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Il digiuno
secondo l’ebraismo

· Nella traduzione italiana del Talmud babilonese ·

La coraggiosa impresa della traduzione del Talmud Babilonese segna la sua terza tappa con la stampa del Trattato Ta’anit (Firenze, Giuntina, 2018, pagine 332, euro 50), titolo del tutto indecifrabile per i non addetti al lavoro ma che si chiarisce autorevolmente con l’introduzione del curatore Michael Ascoli.

Frontespizio dell’Ordine di Moed, edizione di Vilna (1921)

Ta’anit significa digiuno che, nella nostra contemporanea società, suona strano sia come termine (magari immediatamente riferito solo ad una prassi dietetica) sia come argomento da trattare in ben quattro ampi capitoli: “1. le piogge e i loro tempi; quando stabilire digiuni nel caso non ne cadano o non ne cadano abbastanza, o comunque non nei momenti in cui serve; 2. le preghiere e gli usi propri dei giorni di digiuno; 3. le circostanze in cui si fa digiuno; 4. i digiuni fissi in ricordo di eventi specifici”.
Per l’Israele della Torah, in antico e oggi, l’importanza del digiuno viene sempre ribadita e tramandata alle nuove generazioni perché «il digiuno, come forma rituale ebraica, esprime la contrizione di fronte a una disgrazia che ha colpito o minaccia di colpire la collettività o un singolo. È uno strumento di teshuvà, di pentimento, di ritorno al Signore. Con ciò, l’uomo sancisce che quanto avviene non è casuale, bensì opera di Dio e conseguenza delle nostre azioni» .
L’intreccio fra l’Altissimo che continua ad operare nelle vicende umane e la libertà delle persone e della collettività per plasmare e decidere il loro presente, viene in qualche modo illuminato e indirizzato dall’astensione del cibo che, però, da sola non è sufficiente ma deve essere accompagnata dalla preghiera e dalla riflessione sincera sulle proprie azioni perché una teshuvà possa davvero incarnarsi.
Nel nostro contesto e mentalità siccità, carestie, pestilenze e guerre non vengono immediatamente collegate al volere dell’Altissimo o al non volere della persona umana, cerchiamo e denominiamo cause e ragioni con altro linguaggio.
Tuttavia, il riferimento al Creatore e all’invocazione per la clemenza del tempo, per il dono della pioggia, per la cessazione di una calamità, dovrebbe entrare e farsi strada nella nostra mente e dovrebbe anche comportare alcune scelte non solo rigorose ma anche penitenziali.
La tenace memoria di Israele ha segnato alcune “tragedie” — date luttuose — e i Maestri hanno stabilito che il digiuno le segnasse: “La distruzione del Bet haMiqdàsh (il Tempio di Gerusalemme): il digiuno del 9 del mese di Av, che commemora la distruzione del Secondo Tempio, e il digiuno di Ghedalià, in ricordo dell’assassinio del governatore di Gerusalemme dopo la distruzione del Primo Tempio”.
Più noto è il lungo digiuno (che comporta anche l’astensione dall’acqua) che caratterizza Kippur — giorno di perdono e di assoluzione — in cui tutto il popolo risponde al richiamo dell’Altissimo riferendosi al libro del Levitico (16, 29): Impoverirete le vostre persone.
Un richiamo fortissimo ed esigente a riferirsi all’Altissimo senza per questo tralasciare le nostre cognizioni scientifiche e senza mettere in atto tutte le precauzioni ecologiche possibili.
Le Appendici dettagliate e precise consentono di acquisire una comprensione del linguaggio talmudico e della pregnanza di quanto vuole trasmettere: Le unità di misura in epoca talmudica; Glossario; Le più comuni espressioni idiomatiche.
Di grande utilità l’Indice dei Maestri e dei Nomi che scorta nel muoversi con sicurezza fra questi grandi israeliti che hanno creduto fermamente nella riflessione, nello studio e nella trasmissione delle loro discussioni.
Le narrazioni, cioè i brani di Aggadà, costellano la dinamica di Ta’anit riproponendo così la caratteristica del Talmud, con “una particolare abbondanza, soprattutto per suffragare l’idea che i premi e le disgrazie devono essere intesi come ricompense e punizioni, conseguenti alle azioni dell’uomo”. Sempre “sorprendenti per l’audacia delle loro narrazioni, sfociando spesso nel miracoloso; e la lettura non rimane scevra da un senso di inquietudine di fronte a quella che sembra un’eccessiva severità verso i protagonisti dei miracoli e i loro familiari”.
La conclusione di Ta’anit si dilata in “un’immagine bucolica, la descrizione festosa dei giorni più felici dell’anno: il 15 di Av e Yom Kippur, occasioni nelle quali le ragazze, vestite a festa, uscivano nelle vigne e cercavano di conquistare i loro futuri mariti”.
Il Trattato si chiude con l’augurale formula di rito: «Siamo tornati e torneremo a te, a studiarti di nuovo, capitolo Bishloshà peraqim. Fine del trattato di Ta’anit».

di Cristiana Dobner

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