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Il discernimento
nelle parole delle donne

Marie-Caroline Bustarret, coniugata e madre di quattro figli, traduttrice trilingue, è anche in possesso di un diploma in gestione aziendale. Dopo aver lavorato nel reparto vendite e acquisti nel settore tessile, ha seguito un percorso di studi di teologia fino a conseguire un dottorato presso le Facultés Jésuites di Parigi, Centre Sèvres. Ha discusso la sua tesi nel giugno 2016. Nel suo lavoro ha cercato di riflettere su una teologia spirituale dell’azione a partire dall’analisi letteraria della corrispondenza di Maria dell’Incarnazione, l’orsolina di Tours recatasi come missionaria in Canada nel XVII secolo. Attualmente è vice caporedattore della rivista di spiritualità ignaziana «Christus».

Maria dell’Incarnazione

Com’è giunta a comprendere l’importanza del discernimento nella vita spirituale?

Quando ho incontrato mio marito, che era cresciuto con i gesuiti, mi ha proposto di seguire dei progetti in India con l’associazione Inde Espoir, di spiritualità ignaziana. Era un modo per mettermi alla prova, per vedere se ero la fidanzata giusta per lui! È stato in quell’occasione che ho avuto il mio primo contatto con i gesuiti. Ho incontrato persone che davano importanza alle cose reali. Mi sono subito sentita a mio agio con il loro modo di vivere e di esprimere la fede. Così, in occasione del nostro matrimonio, ho aggiunto una clausola al contratto: l’appartenenza a un gruppo cristiano, qualunque esso fosse. L’abbiamo scelto rapidamente: la Comunità di vita cristiana. È lì che ho scoperto la spiritualità ignaziana; ho imparato un modo di vivere la fede nella quotidianità più semplice, più concreta e a volte anche più noiosa. È così che ho compreso che era proprio lì che dovevo cercare e trovare Dio: nelle piccole cose di cui è fatta la vita quotidiana.

E come mai ha deciso di fare teologia?

Negli anni in cui abbiamo fatto parte della Comunità di vita cristiana è nato in me il desiderio di approfondire la questione della fede per mezzo della ragione. Nella mia famiglia discutere di fede e leggere testi di teologia era pane quotidiano. A un certo punto mi è parso del tutto naturale affrontare da sola gli interrogativi teologici. Volevo essere capace di rendere conto della mia fede. Ed è così che mi sono presentata al Centre Sèvres, l’università dei gesuiti a Parigi. Vi ho scoperto e apprezzato una pedagogia radicata nella spiritualità che avevo vissuto in gruppo nella Comunità di vita cristiana, ossia un modo di accompagnare l’interrogarsi (qui intellettuale) personale di ognuno.

Qual è stato il ruolo del discernimento in quel percorso?

In quel periodo non ho messo le mie scelte in coscienza davanti al Signore. Non posso dunque dire che ho preso tutte le mie decisioni “con discernimento”. Ho però seguito la mia piccola voce interiore, mi sono messa all’ascolto di un desiderio profondo: dare un senso alla mia esistenza, ordinare una vita di famiglia e una vita attiva, andare laddove desideravo, fare cose che mi stimolassero, che suscitassero in me un senso di pace... Ebbene, mi sono resa conto in seguito che la capacità di scoprire dentro di sé ciò che mette in movimento è il fondamento su cui poggia il discernimento. Discernere nella fede è far entrare il Signore in ogni minima decisione. È scoprire che la gioia che dura viene da lui, mentre il malessere e l’abbattimento non gli appartengono; è optare per ciò che dà più vita, anche se la scelta, fatta attentamente nella riflessione e nel discernimento, non impedisce ai dubbi, in seguito, di assalirci. Durante i miei anni di studio, sono stata costantemente assillata da dubbi insidiosi: avevo davvero preso la decisione giusta smettendo di lavorare per seguire quegli studi? E ho imparato che occorre ripetere incessantemente il sì detto al Signore. Sono restata al Centre Sèvres perché sentivo che era il luogo in cui dovevo essere, che era quello il “mio posto”.

