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Il dialogo interreligioso
come base di una prospettiva di pace

· ​Intervento del cardinale Pietro Parolin Roma a un convegno presso il Senato della Repubblica italiana ·

Signor Presidente del Senato,
Eminenze,
Eccellenze,
Autorità civili e militari,
Signore e Signori,

Al termine di questo Convegno, così ricco di spunti, riflessioni e anche di preoccupazioni, per la situazione che stiamo vivendo, desidero confermare che il dialogo interreligiososta diventando sempre più una delle vie maestre per realizzare e garantire la libertà religiosa per tutti gli uomini e assicurare una vera, stabile, prospettiva di coesione sociale e pace.

Come già in passato, anche oggi verifichiamo, quasi in una cartina di tornasole al contrario, che quando al dialogo tra le religioni si sostituiscono le diffidenze, le ostilità e poi i conflitti, questi – soprattutto in un’epoca nella quale, è stato detto giustamente stamane, le popolazioni e le epoche storiche si mischiano come mai era accaduto prima – finiscono col mettere in pericolo i rapporti tra i popoli e contribuire ad alimentare la violenza da parte di individui, gruppi ed etnie

Ma abbiamo, proprio in Europa, l’esempio opposto, perché, quando prevale la volontà di dialogo tra le religioni, essa può portare un eccezionale contributo ad appianare i contrasti, operare per finalità pacifiche, realizzare una pace stabile tra gli Stati e tra i popoli, anche laddove si aveva una storia di guerre e di conflitti.

Ho citato l’Europa perché – a volte questo dato storico viene un po’ dimenticato – il lungo periodo di pace che è seguito al secondo conflitto mondiale e alla caduta dei totalitarismiè stato certamente il frutto dell’azione di grandi movimenti democratici, di eminenti personalità, come Schumann, De Gasperi, Adenauer, e di scelte politiche decisive verso una progressiva unità del Continente. Ma è stato anche frutto di un altro movimento, per il quale le religioni e, in particolare, le Chiese in Europa sono tornate a parlarsi, hanno fatto un cammino critico di alcune scelte del proprio passato, hanno aperto strade di dialogo prima impensabili, hanno messo in comune quel patrimonio di valori spirituali che è loro proprio per favorire la pace dovunque e comunque. Ed è stato San Giovanni Paolo II, proprio quando l’Europa soffriva ancora l’innaturale divisione tra Est ed Ovest, ad invocare un’Europa unita, che si riconoscesse nelle comuni basi spirituali, culturali, giuridiche, che l’avevano costruita e le avevano dato quel respiro universale da tutti riconosciuto. Nell’Enciclica Slavorum Apostoli del 2 giugno 1985, egli ricordava la grande memoria dei Santi Cirillo e Metodio e della loro opera unificatrice, realizzata in sintonia con quella di San Benedetto e dei padri spirituali che diffusero il cristianesimo nel nostro continente, e formulava “la ferma speranza di un graduale superamento in Europa e nel mondo di tutto ciò che divide le Chiese, le Nazioni, i popoli”[I]. Anche per queste ragioni, quando i muri sono caduti in Europa, le Chiese sono state molto attive nell’incontrarsi, nel parlarsi, nell’agire per ricostruire in tanti Paesi quel tessuto sociale e di libertà, impregnandolo di valori e sani principi, che s’era perso nelle esperienze totalitarie. Un impegno che, è stato ricordato, ha favorito nuovi e positivi rapporti tra Stato e Chiesa in tutto il continente, nel rispetto della libertà religiosa e della laicità delle istituzioni pubbliche.

* * *

La Chiesa cattolica ha compiuto un lungo cammino nel dialogo interreligioso e uno ancora più lungo vuole compierlo nel prossimo futuro, perché lo richiedono i tempi che stiamo vivendo. La storia s’è come allargata a tutti i popoli e a tutti i continenti e questo ampliamento, insieme a tanti risultati e frutti positivi sta portando anche un carico di problemi e di sofferenze che prima non potevamo prevedere.

Tra questi problemi – è il merito del nostro convegno a sottolinearlo con vigore – vi è il grande tema della libertà religiosa, delle sue limitazioni e negazioni che si moltiplicano in tante parti del mondo e, di recente, provocano patimenti e angosce anche per le nuove e terribili persecuzioni di cui sono vittime cristiani e persone di diversa fede e idealità. Si tratta di un fenomeno che s’intreccia con la prospettiva di nuove deflagrazioni belliche, che si stanno dipanando davanti ai nostri occhi e che Papa Francesco ha voluto definire “terza guerra mondiale a pezzi”.

L’impegno della Chiesa cattolica per il dialogo ecumenico e interreligioso che apra le vie della pace fa parte della sua missione originaria, costituisce quasi un diritto-dovere che essa assolve da tempo. Per restare più vicino a noi, voglio ricordare quell’immagine veramente profetica con la quale il Beato Paolo VI aprì la strada al dialogo interreligioso con la Lettera Enciclica Ecclesiam Suam del 16 agosto 1964, che indicava tre cerchi concentrici nei quali la Chiesa era chiamata ad operare.

Il primo cerchio, per usare le sue parole, è tanto grande che non se ne vedono i confini perché questi si confondono con l’umanità intera e riguarda anche coloro che non credono, ma che spesso aspirano all’infinito, lo anelano, anche con passione e tensione interiore[II]. Il secondo cerchio, anch’esso immenso, “ma da noi meno lontano: è quello degli uomini innanzitutto che adorano il Dio unico e sommo, quale anche noi adoriamo”[III]. Il terzo cerchio, infine, quello più vicino alla Chiesa cattolica nel quale il dialogo si qualifica ecumenico è quello “del mondo che a Cristo s’intitola”[IV], cioè di coloro che si riconoscono nella fede cristiana, anche se essa viene professata dentro Chiese e comunità cristiane separate.

