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​Il dilemma di Kay

· Luci e ombre della stampa statunitense secondo Steven Spielberg ·

Steven Spielberg porta sullo schermo un fatto di cronaca americana che stranamente non ha mai suscitato molto clamore al di fuori dei confini nazionali.
Nel 1971, durante la presidenza Nixon, il funzionario del dipartimento della Difesa ed ex militare in Vietnam Daniel Ellsberg (Matthew Rhys) consegna al «New York Times» i cosiddetti Pentagon Papers, un documento di migliaia di pagine relativo all’impegno militare statunitense nel sud est asiatico a partire dagli anni Cinquanta. Il documento, fonte di uno studio commissionato dall’allora segretario della difesa Robert McNamara (Bruce Greenwood), è ritenuto altamente scottante perché prova come le ultime presidenze siano state insincere nei confronti del popolo riguardo a varie questioni, prima fra tutte la principale motivazione che ha portato a prolungare oltremodo il conflitto in Vietnam, ovvero la semplice necessità di evitare una sconfitta umiliante. 

Meryl Streep e Tom Hanks   (Amblin Entertainment/Ringer illustration, 2017)

Il «Washington Post», guidato dall’editrice Kay Graham (Meryl Streep), amica di McNamara, e dall’editore esecutivo Ben Bradlee (Tom Hanks), si mette sulla scia del «New York Times» nonostante sia un giornale molto più piccolo, e malgrado la delicata fase finanziaria che sta attraversando.
Spielberg racconta un momento cruciale della storia statunitense assumendo come punto di vista quello del «Washington Post», ma soprattutto dell’ovattato, ricco ambiente borghese che lo circonda.
Anche se il film la inserisce con bell’equilibrio in un racconto corale, è dunque soprattutto la storia di Kay Graham, discendente di una facoltosa famiglia che dovrà lottare contro se stessa per scrollarsi di dosso la soggezione nei confronti di un ambiente tutto al maschile, ma soprattutto l’influenza di amicizie importanti, corollario di una vita fino a quel momento comoda.
È questo l’aspetto più interessante della sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer — quest’ultimo autore anche dello script de Il caso Spotlight, di una serie televisiva sul Watergate, West wing, e de Il quinto potere, sul caso WikiLeaks — il contrasto, cioè, fra dimensione privata e pubblica, dentro cui si riflette una dicotomia fondamentale, e spesso irrisolta, della società e della vita quotidiana statunitense. Graham, ma anche Bradlee, vicino in passato alla famiglia Kennedy, dovranno rinunciare ai propri sentimenti di amicizia per il bene collettivo. Efficace, in tal senso, è l’idea di tenere sempre fuori dallo schermo il conflitto in Vietnam, fatta eccezione per un veloce prologo.
L’immagine è quella di una politica salottiera e lontana dalle tragedie vere del mondo, che prende decisioni sulla scorta di fredde considerazioni strategiche. Un’immagine ben assistita da una fotografia che sfrutta spesso il controluce, sia per sottolineare il distacco fra ricchi interni domestici e il mondo esterno, sia per mettere parzialmente in ombra personaggi che si ritrovano a fare i conti con un’opacità morale che non sapevano nemmeno di possedere.
E se agli affondi contro Nixon ci hanno abituato in passato tanti film e opere di ogni genere, colpisce il trattamento altrettanto diretto con cui ci si rivolge stavolta alla figura di Kennedy, finora sempre tratteggiata, almeno sullo schermo, con tonalità quasi agiografiche.
Per il resto, Spielberg dirige come di consueto con mano ariosa ma senza particolari guizzi. Tiene quasi sempre sotto controllo la sua sindrome di Indiana Jones, ovvero la tendenza a fare della Storia con la esse maiuscola un fumetto, che si credeva scongiurata da Schindler’s list, ma non resiste all’enfasi retorica dell’epilogo già vista in altri suoi lavori.
Rispetto a tanti altri recenti film biografici e a sfondo storico, che quasi sempre di retorica sono intrisi, è comunque un bel risultato. Ma il confronto con Tutti gli uomini del presidente (All the President’s men, Alan J. Pakula, 1976), il film sullo scandalo Watergate tratto dal libro e dall’inchiesta dei giornalisti sempre del «Washington Post» Bob Woodward e Carl Bernstein, rimane a tutto vantaggio di quest’ultimo.
In particolare, è interessante notare come l’asciuttezza stilistica da dossier del capolavoro di Pakula non sminuiva affatto la tensione di qualcosa di sotterraneo che stava per scoppiare. Bastava in quel film un rombo di macchina fuori campo all’interno di un garage per trasmettere un senso di paranoia. Un’atmosfera coinvolgente che a Spielberg non riesce altrettanto bene nonostante una cinepresa molto più vivace.
E proprio al film del 1976 si rende qui omaggio nel finale, non solo ricollegando narrativamente la vicenda dei Pentagon Papers a quella del Watergate, ma riproducendo l’inquadratura che in pratica lo apriva. Fra l’altro tipicamente pakuliana nella sua destabilizzante asimmetria. In questo atteggiamento si può intravedere l’onestà intellettuale e artistica di Spielberg nel non volersi mettere sullo stesso piano di un film che inevitabilmente ha rappresentato un modello.
Ma anche l’ormai stucchevole tendenza del cinema americano a inserire qualsiasi tipo di storia all’interno di una sorta di saga fatta di prequel e sequel. Scimmiottando la serialità che il pubblico ottiene dai prodotti televisivi. E nella desolante convinzione che difficilmente oggi un film possa essere tanto forte da reggersi solo sulle proprie gambe, anche quando si basa su argomenti importanti come questo.
Sulla vicenda di Ellsberg è stato realizzato nel 2009 anche un bel documentario, The most dangerous man in America: Daniel Ellsberg and the Pentagon papers, di Judith Ehrlich e Rick Goldsmith. Ma su un argomento per molti versi simile, e ispirato a sua volta a fatti reali riguardanti il quotidiano «New York World», è giusto ricordare anche il bellissimo L’ultima minaccia (Deadline U.S.A., Richard Brooks, 1952), rimasto famoso per la battuta pronunciata da Humphrey Bogart: «È la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente».

di Emilio Ranzato

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21 giugno 2018

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