Autografo di sant’Ignazio di Loyola

Il discernimento ignaziano riguarda soltanto i gesuiti? Esiste una differenza di discernimento tra gli uomini e le donne?

Nel corso dei miei studi di teologia mi sono pian piano interessata alle figure spirituali femminili. All’inizio c’è stata Teresa d’Ávila, con la quale è nato in me il desidero di approfondire la questione della fede al femminile. Mi sono allora chiaramente detta che volevo fare la mia tesi di dottorato su una donna, perché sapevo che quel lavoro sarebbe stato un vero e proprio “incontro” con l’autrice. Avevo semplicemente voglia di vivere l’intimità spirituale con una donna. Sentivo che, in quanto donne, le nostre preoccupazioni e i nostri modi di vivere, come pure i nostri modi di metterci in relazione, sarebbero stati affini. Mi ero resa conto che la maggior parte dei libri di teologia che leggevo era stata scritta da uomini. Certo, il pensiero teologico maschile è potente e straordinario, ma mi sembrava che a volte mancasse un ancoraggio nella carne e nell’incarnazione. Mi ricordo di un corso di filosofia su Heidegger che affrontava la questione dell’“essere per la morte” e, mentre lo seguivo, mi sono chiesta: che ne è della nascita? Del “sì alla vita” in questo sistema filosofico? Il professore, al quale avevo confidato il mio interrogativo, mi aveva risposto che in effetti probabilmente era un punto cieco.

Quella è stata per lei l’occasione per pensare un discernimento “al femminile”?

No, non ho pensato a un discernimento al femminile; ho vissuto un discernimento al femminile. Vale a dire che il mio modo di fare le scelte si è espresso in una vita che è una vita di donna. Ho conosciuto per esempio la lacerazione che vivono spesso le donne (e raramente gli uomini): la difficoltà a conciliare vita professionale e vita familiare. Non penso che ci sia un “discernimento al femminile”, ci sono solo donne o uomini, singoli esseri, che discernono. In effetti il discernimento riguarda ogni persona, uomo o donna, che vuole seguire i passi di Cristo. Il mio discernimento è diverso da quello di mio marito, non perché lui è un uomo, ma perché non è me! Il discernimento non è nient’altro che uno strumento o un mezzo al servizio della persona nel suo rapporto con il Signore. Uno strumento non è sessuato e non ha di per sé un fine. Lo scopo è la fedeltà al Signore. Il discernimento non fa che mettersi modestamente al servizio di tutto ciò. Vorrei anche aggiungere che per fortuna il discernimento non è proprio della spiritualità ignaziana, ma di ogni donna o uomo di buona volontà. A essere più propriamente ignaziano è forse il modo in cui le cose sono state formulate e formalizzate da sant’Ignazio... per il bene di tutti.

Com’è arrivata a «Christus»?

Stavo finendo la mia tesi quando il caporedattore di «Christus» si è messo alla ricerca di una vice. Aveva capito, lui che era un uomo e un religioso, che sarebbe stato bello formare una squadra con una donna per di più laica! Infatti la nostra collaborazione è molto positiva! Attraverso il mio lavoro a «Christus» cerco di servire il discernimento degli altri. Di fatto, questa rivista è stata fondata da Maurice Giuliani, un gesuita che voleva aiutare i suoi contemporanei — uomini, donne, preti, religiosi o laici — a discernere per trovare Dio nella propria vita. Contribuire a ciò è la mia missione oggi.

Qual è il ruolo del discernimento nell’accompagnamento?