Di qui, la base del dialogo interreligioso già individuata dalla Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, per la quale la Chiesa cerca e apprezza in tutte le religioni (e, come abbiano visto, in tutte le persone umane) quella porzione di verità e di luce che ciascuna di esse comprende e professa. La base stessa del dialogo la troviamo nella celebre affermazione conciliare per la quale “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo” nelle diverse religioni; “essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini”[V].

A questo spirito di un dialogo senza confini voglio collegare l’altro grande gesto di Paolo VI del 4 ottobre 1965, quando si reca all’Assemblea Generale dell’ONU e pronuncia lo storico discorso con il quale ratifica e rende onore alla funzione universale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e, con un parallelismo assai significativo, richiama la missione anch’essa universale della Chiesa a favore della pace e di tutti i popoli. Un modo, questo, per ricordare a tutti che la missione della Chiesa è al tempo stesso spirituale, di dialogo con tutti, per promuovere i valori primari della convivenza e della società umana, anzitutto il valore della pace.

Da questi principi, da questi valori, ha preso il via la costituzione di quegli organismi che nella Santa Sede, affrontando tematiche generali e specifiche, presiedono ad un dialogo con l’ebraismo, con le differenti Chiese e comunità cristiane, e con le altre religioni, che non ha conosciuto soste negli ultimi 50 anni. Dopo l’istituzione del Segretariato per i non-cristiani il 17 maggio 1964, la Pastor Bonus del 28 giugno 1988 crea il Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che costituisce come l’architrave e il centro propulsore del dialogo e delle iniziative che lo promuovono. E ad esso sono collegati, ciascuno per la sua parte, la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, quale prezioso strumento per porre su nuove basi il rapporto tra cristiani ed ebrei, e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani, istituito sin dal 1960 (5 giugno) da San Giovanni XXIII. Mediante questi organismi, che ormai fanno parte stabile della struttura centrale della Chiesa cattolica[VI], e altre strutture diversamente dislocate, si diffonde anche nel corpo vivo della Chiesa, e delle Chiese locali sparse nel mondo, lo spirito ecumenico e improntato al dialogo interreligioso come parte integrante del nostro modo d’essere cristiani.

* * *

Vorrei inserire qui una considerazione che ci viene dall’esperienza svolta nello sviluppare il dialogo ecumenico e interreligioso e che ha un significato ancora maggiore per il futuro che ci attende. Ogni atto, ogni passo in avanti, fatto nel dialogo con le altre religioni, e con le differenti Chiese e comunità cristiane, è per sé stesso anche un atto di pace, di pacificazione, che attenua, elimina diffidenze e ostilità, apre gli animi all’incontro, previene i conflitti e permette di lavorare insieme per raggiungere risultati sempre più impegnativi

Mi limito a ricordare, in questo quadro, alcuni momenti decisivi, delle vere e proprie svolte storiche realizzate dal dialogo ecumenico e interreligioso, che hanno cambiato i rapporti tra le Chiese cristiane e tra le religioni, e che continuano a produrre eventi sempre nuovi e decisivi. Tale è stato, ad esempio, il recente incontro di Papa Francesco con il Patriarca ortodosso russo Kirill a Cuba che ha acceso tante speranze ed entusiasmo in Europa, nel vicino Oriente, tra i cristiani di tutto il mondo. Altri grandissimi eventi sono stati l’incontro di Paolo VI con il Patriarca ecumenico Atenagora I il 5 gennaio 1964 (a Gerusalemme), di San Giovanni Paolo II con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I il 29 giugno 1995 (a Roma, e successivamente nel 2002 e 2004), e poi di Benedetto XVI il 29 novembre 2006 con lo stesso Bartolomeo (a Istanbul). Quest’ultimo incontro ha una sua specificità perché porta alla sottoscrizione di un documento (30 novembre) nel quale cattolici e ortodossi si rivolgono all’Europa intera, già scossa da esperienze di guerra e di violenza religiosa, per unire gli sforzi in una prospettiva di pace e di dialogo con tutti.

È giusto fare un richiamo speciale al cammino del dialogo interreligioso tra la Chiesa cattolica e i nostri fratelli ebrei, che ha conosciuto tante significative tappe negli ultimi decenni. In primo luogo, voglio ricordare il già citato documento conciliare Nostra Aetate che richiama la perdurante validità della promessa fatta da Dio al popolo eletto, e le importanti affermazioni della Commissione mista per il dialogo cattolico-ebraico che evocano i grandi valori comuni del rispetto della vita, dei diritti umani, della libertà di coscienza, e dell’unità familiare come “fondamento dell’intera società”. Ma possiamo andare con la mente agli incontri decisivi che si sono svolti nella Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986 quando San Giovanni Paolo II afferma che la religione ebraica “in certo qual modo è ‘intrinseca’ alla nostra religione”, e dichiara: “Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si può dire i nostri fratelli maggiori”[VII]. Ancora nei mesi scorsi Papa Francesco ha rinnovato e rafforzato la via del dialogo parlando alla Sinagoga di Roma il 17 gennaio scorso, dove ha approfondito il rapporto inscindibile che unisce ebrei e cristiani: “I cristiani, per comprendere sé stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche, e la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’Antica Alleanza e l’amore costante e fedele di Dio per Israele”[VIII]. Guardando alla prospettiva storica il Papa ha voluto sottolineare quanto sia stata grande la “trasformazione che ha avuto in questi cinquant’anni il rapporto tra cristiani ed ebrei. Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli”[IX].

