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Tre giorni a piedi nudi
nella neve

· ​Gregorio VII ed Enrico IV ·

«Non preoccupatevi, a Canossa noi non andremo, né col corpo né con lo spirito», così dichiarava il 14 maggio 1872 il cancelliere Otto von Bismarck davanti al parlamento di Berlino. Di fronte al rifiuto di Pio IX di accreditare l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Bismarck esprimeva la volontà del Reich di non cedere alle pressioni esterne: con l’espressione «andare a Canossa» egli intendeva designare un atto di sottomissione vissuto come un’umiliazione volontaria e pubblica. 

Eduard Schwoiser, «Enrico iv a Canossa» (1862)

Lo scrive Giovanni Cerro aggiungendo che questa è, infatti, l’interpretazione più diffusa dell’episodio che si svolse tra il 25 e il 28 gennaio 1077 alle porte del castello della marchesa Matilde e che coinvolse il sovrano Enrico IV e il Pontefice Gregorio VII, impegnato in un generale rinnovamento della Chiesa. Il volume Canossa. Il disincanto del mondo del medievista tedesco Stefan Weinfurter (Bologna, il Mulino, 2014, pagine 276, euro 22) propone un vivido ritratto dei protagonisti e un’accurata ricostruzione dell’epoca alla luce della storiografia più aggiornata. L’intento dell’opera è offrire alcune chiavi di lettura per comprendere il significato simbolico e storico dell’evento, liberandolo dai tratti leggendari di cui è stato caricato nel corso del tempo.

L’antefatto dell’umiliazione di Canossa è l’esclusione, per ordine del Papa, di Enrico IV dalla comunione dei fedeli, la quale scioglie i suoi sudditi dall’obbligo di obbedienza. Questo atto di scomunica deve essere però inserito nel contesto più ampio dello scontro tra Enrico iv e i principi dell’impero che, sotto la protezione del Papa, miravano a destituirlo. È per bloccare il viaggio di Gregorio VII, deciso a incontrare gli avversari del re ad Augusta, che Enrico IV valica le Alpi e si presenta a Canossa come un ribelle sconfitto. L’implorazione di Enrico iv in veste da penitente e a piedi nudi si protrae per tre giorni nella neve: come spiega Weinfurter, più che alla penitenza ecclesiastica, questa modalità rinvia al rituale medievale della deditio, ovvero un insieme di atti di sottomissione pubblici inflitti alla parte perdente in un conflitto.

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