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Il dialogo è un impegno
per la Chiesa

· Il cardinale Ayuso Guixot alla Giornata della fraternità ·

«Una nuova prospettiva di pace e di vera fratellanza tra cristiani e musulmani» si è aperta esattamente ottocento anni dopo l’incontro tra san Francesco e il sultano Malik al-Kāmil. Lo ha detto a Firenze il cardinale Miguel Ángel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, nella sua prima uscita pubblica dopo aver ricevuto la porpora nel concistoro di sabato 5 ottobre.

Il cardinale ha partecipato alla Giornata della fraternità sul tema «Da Damietta ad Abu Dhabi», svoltasi martedì 8 nel cenacolo di Santa Croce. Promossa dall’Opera di Santa Croce in collaborazione con i frati minori conventuali, vi sono intervenuti, tra gli altri, il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, il principe El Hassan bin Talal di Giordania, chair del Royal Institute for Inter-Faith Studies di Amman, fratello del re Hussein, e il custode del Sacro convento di Assisi, padre Mauro Gambetti. Non a caso è stato scelto il capoluogo toscano per questa commemorazione dell’ottavo centenario dell’incontro tra il Poverello e il sultano di Damietta. Infatti, sulla scia dell’attività profetica del sindaco Giorgio La Pira (1904-1977), nel 2015 a Firenze è stato firmato un protocollo d’intesa fra i capi delle tre religioni monoteiste: cattolica, ebraica, islamica e il Comune fiorentino, favorendo l’apertura di una Scuola di alta formazione per il dialogo interreligioso e interculturale.

«Dobbiamo essere grati sia a Francesco — ha detto il cardinale Ayuso Guixot — che ha avuto l’ispirazione e il coraggio di incontrare il sultano, che a Malik al-Kāmil per la sua apertura ed accoglienza». Ecco dunque un modello al quale anche oggi «dovrebbero ispirarsi i rapporti tra credenti di diverse religioni: promuovere un dialogo nella verità fatto di stima e rispetto reciproci e nella mutua comprensione».

Il porporato ha poi fatto notare come il dialogo con cristiani di diverse Chiese, con fedeli di altre tradizioni religiose come con uomini e donne che non hanno una fede «non è né una strategia né una tecnica nascosta». Tuttavia, «dialogare presuppone un’identità formata». Senza di essa il dialogo «è inutile o dannoso». Allora perché un incontro sia efficace, «deve fondarsi su una presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni religiose. Saremo così in grado di vedere più chiaramente anche quanto abbiamo in comune».

Ecco allora la necessità rimarcata dal presidente del Pontificio consiglio di adottare «la cultura del dialogo come via della collaborazione, come metodo della conoscenza reciproca e come criterio comune». L’identità, ha aggiunto, e «anche questo è molto chiaro nell’insegnamento di Papa Francesco, non va a scapito dell’amicizia, anzi sembra un binomio fondamentale la cui condizione è la capacità di empatia, il sentire come l’altro sente e vede». Ascoltando quanto detto dal Pontefice, ha spiegato il relatore, «emerge con chiarezza lo spirito che ha guidato Papa Francesco a intessere una rispettosa amicizia con il Grande imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayyeb» che ha poi portato alla firma del Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, il 4 febbraio scorso ad Abu Dhabi.

Un altro aspetto sottolineato dal porporato è quanto indicato da Papa Bergoglio nel 50° anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, nell’udienza interreligiosa del 28 ottobre 2015, quando ha parlato «di caratteri e finalità essenziali del dialogo tra le religioni». Un elemento, ha fatto notare, è costituito dal “rispetto reciproco”. Il Papa, ha commentato il cardinale, non «si stanca di ripetere che le divisioni del mondo, oltre che quelle religiose, chiedono dialogo, lo impongono come strumento indispensabile per fare dei passi in avanti nella convivenza tra gli uomini e tra i popoli». Il dialogo interreligioso, pertanto, non «è un lusso ma, al contrario, è qualcosa di necessario ed essenziale, al servizio del bene comune». Ciò vuol dire che «deve diventare una realtà ordinaria, quotidiana, nel rapporto tra persone di diverse religioni». Inoltre, Papa Francesco «non ha mai accettato l’equiparazione fra religione e terrorismo, pur riconoscendo l’esistenza di pericolosi fondamentalismi nelle religioni, e con ancor più forza ha sempre condannato l’equazione tra islam e violenza».

Anzi a Bangui, durante il viaggio apostolico nella Repubblica Centrafricana (29-30 novembre 2015), il Pontefice «ha condannato ogni atto di violenza e ha invitato cristiani e musulmani a “rimanere uniti”». Da qui la convinzione che il rapporto tra «dialogo interreligioso, fraternità umana e prospettiva di pace è praticamente ineludibile e s’è fatto così stretto che non possiamo neanche immaginare separate queste realtà». Sarebbe a dire, quella delle «religioni che s’incontrano, si parlano, si conoscono, si riconoscono in un cammino di fraternità, si pongono ciascuna come costruttore di pace ovunque si trovino ad operare», e quella della pace che «ha bisogno più che in passato che la Chiesa cattolica e le altre religioni agiscano insieme per prevenire, ed eliminare, tutto ciò che può portare alle divisioni e ai conflitti». È quindi evidente che Papa Francesco, desiderando una Chiesa «in uscita, amica dei più poveri, in dialogo con tutti e che alla luce del Vangelo» e ricordando a tutti «la centralità dell’essere umano e la sua innata dignità», cerchi “alleati ed amici” soprattutto fra quanti «possono attingere ad un ricco patrimonio spirituale e ad una millenaria saggezza quali le persone di altre tradizioni religiose».

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