Ma la via del dialogo è stata davvero senza confini per la Chiesa cattolica, a opera del magistero e dei primi grandi viaggi di dialogo di Paolo VI in Europa, Israele, India, e altri grandi paesi, poi dell’instancabile magistero itinerante di San Giovanni Paolo II che ha fatto conoscere in tutto il mondo a tutti i popoli la voce di Pietro, l’amore della Chiesa per l’umanità, il desiderio di dialogo che spingeva il Papa ad incontrare tutti, proprio tutti. Voglio ricordare soltanto, per questa stagione eccezionale del dialogo interreligioso, le parole che San Giovanni Paolo II ha rivolto nella sua visita in India del 1986 (1-10 febbraio) quando ha citato il Mahatma Gandhi, Padre della nazione e “apostolo della non violenza”, affermando che la luce non si è spenta con la sua scomparsa, perché “i suoi insegnamenti e l’esempio della sua vita continuano a vivere nella mente e nel cuore di milioni di uomini e di donne”[X]. E le parole con le quali, pochi giorni dopo, il Papa si rivolge all’anima spirituale dell’India, per sottolineare che “l’India è davvero la culla di antiche tradizioni religiose. La fede in una realtà interiore dell’uomo che trascende il materiale e il biologico, la fede nell’Essere Supremo che spiega, giustifica, e rende possibile l’elevazione dell’uomo al di sopra di tutti gli aspetti del suo essere materiale – tutte queste convinzioni sono profondamente sentite in India”[XI].

E come non richiamare i numerosissimi incontri, il cammino di dialogo che Paolo VI, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, hanno realizzato con il mondo musulmano, e con i musulmani di tanti Paesi, del Mediterraneo, dell’Africa, dell’Asia. Un cammino tanto più significativo in quanto la realtà islamica si è venuta evolvendo e spostando anche qui in Europa, attraverso l’immigrazione.

Quasi al centro, comunque a base, di questo impegno pontificio sta certamente l’incontro promosso da San Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986 con le maggiori personalità delle Chiese cristiane, delle comunità ecclesiali e delle religioni del mondo, e nel quale il rapporto tra dialogo ecumenico/interreligioso e pace appare chiaro, nitido e impegna le religioni per il futuro. “Il nostro incontro”, qui ad Assisi, “attesta soltanto – questo è il vero significato per le persone del nostro tempo – che nel grande impegno per la pace, l’umanità, nella sua stessa diversità, deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse, in cui si forma la propria coscienza e su cui si fonda l’azione di ogni popolo”[XII].

* * *

Oserei dire che il dialogo interreligioso si è allargato tanto che può rischiare a volte di perdersi in una ‘galassia concettuale’ assai interessante, ma alla quale non corrisponde una realtà concreta, tutta positiva, come potremmo attenderci. Certo, abbiamo fatto molto, ma i conflitti, le tensioni, le difficoltà, che esistono tra religioni, e che sono cresciute negli ultimi decenni, sono motivo di delusione, ci spingono a fare ancora di più. Ad esempio, individuando alcuni obiettivi concreti da realizzare nel prossimo futuro.

In primo luogo, credo che esso debba avere come obiettivo primario quello di conoscersi e di accettarsi a vicenda, malgrado le differenze, con un profondo spirito di reciproco rispetto e comprensione. Tale approccio conduce inevitabilmente a una categorica condanna della violenza, soprattutto quella perpetrata in nome della religione, ovunque e da chiunque venga praticata, come premessa per far sì che gli uomini agiscano e coesistano sulla base di regole minime di convivenza; osservando quell’obbligo che i classici riassumevano nel concetto del “neminem ledere”, e che noi traduciamo meglio nel comandamento del non uccidere e non usare nessuna forma di violenza contro i nostri simili. Oggi, purtroppo, questa non è più la condizione reale di sviluppo delle nostre società, ma è diventato un obiettivo da raggiungere, un ideale da perseguire; mentre la realtà ci mette davanti i segnali crescenti di una violenza scellerata che colpisce in tanti luoghi a motivo della religione, e che fa tante vittime tra i più inermi, i “nuovi martiri”, come ormai li chiamiamo, che nulla hanno fatto di male, e che quasi sempre agivano soltanto per aiutare gli altri senza pensare a sé stessi[XIII].

Papa Francesco ha parlato tante volte, con sgomento e passione, delle vittime di questa violenza, che non conosce più confini, e io desidero richiamare un suo intervento che va alla radice dei problemi che stiamo discutendo. In occasione del 50° anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, nell’udienza interreligiosa del 28 ottobre 2015 Papa Francesco ha tracciato due caratteri e finalità essenziali del dialogo tra le religioni. Il primo elemento è costituito dal “rispetto reciproco” “che è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all’integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e religione”[XIV].

Il Papa ha proposto una riflessione di grande importanza, segnalando che “a causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni”. E ha aggiunto che, “in realtà, benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche in individui o gruppi, bisogna guardare ai valori positivi che esse vivono e propongono e che sono sorgenti di speranza”. Infatti, “il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso”[XV].

Tornerò più avanti sul problema della violenza. Ora vorrei soffermarmi sulla nuova finalità del dialogo interreligioso, quella di promuovere la libertà di coscienza, di pensiero e di religione. Se nella modernità sono soprattutto gli Stati, le loro leggi e le leggi internazionali, che hanno promosso la dimensione giuridica e civile della libertà religiosa, credo sia necessario che le religioni, di propria iniziativa e tutte insieme, si impegnino direttamente perché la libertà religiosa divenga anche un loro compito precipuo, un obiettivo da raggiungere nelle terre in cui ciascuna religione si trova ad agire.

L’impegno della Chiesa cattolica per la libertà religiosa è conosciuto a livello universale, e possiamo farne risalire l’elaborazione più completa alla Dichiarazione conciliare Dignitatis Humane con la quale il relativo diritto veniva fondato sulla stessa “dignità della persona”, su un fondamento cioè ontologico e non transeunte che vale in ogni tempo e latitudine. Ciò ha fatto sì che anche l’azione della Santa Sede abbia conosciuto una evoluzione significativa, passando dalla tutela certamente legittima della libertas Ecclesiae alla tutela della libertà di tutti i credenti, di tutte le persone umane. Un impegno speciale fu profuso dalla Santa Sede per far inserire un esplicito riferimento alla libertà di pensiero, coscienza, religione o credo nell’Atto finale di Helsinki tra i dieci principi cardine posti a base di pacifiche relazioni

internazionali. E da allora ogni sforzo è stato fatto per tutelare le minoranze religiose o etniche coinvolte in conflitti territoriali, nei Balcani, in Medio Oriente, in Africa e in Asia. E noi insistiamo nel considerare essenziale e preminente lo strumento del dialogo, e anche per ciò la Santa Sede partecipa dal 2012 in qualità di Osservatore fondatore nel Centro Internazionale per il Dialogo Interreligioso e Interculturale (KAICIID), una Organizzazione intergovernativa con sede a Vienna.

Sappiamo bene che il cammino della libertà religiosa e della laicità dello Stato ha percorso una lunga strada nella storia umana, dell’occidente in particolare, da quando il cristianesimo introdusse il principio della distinzione tra spirituale e temporale, un principio che nel tempo dette tanti frutti. E sappiamo che questo cammino ha raggiunto grandi risultati pur seguendo vie diverse. Lo ricordava Benedetto XVI quando segnalò i due percorsi seguiti dall’esperienza americana e da quella europea-illuminista, il primo aperto all’esperienza spirituale e alla pluralità delle Chiese e delle confessioni, il secondo più legato a una visione restrittiva della religione che si voleva piuttosto emarginare dal contesto pubblico e collettivo. Nel suo discorso del 30 aprile 2008 negli USA, Benedetto XVI ha riconosciuto che l’esperienza nord-americana è stata “un esempio di sana laicità dove la dimensione religiosa, nella diversità delle sue espressioni è non solo tollerata, ma valorizzata quale ‘anima’ della Nazione e garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell’uomo”. Oggi, dei vecchi problemi ottocenteschi è rimasto ben poco, anche se permangono, come è stato ricordato in questo Convegno, consistenti tracce di una mentalità laicista che vuole ridurre la presenza delle Religioni negli spazi pubblici e sociali. È una mentalità esosa, che punta ad erodere la dimensione sociale della religione, che di recente cerca di scalfire anche il ricorso all’obiezione di coscienza in diversi ambiti della vita civile, e della prospettiva etico-antropologica. E che non a caso si trova quasi imbarazzata di fronte al nuovo pluralismo religioso che si va diffondendo in Europa, perché le religioni che vengono da lontano non comprendono le ragioni di tanti piccoli divieti (dei simboli, di alcune specificità religiose, della presenza della religione nella sfera pubblica) che tolgono smalto e onore a quella raffigurazione dell’Europa e dell’Occidente come fonti e promotori dei diritti umani universali.

Ma anche su questo punto voglio ricordare che la Chiesa cattolica, insieme con altre Chiese e Confessioni religiose, oggi non chiede più speciali guarentigie per sé stessa, quanto piuttosto chiede e promuove il rispetto della libertà religiosa di chiunque, il suo diritto ad agire in coerenza con la propria coscienza e fede religiosa. In questo orizzonte sta una concezione matura e aperta della laicità dello Stato che, anziché rimanere legato a una concezione ottocentesca più o meno diffidente, o ostile, verso la religione, deve essere sempre più inclusivo e accogliente verso le concezioni religiose che siano rispettose della libertà degli altri e dei diritti umani fondamentali.

* * *

Dicevo prima che il presupposto per il rispetto dei diritti umani, a cominciare dalla libertà religiosa, è il riconoscimento della dignità della persona umana, e quindi in primo luogo il rifiuto di ogni forma di violenza nei suoi confronti. E a questo proposito dobbiamo soffermarci su una grande preoccupazione, perché dobbiamo confessare che a volte viene uno sgomento che tormenta l’anima. Se si pensa a quanto si è lavorato a livello internazionale, quante Convenzioni e Trattati si sono fatti per allontanare lo spettro della guerra, per cancellare l’orrore della violenza, delle discriminazioni per motivi di religione, poi dobbiamo constatare che ci troviamo di fronte a nuove terribili aberrazioni, con guerre dichiarate e non dichiarate che squassano Paesi e territori interi, popolazioni in fuga che cercano riparo altrove, e spesso non lo trovano. E poi ancora una esplosione di violenza religiosa di cui non si aveva più memoria, almeno quanto a dimensioni e crudeltà. Appunto, è qualcosa che sgomenta.

