Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il difensore dei bambini

· La Cappella dell'Arca dopo il restauro si appresta a riaccogliere le reliquie di sant'Antonio di Padova ·

Il 2 febbraio, nella sede del «Messaggero di sant'Antonio» è stato dato l'annuncio in conferenza stampa dell'ostensione, dal 15 al 20 febbraio, del corpo del santo patrono di Padova nella Cappella delle reliquie in basilica.

La storia di un santo è anche la storia del suo corpo e del culto delle sue reliquie. Partendo da Roma, dalla tomba di Pietro e Paolo, il culto delle reliquie ha fatto la storia del cristianesimo, edificato basiliche, dato lustro a città, mosso eserciti e folle di fedeli.

Modernità e culto per le reliquie convivono. E tra le reliquie più amate oggi quella di sant'Antonio da Padova merita un posto davvero speciale: milioni di pellegrini accorrono ogni anno per ottenere grazie sulla sua tomba. Antonio è patrono di Padova e di moltissime città italiane. Ma è anche un santo internazionale, patrono del Brasile e del Portogallo, suo Paese d'origine. Il culto antoniano poi è diffuso in tutto il mondo dal Canada all'India, dall'Inghilterra all'Australia, da Istanbul all'Eritrea. Alla sua morte, avvenuta a Padova il 13 giugno 1231, il suo corpo è divenuto subito oggetto di un culto intenso e il flusso di pellegrini sulla sua tomba non si è mai interrotto.

La storia di sant'Antonio è anche la storia della sue traslazioni. Dopo essere stato frettolosamente sepolto nel convento dell'Arcella per timore di contese, venne disseppellito pochi giorni dopo e trasportato solennemente per le vie di Padova fino all'oratorio francescano di Santa Maria Mater Domini, che oggi corrisponde alla cappella della Madonna Mora, all'interno della basilica del Santo. Trentadue anni dopo la morte, durante la prima traslazione, avvenuta l'8 aprile del 1263, san Bonaventura da Bagnoregio esaminando le sue spoglie mortali, ritrovò intatta e incorrotta la lingua: «rosea come fosse viva». Quella lingua era stata strumento di predicazione e aveva guadagnato ad Antonio il titolo di Doctor evangelicus . Ogni anno a Padova il 15 febbraio si celebra la Festa della traslazione, comunemente detta Festa della lingua. Per ricordare il 15 febbraio del 1350, giorno in cui il corpo di Antonio trovò la sua collocazione definitiva nella cappella dell'Arca.

In occasione dei restauri dell'Arca, terminati il 4 dicembre scorso, il corpo di Antonio è stato per due anni rimosso e tutt'ora nella cappella di san Giacomo, in attesa di ritornare nell'Arca. Prima però, su richiesta di molti fedeli, si è pensato a una solenne e straordinaria ostensione proprio in occasione della festa della traslazione. Così la sera del prossimo 14 febbraio, con l'approvazione del delegato pontificio monsignor Francesco Gioia e del vescovo di Padova Antonio Mattiazzo, il rettore della Pontificia Basilica di sant'Antonio ha stabilito che la bara di cristallo che contiene il corpo del Santo venga trasferita nella splendida cappella barocca delle reliquie o «Tesoro», per poi essere esposta al pubblico dal 15 al 20 febbraio. L'urna di cristallo consentirà ai fedeli di contemplare l'intero scheletro, accanto ad alcune reliquie preziose tra cui il mento, la lingua e il dito. L'ostensione straordinaria si concluderà in forma privata la sera del 20 febbraio. La bara di cristallo, con i resti mortali del santo, tornerà nella cassa di rovere sotto l'altare dell'Arca, all'interno della cappella appena restaurata. E domenica 21 febbraio si svolgerà la Festa della Traslazione.

L'elegante ambiente cinquecentesco si è rivelato, dopo i restauri, un elegante scrigno in cui l'arte si fa umile ancella della fede e, attraverso le immagini, racconta la vita di Antonio e i suoi miracoli ai pellegrini con il linguaggio della storia e della bellezza: storia che convince e bellezza che affascina.

Fede e ragione unite dalla bellezza. I nove grandi altorilievi marmorei scolpiti nella prima metà del Cinquecento, ripuliti dalla polvere e dal fumo dei ceri, restituiscono Antonio al nostro presente, ci raccontano la vita di un santo inserita nella cronaca viva della sua città: la Padova del Duecento. Nel primo quadro la vestizione con l'abito francescano. A seguire otto «stazioni» con interventi miracolosi che Antonio compie ante e post mortem . Quadri da contemplazione.

