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​Il diritto di Priamo

· Cristina Cattaneo è il medico legale che cerca di dare un nome ai migranti morti in mare ·

Il corpo di un ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea, forse per non dimenticare le sue radici; quello di un altro, proveniente dal Ghana, con addosso una tessera di donatore di sangue e una della biblioteca pubblica del suo villaggio, tasselli di una vita passata; i resti di un quattordicenne del Mali con un giubbotto che cela, cucita all’interno, una pagella scolastica scolorita, probabilmente la cosa più preziosa da custodire e da esibire. 

Kcho, installazione al Gran Teatro di La Habana (2012)

Sono alcuni dei corpi delle vittime del Mediterraneo — si calcola trentamila dal 2001 — uomini e donne, giovani e bambini, morti su barconi fatiscenti naufragati nel vano tentativo di arrivare in Italia, porta d’Europa. Corpi che nonostante tutto continuano a parlare: basta saper ascoltare. Ne è convinta Cristina Cattaneo, 54 anni, ordinario di medicina legale e direttore del Laboratorio di antropologia e odontologia forense presso l’università di Milano, che dal 2013, coordina anche un gruppo ad hoc, il primo in assoluto a livello internazionale, istituito per identificare i cadaveri dei migranti recuperati in mare.
Un lavoro impegnativo, difficile, che Cattaneo ha deciso di raccontare in Naufraghi senza volto (2018, Milano, Raffaello Cortina Editore, pagine 198, euro 14), un libro che è come un pugno nello stomaco per alcune crude descrizioni, ma che offre anche pagine colme di pietà, di sincera compassione. È la storia di un percorso mai sperimentato prima, costellato di delusioni e successi, ma soprattutto di una risposta di umanità a una tragedia che appare infinita, frutto di violenze, soprusi, ingiustizie, resa ancora più drammatica da politiche improntate sempre più alla non accoglienza.
Il mare ha restituito solo in parte i cadaveri dei naufraghi, ma delle migliaia ripescati o recuperati sulle spiagge oltre la metà non sono mai stati identificati. Mamme, padri, mogli, mariti, figlie, figli, sorelle, fratelli attendono di conoscere la sorte di un congiunto di cui non hanno più notizie. Un’esigenza antica quanto l’uomo, raccontata più volte da scrittori e poeti. Si pensi al toccante appello di Priamo, re di Troia, che chiede ad Achille la restituzione del corpo del figlio Ettore, ucciso in duello. Dare un nome a corpi senza volto è, dunque, un atto di umanità che, secondo l’autrice, non ha nulla a che vedere con le idee personali su immigrazione e accoglienza, ma che riguarda ciò che pensiamo degli uomini e della loro dignità. A un amico che un giorno le chiedeva il perché di questo sforzo, il medico rispose: «Se tu sospettassi che tua figlia probabilmente era su un aereo che si è inabissato in un lago, vorresti che il suo corpo fosse recuperato o ti basterebbe buttare una corona lì da qualche parte?».
Per Cattaneo tutto iniziò la notte del 3 ottobre 2013, quando un’imbarcazione con circa seicento persone a bordo, di origine eritrea, si rovesciò al largo dell’Isola dei Conigli, a Lampedusa. Furono recuperati 366 cadaveri. «Le vittime dei barconi non erano certo una novità, ma questo disastro scosse le coscienze più di tutti gli altri casi. Da lì nacque l’operazione Mare Nostrum, e da lì si iniziò, seppur molto lentamente a pensare ai loro morti come ai nostri».
Fu quello il banco di prova, senza riferimenti e normative nazionali e internazionali che aiutassero a far partire la macchina; una sfida affrontata all’inizio con pochi mezzi, ma con tanta determinazione. Si lavorò con il Dna fatto prelevare dalla procura prima di procedere alla tumulazione e con le fotografie che mostravano volti, documenti, indumenti, oggetti personali: tutto quanto potesse essere utile a dare un nome al maggior numero di quei corpi dimenticati da tutti e che sarebbe stato più facile e comodo lasciare lì, in fondo al mare, o in anonime sepolture, come del resto avvenuto fino ad allora.
Furono così fatti tentativi di contattare i familiari delle vittime in patria o all’estero. Alcuni riuscirono ad arrivare, portando con sé effetti personali, fotografie e referti clinici dei congiunti scomparsi. Cattaneo ricorda l’ansia del primo colloquio, le aspettative di quell’uomo giunto dalla Germania alla ricerca del figlio diciottenne: sapeva che sarebbe dovuto partire dalla Libia nella notte del 1° ottobre. Aveva con sé molte fotografie e fornì alcuni dettagli fisici. Guardò diverse immagini di corpi, era incerto su alcuni, ma non riuscì a identificare quello del figlio. «Lo vidi uscire dalla porta lento, con le spalle basse, e mi sentii altrettanto sconsolata. Aveva fatto tanta strada per avere almeno la certezza della sua morte. Non riuscire a dargliela sembrava l’ennesima beffa» ricorda l’autrice.