Nel Novecento abbiamo visto crescere il martirologio nelle chiese cristiane a motivo dei totalitarismi che hanno dominato l’Europa per lunghi anni e decenni, e pensavamo che si potesse aprire un’epoca caratterizzata dall’espansione universalistica dei diritti umani. Ma già i primi anni del nuovo secolo, come Papa Francesco ci ricorda spesso, hanno visto moltiplicarsi nuovamente martiri cristiani, ebrei, di ogni confessione o credo, in tante parti del mediterraneo, dell’Asia, dell’Africa, per motivi della loro fede od opinione. Voglio ricordare il più recente eccidio che ha visto tra le vittime le quattro suore dell’Ordine delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta, trucidate in Yemen. Quelle suore che nulla, nulla di male, avevano fatto ad alcuno, e che tanto, tanto, bene, avevano recato ai deboli e agli emarginati, hanno perso la vita per la loro fede e la loro carità. E di nuovo Papa Francesco ha colto e denunciato un ulteriore male che si è aggiunto alla violenza, quello dell’indifferenza del mondo, che non ha detto nulla, non ha reagito, neanche ha ricordato il martirio. La violenza religiosa è un baratro che ha dei responsabili, ma l’indifferenza di fronte alla violenza chiama in causa tutti noi.

E l’indifferenza non paga mai. Abbiamo ancora davanti ai nostri occhi stupiti e angosciati le immagini della strage di Bruxelles, e poi quelle dell’attentato di Lahore in Pakistan dove non si è esitato a colpire donne e bambini nel parco-giochi di una comunità cristiana, quasi che all’orrore non possa esserci fine, e se c’è un fine la malvagità dell’uomo sembra volerlo sempre superare.

Nell’infaticabile magistero di Papa Francesco su questo drammatico aspetto della vita contemporanea, troviamo accenti accorati. Ci ricorda il Papa che “la violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche”, perché “la vita è sacra, quale dono di Dio”. Ed ha concluso: “Né la violenza né la morte avranno mai l’ultima parola davanti a Dio, che è il Dio dell’amore e della vita”[XVI].

Già il 15 novembre 2015, all’indomani dei terribili atti terroristici compiuti a Parigi che hanno provocato tante vittime nella popolazione e tra i giovani, il Papa afferma: “Dinanzi a tali atti intollerabili, non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità della persona umana”; “Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità”. E conclude ricordando a tutti che “utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia”[XVII].

Concetti analoghi sono stati espressi dal Papa a Bangui, nel suo viaggio apostolico nella Repubblica Centroafricana (29-30 novembre 2015) dove ha condannato ogni atto di violenza, e ha invitato cristiani e musulmani a “rimanere uniti perché cessi ogni azione che, da una parte e dall’altra, sfigura il Volto di Dio e ha in fondo lo scopo di difendere con ogni mezzo interessi particolari, a scapito del bene comune”, ed ha concluso: “Insieme, diciamo non all’odio, no alla vendetta, no alla violenza in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio. Dio è pace, Dio è salam”[XVIII].

Questo sgomento, però, lungi dall’abbatterci deve spingerci ancora più avanti per realizzare quella prospettiva di pace, di cui il mondo ha bisogno, e senza la quale si aprono solo nuove strade di violenza e di sofferenza[XIX]. Il dialogo interreligioso assume, allora, un significato più alto e urgente. Papa Francesco, parlando a Nairobi il 26 novembre 2015, in una terra che ha vissuto esperienze terribili di violenza, con i sanguinosi attentati al Westgate Mall, al Garissa University College e a Mandera, ha colto questo aspetto nuovo. “A dire il vero”, ha ricordato il Papa “il nostro rapporto ci sta mettendo dinanzi a delle sfide, ci pone degli interrogativi”, ma queste sfide ci conducono a riconoscere che “il dialogo ecumenico e interreligioso non è un lusso”; “non è qualcosa di aggiuntivo o di opzionale, ma è essenziale, è qualcosa di cui il nostro mondo, ferito da conflitti e divisioni, ha sempre più bisogno”[XX]. Le divisioni del mondo, oltre che quelle religiose, chiedono dialogo, lo impongono come strumento indispensabile per fare dei passi in avanti nella convivenza tra gli uomini e tra i popoli.

* * *

Si pone dunque il problema di collocare il dialogo interreligioso, oltre che nella sua sede originaria prettamente religiosa e teologica, nel più vasto orizzonte di una cooperazione internazionale che richiede l’intervento e l’impegno dei leader religiosi: “In una società democratica e pluralistica…, la cooperazione tra i leader religiosi e le loro comunità diviene un importante servizio al bene comune”[XXI].

Partiamo da questa importante esortazione del Papa: il dialogo interreligioso non è un lusso, al contrario è qualcosa di necessario ed essenziale, al servizio del bene comune. Ciò vuol dire che deve diventare una realtà ordinaria, quotidiana, nel rapporto tra religioni e tra confessioni. E deve strutturarsi in modo tale da costituire un tessuto connettivo della vita religiosa e sociale di un Paese, e di un’area geo-politica. Possiamo pensare, dobbiamo sperare, che ogni qualvolta si prospettino momenti critici, o di vera emergenza, si attivino i leader religiosi con funzioni dirette di pacificazione, di aiuto e di supplenza anche a quella diplomazia che riguarda più direttamente gli Stati, quasi un punto di riferimento per chiunque voglia dialogare e per la popolazione intera quando si tratti di affrontare i problemi più acuti legati ai conflitti sociali, politici, militari.

Voglio ricordare, proprio per rafforzare la spinta al dialogo, quanto disse San Giovanni Paolo II il 9 novembre 2001, rivolgendo al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: il “riferimento alla Kenosis del Figlio di Dio serve a ricordarci che il dialogo non è sempre facile né privo di sofferenza. Le incomprensioni sorgono, il pregiudizio può esistere anche nel comune accordo e la mano tesa in segno di amicizia può venir rifiutata”. Ma non dobbiamo perderci d’animo, perché, proseguì San Giovanni Paolo II, “allo stesso tempo, il contatto con i seguaci di altre religioni è spesso fonte di grande gioia e di incoraggiamento. Ci porta a scoprire in che modo Dio è all’opera nella mente e nel cuore delle persone, come pure nei loro riti e costumi”. E concluse: “Ciò che Dio ha seminato in questo modo, può essere purificato e perfezionato mediante il dialogo”[XXII].