Questi rilievi, ad altezza d'uomo e a dimensione quasi naturale, coinvolgono innanzitutto per la veridicità dell'azione: è come essere a teatro. Il linguaggio è quello della sacra rappresentazione, così diffuso in quegli anni nelle cappelle dei Sacri monti. L'altorilievo però, rispetto alle statue a tutto tondo delle cappelle montane, concentra la tensione drammatica in spazi più ristretti, addossati alle pareti delle arcate in figure compresse sullo sfondo attraverso l'uso dello «stiacciato», tecnica di cui Donatello ha dato esempio, qui a Padova, nei bassorilievi dell'altare maggiore della Basilica.

Le sculture dell'Arca coinvolgono lo spettatore nel loro insieme e anche nei particolari. Nel settimo quadro, per esempio, una concitata emozione si trasmette attraverso il gioco delle mani di improvvisati «chirurghi» intorno al cadavere dell'avaro, per cercare nel suo petto aperto il cuore, che poi viene rinvenuto in uno scrigno; la presenza di Antonio è a ricordarci plasticamente la parabola evangelica: «Là dov'è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore».

Storie di corpi, dunque. Dalla nudità del corpo di Antonio, visto di spalle e inginocchiato per ricevere il grezzo saio francescano, alla nudità del corpo dell'avaro o del ragazzo resuscitato; oppure del neonato annegato e ripescato in un canale di Padova: quinto episodio scolpito da Jacopo Sansovino in cui il piccolo sembra dormire nella rete del soccorritore mentre Antonio — un Antonio dall'iconografia insolita, con il volto affinato da una lieve barba sul mento — sta per riportarlo in vita con il gesto benedicente delle dita. Davanti al santo la disperazione della madre in primissimo piano, la veste e i capelli scomposti. «Donna la tua fede ti ha salvata» sembra dirle Antonio con le parole di Gesù, mentre il «coro» delle madri perbene si ritrae, forse non così partecipe, forse pensando che quella madre in fondo se l'è andata a cercare, mentre loro, le sagge, stringono sicure al petto il proprio neonato.

Nota di fine rilievo psicologico da parte degli scultori Antonio Minello e Jacopo Sansovino (1520-1534). Sappiamo bene invece che nella Padova di allora, percorsa da rogge e canali, era facile anche per un adulto finire in acqua. E il precedente quarto episodio della ragazza annegata e risuscitata da Antonio, capolavoro del ciclo scolpito da Jacopo Sansovino (1536-1563) è lì a dimostrarlo: sopra la figlia si china la madre e sopra di lei la nonna in una piramide generazionale che traduce plasticamente l'unità di sentimenti di una famiglia. Il volto della nonna è forse il volto più straordinario scolpito da Sansovino in questo ciclo, perfetta l'anatomia che ricorda gli studi di fisiognomica di Leonardo da Vinci. Completano il quadro la presenza di un anziano e di un giovane.

Al di là di Antonio, se si volesse trovare un leit motiv ricorrente in questi nove quadri — tutti sormontati nelle lunette dei sottarchi da bellissime visioni di Padova a intarsi, vere e proprie cartoline d'epoca, (e già questo dà unità di luogo) — il riferimento potremmo trovarlo proprio nella presenza di un bambino in ogni episodio. Bambini nella scena della vestizione, nel miracolo del cuore dell'avaro o in quello del piede riattaccato. Bambini tenuti per mano o in braccio alle madri. Bambini protagonisti come nel miracolo del neonato che, riconoscendo il padre, salva l'innocenza della madre. Bambini terrorizzati davanti ai drammi inscenati dagli adulti come nell'episodio del marito geloso che tenta di pugnalare la moglie. Bambini infine che si trasformano in putti o angioletti nei due stupendi gruppi marmorei di Filippo Parodi che fanno da base ai candelabri d'argento accanto alla tomba del Santo. Tutti ricordano il Bambino Gesù, onnipresente nell'iconografia del santo.

I miracoli descritti nelle principali fonti antoniane — la Vita Assidua di anonimo o la Rigaldina del francescano Giovanni Rigaldi — qui tra le pareti della cappella dell'Arca prendono vita, consistenza plastica, evidenza teatrale. Lo spazio scenico ideale dell'Arca si estende e coinvolge lo spazio reale occupato dai pellegrini che ancora attendono di poter toccare la tomba di Antonio, appoggiarvi la fronte, comunicare al Santo le proprie ansie e dolori. È il «gesto del pellegrino» che si rinnova, un gesto di fede che si ripete infinite volte e che le arcate della cappella dilatano come una musica al soffitto dagli stucchi dorati.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE