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Il dito e la Luna

· Prima della missione Apollo 11 ·

L’angelus di Paolo VI del 13 luglio 1969

La fantascienza è diventata realtà il 20 luglio 1969, quando gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin hanno messo piede sulla Luna che avevano raggiunto dopo quattro giorni di viaggio a bordo dell’Apollo 11. Il terzo membro della missione, Michael Collins fu sfortunato, anche se lui diceva di no. Era l’unico che sapeva pilotare il modulo di comando, ed è dovuto rimanere in orbita mentre gli altri due saltavano sulla superficie lunare in mondovisione. Era necessario, senza di lui la missione non sarebbe riuscita, però non deve essere stato facile restare lontani come Mosè a contemplare la “Luna promessa” senza poterla raggiungere. A ogni orbita per 48 minuti rimaneva fuori dal contatto radio con la Terra, le emozioni che provava, riferì poi, non erano di paura o di solitudine, ma piuttosto di «consapevolezza, anticipazione, soddisfazione, fiducia, quasi esultanza». A ogni modo, continuava «è da Adamo che nessuno ha conosciuto una tale solitudine umana».

Tarsila do Amaral, «A Lua»  (1928, particolare)

Gli altri due allunarono e il cammino dell’uomo subì un’improvvisa accelerazione (alla quale sarà dedicato il prossimo inserto «Quattro pagine», in edicola sabato 20 luglio). Per uscire dalla navetta ci misero più tempo del previsto, perché lo zaino che portavano dietro le spalle per garantirsi la sopravvivenza era un po’ troppo grosso per passare agevolmente dal portello. Fu l’unico momento in cui i parametri vitali raggiunsero livelli critici. Dopo avere raccolto oltre venti chilogrammi di pietre e piantato la bandiera, in realtà appena appuntata per pochi centimetri perché il suolo era particolarmente duro, tornarono dal collega.

Prima però lasciarono sulla superficie lunare una lamina d’oro sulla quale era inciso il Salmo 8: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi (5-7)».

Il messaggio al cosmo gli era stato affidato da Paolo VI che già una settimana prima aveva indirizzato il suo pensiero alla missione. Era il 13 luglio e Montini sottolineava che il pensiero andava necessariamente «al di là degli elementi descrittivi di questo fatto singolarissimo e meraviglioso». Si stava facendo la storia e quello che stupiva di più il Papa era «vedere che non si tratta di sogni».

«La fantascienza diventa realtà», disse ma non si fermò lì, colse invece un aspetto particolare della missione: «Se si considera l’organizzazione di cervelli, di attività, di strumenti, di mezzi economici, con tutti gli studi, gli esperimenti, i tentativi, che l’impresa richiede, l’ammirazione diventa riflessione; e la riflessione si curva su l’uomo, sul mondo, sulla civiltà, da cui scaturiscono novità di tale sapienza e di tale potenza».

Ancora una volta le domande di sempre riaffiorarono: «Chi è questo essere capace di tanto? così piccolo, così fragile, così simile all’animale, che non cambia e non supera da sé i confini dei propri istinti naturali, e così superiore, così padrone delle cose, così vittorioso sul tempo e sullo spazio? chi siamo noi?».

Seicento milioni di persone guardavano in diretta la Luna. L’intuizione di Paolo VI riportò l’attenzione sulla mano dell’uomo, ponendo «questa creatura di Dio, ancora più della Luna misteriosa, al centro di questa impresa».

di Marcello Filotei

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19 agosto 2019

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