Un compito nuovo, quindi, si prospetta per il dialogo interreligioso, quello di spingere i leader religiosi e le loro comunità ad essere, e ad agire, come strumenti di pace e di pacificazione, anche verso i propri governi. Qui, noi siamo in mare aperto, perché dobbiamo collegare il concetto di dialogo interreligioso al concetto di pace che non è più riducibile oggi alla dimensione della sicurezza internazionale e ai suoi obblighi. Esso richiede un impegno più ampio e articolato. In primo luogo di prevenire le cause che possono scatenare un conflitto bellico, e rimuovere premesse e situazioni che possono portare a nuove guerre appena terminate. Sappiamo che oggi si fanno le guerre senza nemmeno dichiararle, che queste guerre si protraggono spesso per lunghi periodi, anche anni, fuori di quelle regole che per quanto minime costituiscono pur sempre piccole garanzie per i belligeranti e soprattutto per le popolazioni civili.

Inoltre, durante e dopo i conflitti, occorre fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per la riconciliazione tra le parti, Stati, gruppi armati, altre categorie di combattenti. Ecco, allora, che per le Chiese e le altre religioni si aprono tante, tante, possibilità per agire come soggetti di pace che attraversino le linee ‘avversarie’, che facciano dialogare i contendenti, plachino le passioni più aspre, attivino – questo è un punto decisivo – canali e personalità capaci di offrire soluzioni alternative a quelle, già in atto o imminenti, di natura bellica.

Si può fare tutto questo se le Chiese e le altre religioni nel frattempo non abbiano già dialogato tra loro, non abbiano agito da ‘operatori di pace’, non abbiano fatto del dialogo interreligioso un modo d’essere costante dei loro rapporti? Questa domanda ci impegna ancor di più nel comprendere il rapporto che può crearsi tra dialogo interreligioso e prospettiva di pace. Un rapporto stretto, che si sviluppi ovunque, e sia capace di cogliere e alimentare quella disponibilità al dialogo che spesso esiste nelle persone, e nelle comunità religiose, più di quanto noi possiamo immaginare. Infatti, i leader religiosi hanno il dovere morale di impegnarsi ogni qualvolta si intravede o esplode un conflitto che poggia su cause, o motivazioni, anche solo parzialmente religiose, perché già in quel momento il dialogo interreligioso dovrebbe agire da strumento potente per ridurre le distanze e per avvicinare le parti in causa, per offrire quella linea di mediazione anche con i governanti che porti a qualche risultato, magari provvisorio, di pacificazione.

Non mancano gli esempi, in questa direzione, di interventi della Santa Sede che hanno favorito soluzioni per questioni che da tempo dividevano alcuni Stati, o di organizzazioni religiose che si sono prodigate, ad esempio in Africa, per far giungere a risultati positivi negoziati che non riuscivano a trovare sbocchi.

Ma anche dopo aver ottenuto una pace – spesso fragile, esposta a rischi di nuove esplosioni di violenza – si pone sempre un altro urgente problema, quello di renderla stabile attraverso un sistema normativo e sociale di riconoscimento dei diritti umani fondamentali, a cominciare dalla libertà religiosa. Pensiamo ai conflitti oggi esistenti in Medio Oriente, o all’esplosione di un fondamentalismo violento in alcuni territori dell’Africa, che tanti danni e tanto male stanno recando alle popolazioni, fino al rischio di far scomparire intere comunità di credenti (cristiani, e non solo) da terre nelle quali sono nate e dove sta il loro insediamento storico. Oggi occorre risolvere questi conflitti. Confidiamo che le speranze accese dal negoziato di Ginevra per la Siria porti un importante contributo in questa direzione. Ma dobbiamo pensare al dopo, perché, in territori colpiti da una violenza spesso senza confini, restano sofferenze, rancori, perfino desideri di vendetta. E su tutto questo il dialogo interreligioso può svolgere un ruolo decisivo, come strumento di pace e di pacificazione, capace di favorire un clima di nuova convivenza tra le popolazioni, e una prospettiva di crescita civile attraverso il rispetto dei più elementari diritti della persona.

Questo impegno dei leader religiosi e delle loro comunità deve andare di pari passo con la rivitalizzazione delle istituzioni internazionali che svolgono un ruolo centrale nel mantenere una prospettiva di pace tra i popoli e tra gli Stati, e nel promuovere le condizioni che scoraggiano, o impediscono, il ricorso alla guerra e alla logica del conflitto. In questi ultimi anni abbiamo sentito un po’ la mancanza d’iniziative internazionali forti di fronte a conflitti locali, o regionali, che sono stati, e sono, tanto crudeli, e dobbiamo lavorare molto perché l’ONU torni a svolgere appieno quella sua funzione di deterrenza nei confronti delle tentazioni di guerra, e quella funzione di intervento umanitario verso popolazioni inermi che sono non di rado abbandonate a sé stesse, o abbandonate ai c.d. “signori della guerra” che proliferano qua e là nel mondo quasi vantando una sorta di impunità nei confronti della Comunità internazionale.