È centrale, perché il discernimento aiuta a vivere la propria vita in modo consono al Signore e l’accompagnatore è lì per aiutare la persona a fare delle scelte nella sua esistenza. L’accompagnato è mosso da un desiderio e l’accompagnatore lo aiuta a chiarire tale desiderio affinché sia sempre più orientato verso Dio. Le tante decisioni che prendiamo nel corso del tempo sono espressione del modo in cui poniamo (o no) il Signore al centro della nostra vita. Accompagnare è mettersi umilmente e discretamente al servizio di una relazione tra l’accompagnato e il Signore. L’accompagnatore non è lì per esercitare una direzione e ancor meno un potere sull’altro. Se questo accade, non si tratta più di accompagnamento così come l’intendeva Ignazio! L’accompagnatore deve essere partecipe dell’infinita discrezione e delicatezza di Dio.

Una donna accompagna in modo diverso da un uomo?

Henri Matisse«Donna che pensa con parasole» (1921)

Ricordiamo che in Francia il numero delle donne che accompagnano è pari, se non superiore, a quello degli uomini. Intuisco che c’è una differenza nel modo in cui le donne e gli uomini accompagnano. Mi è però difficile dire in cosa consiste perché sono stata sempre accompagnata da donne, ma soprattutto perché la realtà è molto più complessa dei nostri tentativi di incasellare ogni cosa. Ma quando ne ho parlato con alcuni amici accompagnatori, uomini e donne, che hanno animato insieme dei ritiri, mi hanno detto che c’era una differenza, e che forse consisteva nel modo di ascoltare, nell’attenzione al corpo, alle piccole cose, ai dettagli concreti. C’è forse nell’ascolto femminile un tratto più “materno” che si esprime, ma bisogna essere prudenti con queste generalizzazioni. Una cosa è certa: si accompagna con ciò che si è, con ciò che abbiamo dentro e che ci costituisce. Si potrebbe forse fare un parallelismo con la differenza nel modo in cui un padre e una madre si prendono cura del proprio figlio?

Come vedono i gesuiti le donne che accompagnano?

Nei gesuiti che conosco e con i quali ho lavorato, lo spirito è quello della collaborazione a una missione comune, a cui ognuno apporta i propri talenti e i propri carismi; le nostre complementarità sono una ricchezza. Se è vero che i gesuiti sono consapevoli di essere sempre meno numerosi e di dover lavorare con laici e donne, non è comunque questo il motivo principale che li spinge a rivolgersi a loro. Lo fanno volutamente, perché sanno che è un bene e che la Chiesa ne trae beneficio. Mostrano così che è insieme che costituiamo la Chiesa.

E sant’Ignazio per lei?

È stato lui a generarmi alla vita interiore. Alla sua scuola cerco di imparare poco a poco a condividere i gusti del Signore.

di Catherine Aubin

Marie-Caroline Bustarret

Marie- Caroline Bustarret

Marie-Caroline Bustarret è vice caporedattore di «Christus», rivista trimestrale dei gesuiti francesi 

Il numero di luglio della rivista «Christus»

che ha come sottotitolo «Vivere l’esperienza spirituale oggi». Il numero di luglio è stato dedicato alla spiritualità femminile, con saggi profondi e innovativi, opera di studiose di indiscusso valore: Veronique Margron, Agatha Zielinski, Anne Lecu, Dolores Alexandre, Patrick Goujon, Nathalie Sarthou-Lajus e Anne-Marie Pelletier. Fra un testo e l’altro, frammenti bellissimi di Caterina da Siena, Hadewijich d’Anversa, Simone Weil, Marie Noël.

La domanda che si pone la redazione è se esiste una specifica spiritualità femminile o piuttosto non si tratti di un bene comune condiviso anche dalle donne. Le risposte sono differenti, ma tutte contengono proposte attive di riscoperta e apertura all’insegnamento spirituale femminile che, scrive Pelletier, «mette l’ascolto davanti alla parola». Denunciando l’autoreferenzialità di una cultura che si interessa alle donne solo per parlare al loro posto, condannandosi così alla sterilità.

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15 settembre 2019

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