Poi fu la volta di una donna giunta dalla Svizzera alla ricerca del nipote. Finita l’intervista, durante la quale fornì notizie sul ragazzo scomparso, chiese di poter vedere le foto dei morti. «Sfogliò le prime — racconta Cattaneo — e, arrivata alla quarta, scoppiò in un pianto silenzioso, ripetendo il nome di quel nipote così tanto amato, che doveva rappresentare tutto lo sforzo e l’orgoglio dell’intera famiglia: Samuel, Samuel...».
Si andò avanti così, confrontandosi con situazioni dolorose, spesso laceranti, come quando si trattava di intere famiglie scomparse o di genitori che ceravano i figli piccoli sfuggiti dalla loro presa e annegati sotto i loro occhi atterriti e impotenti.
Le prime identificazioni avvalorarono quegli sforzi: «è giusto essere qui» disse un medico, esprimendo il pensiero di tutto il gruppo. E lo era anche per altri aspetti non meno importanti, seppure strettamente burocratici. Una conferma venne dall’uomo che, pur certo dell’annegamento della sorella, aveva bisogno di un certificato che ne attestasse la morte per poter avere in affidamento il nipote rimasto orfano in Somalia.
Tra spiegazioni su validità e utilizzo dei vari reperti disponibili, nonché sul modo di operare dopo l’esperienza di quel primo naufragio, il racconto arriva al momento che segnò la vera svolta: l’affondamento del “Barcone” — lo scrive così Cattaneo — il 18 aprile 2015 nel mare di Sicilia. Una tragedia immane, con i suoi circa mille morti. Fu allora che il governo decise coraggiosamente di recuperare i corpi — non si sapeva neppure quanti — rimasti intrappolati all’interno dello scafo in un punto di mare molto profondo. Per oltre due mesi Cristina e i suoi abituali collaboratori — ai quali si unirono, alternandosi, una ottantina di professori, tecnici e specializzandi di diverse università — lavorarono in un capannone tra i resti dei 528 cadaveri recuperati nel barcone per arrivare a una schedatura il più possibile accurata.
Fu tra questi corpi — o tra ciò che ne restava — che trovarono il sacchetto di terra, la pagella, le tessere, altri frammenti di vite perdute per sempre. E quel dentino, il più piccolo degli altri. «Quel singolo dente rappresentava il nostro unico bambino», di circa sei anni, annota il medico legale, ricordando i racconti di quanti dalla Libia dicevano di aver visto arrivare un camion di donne e bambini poi imbarcatisi su quel maledetto barcone che avrebbe potuto trasportare al massimo una trentina di passeggeri. E aggiunge: «Di tutte quelle persone avevamo trovato solo un incisivo, nient’altro. Chissà con quale angoscia la madre cercò di proteggere quel bambino, abbracciandolo, negli attimi prima che il mare li inghiottisse e li separasse per sempre».
Per quanti cadaveri un professionista di medicina legale possa aver visto, è sempre difficile vivere le situazioni con distacco. E dalla narrazione di Cattaneo, mai fredda per quanto rigorosa, ciò emerge in varie circostanze. Come nel racconto di quando dovette entrare nella stiva del barcone, dove giacevano centinaia di corpi straziati dalla lunga permanenza in mare, accatastati l’uno sull’altro: «Mi affacciai sull’apertura — ricorda — e capii a una sola occhiata la disperazione di quella traversata. La vera angoscia e l’orrore del viaggio li possono raccontare solo i morti. E quello che avevo di fronte agli occhi ora, nella stiva, era il racconto più semplice ed efficace». Più efficace di quelli raccontati dai vivi, dai sopravvissuti, la cui esperienza passa comunque attraverso il filtro dell’avercela fatta. «È solo davanti a scene come questa — sottolinea l’autrice — che puoi sentire e capire l’entità e la disperazione di chi parte. Che si scappi perché si rischia la prigione e la tortura nel proprio paese, o più “banalmente” la fame. Una cosa è certa: la minaccia è così grande da far scomparire l’orrore che quei corpi rappresentavano».
Quella condotta da Cristina Cattaneo e dai suoi collaboratori è diventata una sorta di crociata. Tornato a Milano con i frutti di quella missione — il cospicuo materiale raccolto nel capannone — il medico aveva ora un ulteriore scopo, oltre a quello di dare un nome a quegli uomini e a quelle donne senza volto: «Far conoscere la sensazione evocata da quel barcone, far rivivere al maggior numero possibile di persone, con tutti i loro sensi, quell’oggetto, con i suoi spazi stretti e decrepiti, affinché “vedessero” e potessero capire tutta la tragedia delle vittime». E far sì che, al di là, dell’agitazione politica, quel barcone, con il suo carico di dolore, diventi un richiamo a impegnarsi per trovare soluzioni al problema delle migrazioni. «Purché siano a tutela della dignità umana».

di Gaetano Vallini

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