In questa grande opera di prevenzione della guerra, e di salvaguardia della pace, non posso non evocare i terreni che più contribuiscono a rafforzare la prospettiva di pace che vogliamo costruire. Mi riferisco al riconoscimento delle aspettative dei popoli perché si riesca a “incidere sulle cause strutturali della povertà e della fame, a conseguire ulteriori risultati sostanziali a favore della preservazione dell’ambiente, a garantire un lavoro decente per tutti e a dare una protezione adeguata alla famiglia ....” .Si tratta, in particolare, di sfidare tutte le forme di ingiustizia, opponendosi alla “economia dell’esclusione”, alla “cultura dello scarto” e alla “cultura della morte”[XXIII].

E mi riferisco a quel vasto orizzonte che chiama in causa il diritto-dovere a fornire alle nuove generazioni una educazione che risponda ai grandi ideali ai quali deve guardare l’umanità oggi. L’emergenza educativa, che la Chiesa cattolica da tempo evoca, chiede che si costruisca un modello formativo già richiamato dal Concilio Vaticano II, perché esso è parte essenziale di quel “diritto inalienabile ad una educazione, che risponda alla loro vocazione propria e sia conforme al loro temperamento, alla differenza di sesso, alla cultura e alle tradizioni del loro paese, ed insieme aperta ad una fraterna convivenza con gli altri popoli, al fine di garantire la vera unità e la vera pace sulla terra”[XXIV].

Costruire una prospettiva di pace implica quindi l’assunzione di tutti questi impegni, l’impegno al dialogo anche interreligioso, a realizzare condizioni di progresso e garanzie di indipendenza e di progresso economico per i popoli, a diffondere una pedagogia che educhi ai valori della pace e del rispetto della persona umana, senza distinzioni di razza, sesso, etnia o religione. Nell’affrontare con coraggio queste sfide teniamo presente ciò che più volte San Giovanni Paolo II ha predicato in tutto il mondo perché “mai più si ricorra alla guerra”, e il ruolo che in questo cammino ha riconosciuto al dialogo interreligioso: “Vincere le tante incomprensioni che separano e oppongono gli uomini tra loro: ecco il compito urgente a cui sono chiamate tutte le religioni! La riconciliazione sincera e duratura è la via da perseguire per dare vita ad una pace autentica, fondata sul rispetto e sulla reciproca comprensione”[XXV].

Vorrei concludere ricordando che, con l’evoluzione dello scenario internazionale degli ultimi anni, il rapporto tra dialogo interreligioso e prospettiva di pace è praticamente ineludibile, e s’è fatto così stretto che non possiamo neanche immaginare separate le due realtà; quella delle religioni che s’incontrano, si parlano, si conoscono, si pongono ciascuna come costruttore di pace ovunque si trovi ad operare, e quella della pace che ha bisogno più che in passato che le Chiese e le altre religioni agiscano per prevenire, ed eliminare, tutto ciò che può portare alle divisioni e ai conflitti.



[I] Slavorum Apostoli, n. 1. L’Enciclica formula l’auspicio di una unità europea che superi ogni conflitto: “Ma anche a tutta l’Europa, o Trinità Santissima, concedi che per intercessione dei due santi Fratelli senta sempre maggiormente l’esigenza dell’unità religioso-cristiana e della fraterna comunione di tutti i suoi popoli, così che, superata l’incomprensione e la sfiducia reciproca e vinti i conflitti ideologici nella comune conoscenza della verità, possa essere per il mondo intero un esempio di giusta e pacifica convivenza, nel mutuo rispetto e nell’inviolata libertà” (n. 30)


[II] Con riferimento ai non credenti, Paolo VI afferma: “Noi cerchiamo di cogliere nell’intimo spirito dell’ateo moderno i motivi del suo turbamento e della sua negazione. (…) Li vediamo invasi dall’ansia, pervasa da passionalità e da utopia, ma spesso altresì generosa, d’un sogno di giustizia e di progresso, verso finalità sociali divinizzate, surrogati dell’Assoluto e del Necessario, che denunciano il bisogno insopprimibile del Principio e del Fine divino, di cui toccherà al nostro paziente e sapiente magistero svelare la trascendenza e l’immanenza” (Ecclesiam Suam, n. 108).


[III] Ecclesiam Suam, n. 111.


[IV] Idem, n.113.


[V] Nostra Aetate, n. 2.


[VI] È opportuno richiamare anche la Commissione per i rapporti religiosi con i musulmani, istituita nel 1974 da Paolo VI, e confermata dalla Costituzione Pastor Bonus, che ha realizzato iniziative, convegni, incontri internando, favorendo la produzione di documenti comuni con esponenti dell’islam. Sull’argomento, e per i documenti citati anche successivamente, cfr. Dialogo Interreligioso, a cura di F. Gioia, Libreria Editrice Vaticana, ed. 2006.


[VII] Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità Ebraica (13 aprile 1986), Sinagoga di Roma. Cfr. Il Dialogo Interreligioso, cit., p.439 ss. In occasione della storica visita, Giovanni Paolo II, che definì l’incontro lungamente atteso, pronunciò parole di dolore e di verità sulle persecuzioni subite dagli ebrei nei secoli: “La considerazione dei secolari condizionamenti culturali non potrebbe tuttavia impedire di riconoscere che gli atti di discriminazione, di ingiustificata limitazione della libertà religiosa, di oppressione, anche sul piano della libertà civile, nei confronti degli Ebrei, sono stati oggettivamente manifestazioni gravemente deplorevoli. Si, ancora una volta, per mezzo mio, la Chiesa, con le parole del ben noto Decreto “Nostra Aetate”, “deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei ogni tempo da chiunque” (NA 4); ripeto “da chiunque” (Ivi, p. 441).


