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Il difficile
equilibrio albanese

· Tra scandali, tensioni politiche e proteste di piazza ·

Il fuoco in Albania continua a covare sotto la cenere da mesi e periodicamente si riattizza con improvvise fiammate. Lo scontro fra governo e opposizione è radicale e coinvolge le piazze. La crisi economica fa sentire i suoi morsi in un paese che ha una storia travagliata, ma è anche la crisi sociale e morale a tenere sulla corda un paese dove i gruppi politici rivali non si riconoscono legittimità a vicenda e dove il sospetto della connessione fra interessi illeciti e potere è molto forte e sentito nella popolazione, che intanto vede crescere la povertà.

In un’alternanza che si è prolungata attraverso gli anni seguiti al crollo del regime di Hoxa, in queste settimane è l’opposizione, rappresentata dal leader liberale Lulzim Basha e dal Partito democratico dell’Albania, a occupare le piazze per contestare strenuamente il governo. Ma a protestare è anche il Movimento socialista per l’integrazione (Lsi), partito del presidente della Repubblica Ilir Meta. Nelle scorse settimane Pd e Lsi sono arrivati al punto di far dimettere per protesta i loro parlamentari eletti. L’abbandono del parlamento è stato però criticato da Unione europea e Stati Uniti.

Il governo in questo momento è rappresentato dal primo ministro socialista Edi Rama. Le opposizioni e i manifestanti chiedono le sue dimissioni e la convocazione di immediate elezioni anticipate. L’accusa al governo Rama è quella di vicinanza alle organizzazioni criminali e ai comitati d’affari. Lo scandalo che ha fatto detonare la miccia si è verificato la scorsa estate, quando è emerso che il governo era orientato a permettere di deviare il fiume di Tirana, il Lana, per consentire a un controverso oligarca di edificare un complesso residenziale di lusso. Dallo scorso autunno alcune delle manifestazioni sono sfociate anche in gesti eclatanti come l’assalto ai palazzi del governo, e si sono registrati casi di violenze.

Dopo i picchi raggiunti le scorse settimane cui sono seguiti momenti di relativa pausa, nei giorni scorsi la protesta è tornata a montare. All’origine c’è l’accusa, tutt’altro che velata, al governo di aver manipolato le elezioni, aggravata dal fatto che il partito al potere sarebbe — secondo le accuse — fortemente influenzato dai trafficanti che hanno fatto dell’Albania una solida base per il narcotraffico europeo. «La ragione di fondo delle proteste — ha affermato l’ex leader storico del Partito democratico Sali Berisha, in passato per 13 anni presidente e premier albanese — è la violazione massiccia delle regole elettorali denunciata dalla comunità internazionale nel rapporto dell’Osce per il quale nel 20 per cento dei casi il voto è stato comprato. Sono emerse intercettazioni da cui risultano infiltrazioni criminali in vari distretti per comprare i voti e imporre certi risultati». In alcuni distretti risultarono più voti che votanti, ma alla fine gli osservatori preferirono dare il via libero complessivo alla validità delle elezioni.

Al momento trovare una via d’uscita sembra molto complicato. I dimostranti sostengono che non si fermeranno fino alle dimissioni del premier e alla nascita di un governo di transizione che gestisca un voto anticipato. Il premier Rama da parte sua ha parlato di disponibilità al dialogo ma escludendo categoricamente la possibilità di «interrompere un legittimo mandato di governo». In questo clima di contrapposizione frontale sono intanto in programma a giugno delle elezioni amministrative che potrebbero avere un ulteriore effetto detonante. Proprio a giugno, inoltre, è prevista l’apertura del processo di adesione della nazione albanese all’Unione europea.

La preoccupazione è molto alta. Di fronte a una crisi simile nel 1997 il paese precipitò nel caos e nell’anarchia. Ora i tempi sono cambiati, ma resta durissimo il muro contro muro tra gruppi che secondo le reciproche accuse gestiscono privatamente il bene pubblico. Nei giorni scorsi a Radio Vaticana l’arcivescovo metropolita di Tirana-Durazzo e presidente della Conferenza episcopale albanese, monsignor George Frendo, ha sostenuto: «La situazione è tragica, purtroppo manca un dialogo tra i partiti politici. Forse è colpa più o meno di tutti: per un dialogo ci vuole la buona volontà, la volontà di ascoltare prima di tutto. L’unica strada per una soluzione giusta è il dialogo». Anche l’Unione europea ha sottolineato l’urgenza di ricostruire una piattaforma nazionale in cui le parti possano confrontarsi e dialogare nell’interesse superiore del paese. Bisogna tenere presente che le cancellerie internazionali non considerano manifestamente infondate le accuse di gravi illeciti e collusioni rivolte al governo, ma sono persino più preoccupate del rischio di instabilità in un paese delicato nel cuore dei Balcani, il quale è già diventato membro della Nato e si sta avvicinando a grandi passi all’Unione europea. Il tutto in un paese che per tutti gli osservatori è ancora legato ad arretratezze sociali ed economiche che ne determinano una debolezza strutturale. Se dunque i leader politici — magari sostenuti dalle istituzioni internazionali — non riusciranno a trovare il modo di aprire un dialogo serio e costruttivo, la situazione potrebbe vedere un rapido deterioramento, o nella migliore delle ipotesi il fuoco tornerà a celarsi sotto la cenere in attesa di ravvivarsi sempre più forte con la prossima scintilla.

di Osvaldo Baldacci

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