriaca mette al mondo due bambini con l’aiuto di un marito dalla cui bocca esce una catena di bestemmie. I personaggi di un Natale angoscioso. La scena presepiale riappare in Night Raid, in un hotel in cui c’è un quadro della Pietà di Michelangelo. Due genitori con il figlio morto sotto lo sguardo della Madre celeste. «C’è un quadro di Gesù fra le braccia di sua madre. Ci diedero la stanza 33, bene bene... Tu eri un fiocco di neve in fuga. Tu eri magra e bianca come un’ostia, lo so. Seduto sul bordo del letto battendo i piedi. Ho estratto da te le mie piccole canzoni. E tutti noi risorgiamo dalla nostra meraviglia. Non ammetteremmo mai la sconfitta. Ci appoggiamo alla finestra, la pioggia cade sulla strada». Tra le braccia della Vergine Maria c’è l’adolescente fantasma (traduzione del termine Ghosteen) che costringe Nick Cave a fronteggiare la morte insieme alla moglie Susie Bick. Nick nega la morte, poi patteggia con essa, reagisce rabbiosamente e si deprime. Ed infine l’accetta, si arrende di fronte alla luttuosa evidenza che il figlio non tornerà più. In Leviathan canta: «Amo il mio bambino e il mio bambino ama me, immenso e selvaggio ed è profondo come il mare. E ora il sole affonda nell’acqua». Non a caso il leviatano, quell’animale che da Isaia è definito come un serpente guizzante e tortuoso, il coccodrillo di Giobbe, una potenza nemica di Dio e degli uomini. Quella bestia che trascinò suo figlio nelle fredde acque del Sussex.

Per Nick Cave non si tratta più di cantare storie alla Flannery O’Connor o di attingere da un dolore passeggero nel solito cliché che comanda a una rockstar d’apparire triste e maledetta. Nel disco Ghosteen c’è un papà che è sopravvissuto al figlio. Papa Francesco commentò in un’udienza l’episodio della vedova che aveva perso il suo unico figlio (Luca 7,11-15): «Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia è come se fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro. La morte, che porta via il figlio piccolo o giovane, è uno schiaffo alle promesse, ai doni e sacrifici d’amore gioiosamente consegnati alla vita che abbiamo fatto nascere». Niente potrebbe spiegare meglio la sofferenza di Nick Cave esternata in un disco che si apre con la morte di Elvis Presley, la canzone è Spinning Song. Il prologo al brano è stato pubblicato nel suo blog The Red Hand Files, un progetto web molto interessante in cui Nick risponde alle domande del suo pubblico.

Un’ascoltatrice gli chiede: «Cosa ha significato per te Elvis?». Lui risponde elencando una serie di episodi di stelle morenti della musica come Elvis sballato e sovrappeso, Johnny Cash ormai cieco, Nina Simone incapace di stare in piedi su un palco e Shane MacGowan (compianto leader dei Pogues) che si trascinava al microfono sotto effetto di allucinogeni. Ciò nonostante, appena iniziavano a cantare si trasformavano, facendo di quelle esibizioni un’esperienza religiosa. Una narrazione della sofferenza e della rinascita che trascende l’artista dalla sua miseria — scrive Nick Cave — in una sorta di esorcismo pubblico che lo trasforma in un essere divino. Anche lui ora si trascina a stento, è piegato dalla morte e non sopporta più di stare senza il suo bambino. Inizia a cantare e a vincersi. Il disco è il suo tentativo di ritornare alla vita.

Nel blog risponde a un padre che avendo perso anch’egli un figlio gli pone una domanda tremenda. Citando l’episodio di Pinocchio che salva suo babbo Geppetto dall’abisso, chiede a Nick Cave: «Cosa succede a un padre se il figlio muore? Perdiamo la possibilità di essere salvati?». La risposta di Cave è sorprendente e tenera: «L’episodio di Geppetto, il padre creatore di Pinocchio intrappolato nella pancia della balena, è una metafora molto potente di un padre separato dal suo bambino. Noi padri in lutto, tutti noi, iniziamo il nostro tempo nel vasto e oscuro ventre della balena. Moriamo e diventiamo bambini, mentre siamo immersi in un’oscurità da cui non sembra esserci via d’uscita. Ho scoperto che lo spirito di mio figlio è stato in grado di liberarmi da questo posto terribile. I nostri figli defunti possono diventare le guide che ci portano fuori dal buio. Ho visto mio figlio sfidare il mare, entrare nella balena, accendere il fuoco e liberarmi dalle sue viscere. Mio figlio viene in mio soccorso, genitore di me, padre di me, mentre l’oscurità si riafferma. Un giorno mio figlio lascerà la mia mano e tornerà alla sua forma spirituale — il bambino — e tornare libero. Potrò diventare di nuovo suo padre. Quel giorno sta arrivando, ma non è ancora qui, per te o per me. Come hai detto, stiamo ancora vivendo in un altro mondo con i defunti».

Come una luce nella notte canta in Waiting For You un verso che lo farà balzare fuori dal ventre della balena: «A volte un briciolo di fede può fare parecchia strada». Come disse Gesù nel vangelo di Luca: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». La risposta alla domanda che in Ghosteen Nick Cave non osa esplicitare se non in forma di lamento: «Signore, accresci la mia fede».

di Massimo Granieri

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08 dicembre 2019

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