[VIII] Papa Francesco ha voluto sottolineare di seguire “con questa mia visita le orme dei miei Predecessori”, poiché “Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede. Tutti quanti apparteniamo ad un’unica famiglia, la famiglia di Dio, il quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo”.


[IX] Francesco, Discorso alla Comunità Ebraica (17 gennaio 2016), Sinagoga di Roma.


[X] Giovanni Paolo II, Discorso durante la visita al Raj Ghat (1 febbraio 1986), Delhi (India). Cfr. anche Il Dialogo Interreligioso, cit. p. 409.


[XI] Giovanni Paolo II, Incontro con esponenti delle religioni non cristiane nella Rajaji Hall di Madras (5 febbraio 1986), Calcutta (India), n.1. Cfr. anche Il Dialogo Interreligioso, cit. p. 429. Prosegue il Pontefice: “l’Indiano pensa a giusto titolo che la religione ha un profondo significato per lui. Il suo vero essere prova impulsi, istinti, domande, aneliti e aspirazioni che testimoniano la più grande tra tute le umane ricerche: la ricerca dell’Assoluto, la ricerca di Dio”. (p. 430).


[XII] Giovanni Paolo II, Discorso ai Rappresentanti delle Chiese cristiane e comunità ecclesiali e delle religioni del mondo convenuti in Assisi per la Giornata mondiale di preghiera per la pace (27 ottobre 1986), n.2. Cfr. anche In Il Dialogo Interreligioso, cit., p. 455: “Vedo l’incontro odierno come un segno molto eloquente dell’impegno di tutti voi per la causa della pace. È proprio questo impegno che ci ha condotti ad Assisi” (Idem, n.3)


[XIII] Nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001), Giovanni Paolo II afferma: “Nella condizione di più spiccato pluralismo culturale e religioso, quale si va prospettando nella società del nuovo millennio, tale dialogo è importante anche per mettere un sicuro presupposto di pace e allontanare lo spettro funesto delle guerre di religione che hanno rigato di sangue tanti periodi nella storia dell’umanità. Il nome dell’unico Dio deve diventare sempre di più, qual è, un nome di pace e un imperativo di pace” (n. 55).


[XIV] Ha proseguito il Pontefice, ricordando che le religioni devono collaborare “su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambientale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza e soprattutto della speranza”.


[XV] Francesco, Udienza generale interreligiosa in occasione del 50° anniversario della promulgazione della Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”, (28 ottobre 2015), Piazza San Pietro.


[XVI] Francesco, Discorso alla Comunità Ebraica (17 gennaio 2016), Sinagoga di Roma.


[XVII] Francesco, Post-Angelus (15 novembre 2015), Palazzo Apostolico. Nel manifestare cordoglio e solidarietà al Presidente della Repubblica Francese, e ai familiari delle vittime del terrorismo, il Papa ha aggiunto: “Tanta barbarie ci lascia sgomenti e ci si chiede come possa il cuore dell’uomo ideare e realizzare eventi così orribili, che hanno sconvolto non solo la Francia ma il mondo intero”.


[XVIII]Francesco, Discorso durante l’incontro con la comunità musulmana (30 novembre 2015),Moschea Centrale di Koudoukou, Bangui. Il Papa ha concluso con un invito alla riconciliazione nazionale, dopo i tre anni di guerra civile, e un invito ad “aiutare a spegnere i focolai di tensione che vi sono presenti e che impediscono agli Africani di beneficiare di quello sviluppo che meritano e al quale hanno diritto”. Ha aggiunto: “vi invito a pregare e a lavorare per la riconciliazione, la fraternità e la solidarietà tra tutti, senza dimenticare le persone che più hanno sofferto per questi avvenimenti”.


[XIX] Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, Giovanni Paolo II non ha mancato occasione per distinguere e separare la religione dall’uso della violenza, e parlando a Baku, il 22 maggio 2002, ha reso omaggio al clima di tolleranza esistente in Azerbaijan, e ha aggiunto: “vogliamo gridare al mondo: Basta con la guerra in nome di Dio! Basta con la profanazione del Suo Nome santo!”. “Fino a quando avrò voce, io griderò: “Pace, nel nome di Dio!” E se parola si unirà a parola, nascerà un coro, una sinfonia, che contagerà gli animi, estinguerà l’odio, disarmerà i cuori”. Giovanni Paolo II, Discorso durante l’incontro con i Rappresentanti delle religioni, della politica, della cultura e dell’arte (22 maggio 2002), Palazzo Presidenziale di Baku, n.2(in Cfr. anche Il Dialogo Interreligioso, cit., p.1244-1245).


[XX]Francesco, Saluto all’incontro ecumenico e interreligioso (26 novembre 2015), Nunziatura Apostolica a Nairobi. Il Papa ha, inoltre, ribadito che le credenze religiose e il modo di praticarle “influenzano ciò che siamo e la comprensione del mondo circostante”; “esse sono per noi fonte di illuminazione, saggezza e solidarietà e in tal modo arricchiscono le società in cui viviamo”.


[XXI] Ibidem.


[XXII] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (9 novembre 2001), n.5. Cfr. anche Il Dialogo interreligioso, cit., p.1153-1154.


[XXIII] Francesco, Discorso ai Membri del Consiglio dei Capi Esecutivi per il Coordinamento delle Nazioni Unite, 9 maggio 2014, Sala del Concistoro.


[XXIV] Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis, (28 ottobre 1965), n. 1.

[XXV] Giovanni Paolo II, Messaggio al Presidente del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace” in occasione dell’incontro internazionale di preghiera “uomini e religioni” promosso dalla Comunità di S. Egidio (1° ottobre 1997), n. 4. Cfr. anche Il Dialogo Interreligioso, cit., p. 829.

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