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Il dodicesimo clavigero

· Nell'anno europeo del patrimonio culturale ·

La cultura europea comune, ciò che sostanzialmente rende l’Europa tale, è una cultura dell’apertura nei confronti della varietà, una cultura alla quale appartengono le grandi tradizioni umaniste dall’antichità classica fino all’illuminismo, così come il cristianesimo e l’ebraismo, nonché le esperienze comuni e dolorose delle guerre e degli orrori nella storia degli stati europei. 

Vasilij Kandinskij «Composizione X» (1939)

Questa cultura dell’apertura nei confronti della varietà non è il risultato del nostro benessere economico; piuttosto ne è la premessa. Non è solo e principalmente un fattore di appetibilità nazionale, bensì soprattutto espressione di umanità. Concepirla come una patria spirituale e tutelarla sono la cosa migliore che possiamo fare per un’Europa forte.
Vivere e difendere l’Europa come patria spirituale è fortunatamente possibile non solo nei luoghi che furono la culla della cultura europea, l’Italia e la Grecia, bensì dappertutto in Europa. A prescindere che si tratti di Berlino o Praga, della Spagna o della Svezia: la storia comune e movimentata dell’Europa è onnipresente nel patrimonio architettonico.
È proprio su questo che vogliamo attirare l’attenzione nell’anno europeo del patrimonio culturale promosso dalla mia istituzione e che celebreremo quest’anno in tutto il continente all’insegna dello slogan Sharing Heritage. Con una vasta gamma di progetti in tutta Europa, quest’anno darà l’opportunità di riscoprire il patrimonio culturale comune europeo. Occuparsi del retaggio culturale comune proprio in tempi di crisi politiche favorisce l’unione. Una comunità che è sicura delle proprie radici comuni, della propria patria, e se ne accerta costantemente, può infatti lasciare spazio alle differenze senza sentirsi minacciata.
L’anno europeo del patrimonio culturale ci ricorda non da ultimo, quattro secoli dopo l’inizio della guerra dei trent’anni e 100 anni dopo la fine della prima guerra mondiale, quanto sia stata per noi complessa la varietà religiosa e culturale in Europa, quanto sia stato faticoso conquistare la democrazia, la tolleranza e la libertà, e con quanta guerra, dolore e violenza. Ci ricorda che i nostri valori democratici, come anche la capacità di anteporre ciò che ci unisce a ciò che ci divide e di concepire la varietà come una conquista di libertà, sono in definitiva insegnamenti che abbiamo imparato amaramente.
Oggigiorno sono proprio l’arte e la cultura a poter dare un particolare contributo a tali insegnamenti, i quali richiedono costantemente una rinnovata coesistenza pacifica tra stili di vita, tradizioni e visioni del mondo diverse. A prescindere che sia la poesia, la pittura, la cinematografia o la musica, il teatro o la danza: l’arte può costituire una lingua comune laddove concetti diversi causano silenzi o fraintendimenti. L’arte può donarci esperienze comuni ove la provenienza diversa comporta limitazione ed esclusione. L’arte può rendere visibile ciò che unisce laddove la percezione è dominata da ciò che divide.
L’arte può modificare la prospettiva e ampliare gli spazi immaginativi, e con essi anche i confini dell’empatia. Inoltre i nostri musei e le nostre istituzioni culturali sono altresì luoghi di dibattiti pubblici che non illustrano solo la società, bensì contribuiscono sempre a plasmarla. Riescono a far vacillare visioni del mondo costruite sul risentimento e ad aiutarci a capire chi siamo, come individui, come tedeschi e come europei. Riescono a far sentire i valori democratici anche al di là del confronto argomentativo.
«Senza arte nessuna identità», questa è la formulazione impiegata una volta da Arnold Nesselrath stesso in un suo contributo pubblicato sulla «Süddeutsche Zeitung» del 27 luglio 2015 in cui ha difeso con vigore e competenza professionale il mio progetto altamente controverso all’epoca, specialmente tra i mercanti d’arte, di una nuova legge a tutela del patrimonio culturale, così come ha fatto anche durante un’audizione di esperti nella commissione per la cultura del Bundestag.
Sono particolarmente grata ancora oggi al professor Nesselrath del suo competente sostegno. In un dibattito surriscaldato da polemiche e allarmismi da parte di una minoranza particolarmente rumorosa, ha dimostrato in qualità di promotore del retaggio culturale non solo competenza tecnica, bensì anche l’atteggiamento di un vero ambasciatore del patrimonio culturale.
La rilevanza di un tale ambasciatore del patrimonio culturale può essere in un certo senso paragonata al ruolo di colui senza il quale nulla si muove nei Musei vaticani, ossia all’importanza del cosiddetto clavigero. Questo è il nome del custode delle chiavi, il signore delle tremila e più chiavi con cui ogni mattina vengono aperte e poi di sera richiuse tutte le porte e portoni dei Musei.
Senza queste chiavi e senza i clavigeri (in totale sono 11) non sarebbe possibile accedere alle collezioni d’arte pontificie; senza il nostro retaggio culturale, senza l’opera dei suoi mediatori, non è possibile accedere all’identità europea, alla concezione che l’Europa ha di sé.

Il patrimonio culturale comune dell’Europa è la chiave per la coesione e quindi per il futuro dell’Europa stessa. Non da ultimo sono i capolavori dell’arte e dell’architettura a trasmettere in modo convincente quanto i cittadini d’Europa sia uniti al di là dei confini nazionali. Tenere a mente in questo modo il fondamento su cui è edificata l’Europa è oggi più importante che mai alla luce dell’erosione delle idee fondanti dell’Unione europea che si può constatare da più parti: alla luce della Brexit in Gran Bretagna, delle restrizioni dei diritti democratici fondamentali in alcuni paesi dell’Unione e alla luce del rafforzamento delle correnti populiste e antieuropeiste anche a casa nostra.

di Monika Grutters

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18 marzo 2019

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