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Il dialogo della quotidianità

· A colloquio con il cardinale Jean-Louis Tauran ·

Vivere insieme si può, non è utopia.  È il messaggio del popolo libanese a un  mondo che stenta a trovare il cammino della pace e il  Papa va in Medio Oriente proprio per rafforzare questo cammino. Lo dice il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, nell’intervista rilasciata al nostro giornale alla vigilia della partenza al seguito del Papa. «Scoprirà certamente — dice il porporato che ha lavorato nella nunziatura apostolica in Libano durante gli anni duri della guerra — tanta gente, gente comune, pronta a divenire  protagonista  in un desiderato processo di pace e  di riconciliazione».  E sono loro, dice ancora il cardinale,  gli interpreti di quel «dialogo della quotidianità che li aiuta ad affrontare e a risolvere insieme problemi e sfide comuni. Quelli della quotidianità appunto».

Cosa è rimasto tra i suoi ricordi dell’esperienza vissuta in Libano?

La grandezza dell’anima libanese. Il Libano è stato sempre un laboratorio di dialogo tra le religioni così come tra le culture. Per anni è stato un ponte tra l’Oriente e l’Occidente. Quando ero al servizio della nunziatura a Beirut, negli anni Ottanta, sentivo ripetere spesso: «Salviamo il Libano per salvare i cristiani».  La situazione era drammatica ed era difficile pensare che il Paese sarebbe potuto diventare un esempio per il mondo. I libanesi sono stati capaci di dimostrare che vivere insieme non è un’utopia. È possibile quando c’è un minimo di condivisione di un patrimonio culturale e religioso come quello che  aveva e ha il Libano. In questo il Paese ha fatto scuola. E lo dimostrano i suoi giovani. Frequentano le stesse scuole, studiano sugli stessi testi, hanno le stesse idee su quello che deve essere il loro futuro. Ecco, questa è l’anima libanese.

Vede profilarsi delle ombre su quest’anima?

Certo l’esperienza che ho avuto mi porta a pensare che la guerra sia la sintesi di tutti i mali che affliggono il mondo. Dunque non si può pretendere che sedici anni di conflitto non abbiano lasciato delle tracce. Mi ricordo, per esempio, che quando ero nella nunziatura di Beirut, proprio negli anni della guerra, mi capitava spesso di visitare molti villaggi insieme con il nunzio apostolico, l’arcivescovo Carlo Furno.  La cosa che più ci colpiva erano i giocattoli dei bambini: tutti riproducevano carri armati, cannoni, mitra. Dunque un’intera generazione è cresciuta avendo quei modelli. Tanto è stato fatto in questi anni nel Paese per superare questa mentalità.

Secondo lei questa disponibilità alla convivenza è rimasta intatta?

Quando si parla di convivenza, di dialogo, bisogna sempre pensare che non si tratta in realtà di dialogo tra le religioni, ma di dialogo tra i credenti. Non si tratta, cioè, di un’attività filosofica tra teologi,  ma del  dialogo della quotidianità tra persone che hanno e vivono gli stessi problemi: la pace, la scuola, il lavoro, il futuro. In una società sana, che condivide questi problemi, non si cerca la divisione; si cerca piuttosto la collaborazione per risolverli. Questo fa del dialogo una pratica quotidiana tra persone che hanno credi diversi ma problematiche comuni.

Potrà la visita del  Papa rafforzare questo modello?

Intanto la presenza del Papa aiuterà ad attirare l’attenzione sul perché in Oriente i cristiani hanno paura: paura soprattutto del futuro, in quanto non sono rispettati, non è consentito loro di partecipare appieno alla vita dei loro Paesi. Mi ha molto impressionato,  proprio nel recente Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, percepire che la sensazione di molti cristiani di quelle terre è di essere considerati cittadini di “serie b”. Con la sua presenza il Papa certamente restituirà coraggio soprattutto ai cristiani affinché non abbiano più paura.

E a causa di queste paure che diciotto milioni di libanesi hanno abbandonato il loro Paese?

Le ragioni della diaspora libanese sono diverse. È possibile che alcuni abbiano anche avvertito un senso di paura. Ma io credo che a spaventarli sia stata soprattutto la mancanza di prospettive per il futuro. I cristiani raggiungo ottimi livelli culturali e una  preparazione professionale tale da facilitarne l’inserimento nei processi lavorativi dei Paesi occidentali. C’è poi un’altro particolare. Proprio recentemente, per la precisione nel mese di giugno, sono tornato a Beirut. E mi è stato detto che il grande problema di oggi è la progressiva scomparsa della classe media. Un fatto grave, perché indica una difficoltà nel sistema economico. La gente ha paura del futuro e chi ha la possibilità di farlo va via per cercare nuove opportunità di vita.  Questo riguarda soprattutto i cristiani. Ciò ha causato la diminuzione del numero dei componenti della comunità cristiana presente sul territorio. E lo si intuisce anche da alcuni aspetti esteriori. Quel che è certo è che in queste terre i cristiani, quando sono una minoranza — come lo sono in tutti i Paesi musulmani — restano comunque una minoranza che conta, perché stanno accanto al popolo con opere sociali di alto livello, dalle università alle scuole  e ai centri di assistenza.

Lei ha partecipato all’assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi. Quale urgenza ha manifestato?

Direi innanzitutto la forza di una comunione tutta da riscoprire. Ripetiamo spesso che per risolvere le questioni sul tappeto c’è bisogno di dialogo. Ma il dialogo non è solo dialogo tra le religioni;  è anche dialogo ecumenico e dialogo all’interno delle stesse Chiese. Questa è la vita quotidiana. Bisogna evitare che gli accadimenti — anche se si tratta di guerre e di violenza — mettano in pericolo la libertà interiore di ciascuno, che è poi la libertà di religione. Questo deve essere salvaguardato come patrimonio universale. Ognuno deve essere libero di vivere dove è nato,  di  seguire la propria coscienza, di esprimere apertamente la propria fede.

E ora il Papa  offre a tutti il documento post-sinodale...

Sì, lo darà a tutti  affinché tutti capiscano che vivere insieme si può, non è utopia. Proprio mercoledì scorso, durante l’udienza generale, parlando del suo prossimo viaggio, il Pontefice  ha ancora una volta esortato i cristiani a essere costruttori di pace e protagonisti della riconciliazione.  E li ha incoraggiati a proseguire sulla via del dialogo con tutti, perché  la storia del Medio Oriente ci insegna il ruolo importante e spesso primordiale interpretato dalle diverse comunità cristiane proprio  nel dialogo tra le religioni e tra le culture. Io credo che questo messaggio sia un ottimo strumento per un dialogo nuovo.  Del resto, è bene ricordare che i cristiani hanno sempre partecipato alla costruzione del patrimonio culturale del Medio Oriente; e questo anche gli islamici lo sanno e lo accettano. Quindi è sbagliato ritenere che i musulmani non apprezzino i cristiani. Senza contare che anche tra i seguaci dell’islam ci sono piccoli protagonisti della riconciliazione: ne ho avuto esperienza meravigliosa proprio quando giravo nei villaggi tormentati dalla guerra. Credo che ancora oggi tra  la gente comune  vi siano tanti cristiani e tanti  musulmani  che inseguono lo stesso desiderio di pace e di riconciliazione.

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24 luglio 2019

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