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Il dialetto in paradiso

· Papa Francesco a Pietrelcina ·

La visita di Papa Francesco a Pietrelcina, nel cinquantesimo anniversario della morte di san Pio e nel centenario dell’apparizione delle stimmate, costituisce per la nostra Chiesa — che per la sua storia conserva un legame speciale con la Chiesa Romana — un’opportunità per divenire, secondo le parole di san Francesco d’Assisi (Lettera a un ministro, 7), «cristiani migliori». Il vescovo della Chiesa di Roma, che nella carità presiede a tutte le altre Chiese, viene a confermarci nella fede, a incoraggiarci nella sequela di Cristo, a indicarci nuove mete per il nostro cammino.

San Pio da Pietrelcina è un figlio di questa terra, ha respirato a pieni polmoni la cultura contadina della sua gente, una cultura che va all’essenziale, basata sui fatti più che sulle parole. Qualcuno ha detto che san Pio ha portato il dialetto in paradiso: ebbene, è il nostro dialetto quello che lui ha portato lassù, quello della nostra gente. Perché egli rimase tra noi non solo fino agli anni dell’adolescenza, ma anche tra il 1910 e il 1916, quando — fuori del convento per motivi di salute — risiedette ancora nel suo paese natale. Tra noi fu ordinato sacerdote (a Benevento, il 10 agosto 1910, dal vescovo ausiliare monsignor Paolo Schinosi), a Pietrelcina celebrò la prima messa; a Piana Romana, ricevette quel fenomeno che da tutti è conosciuto come “stigmatizzazione mistica”, interiore; scrivendo infatti al suo ministro provinciale, il padre Benedetto da San Marco in Lamis, l’8 settembre 1911, padre Pio confessava: «Ieri sera mi è successo una cosa che io non so né spiegare né comprendere. In mezzo alla palma delle mani è apparso un po’ di rosso quasi quanto la forma di un centesimo, accompagnato anche da un forte ed acuto dolore in mezzo a quel po’ di rosso. Questo dolore era più sensibile alla mano sinistra, tanto che dura ancora. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. Questo fenomeno è quasi da un anno che si va ripetendo, però adesso era da un pezzo che più non si ripeteva» (Lettera 44, in Epistolario i, p. 234). La visita del Papa viene, in qualche modo, a sottolineare questo tratto della biografia del santo. Cosa si aspetta la Chiesa beneventana da questa visita? Amiamo pensare che il Papa possa proporci non una ricetta miracolosa (che non esistono!), ma darci criteri validi per vivere il nostro presente e guardare con speranza al futuro.

Certo, la nostra Chiesa vanta un glorioso passato: la Janua maior, lo stupendo capolavoro che permette l’accesso alla cattedrale, ne è la testimonianza emblematica; la porta bronzea, infatti, dopo le storie della vita di Cristo e della sua glorificazione, ritrae la consegna del pallio al metropolita beneventano. Da Cristo, tramite Pietro e i suoi successori, deriva dunque l’autorità che il metropolita esercita sui suffraganei, che nelle formelle sottostanti risultano — allora, tra xii e xiii secolo — in numero di ventiquattro. Una storia, quindi, di straordinaria ricchezza. Eppure essa non basta, perché il presente richiede da noi risposte per le quali la ricchezza del passato non può sovvenirci. Non possiamo cullarci su di esso, perché quel passato ormai non c’è più, né possiamo rispondere alle questioni di oggi allo stesso modo di ieri, perché non solo i tempi sono diversi, ma anche le nostre possibilità si sono notevolmente ridotte. Non dev’essere però questo il tempo delle lamentazioni sul presente, un presente al quale si vorrebbe opporre magari la storia passata, come se un tempo tutto funzionasse a meraviglia e oggi invece non andasse bene più niente, perché anche ieri c’erano problemi (e non da poco!) così come adesso, accanto ai problemi, abbiamo grandi ricchezze.

La visita di Papa Francesco, inoltre, dice che sempre il Signore ci ha sostenuto mostrandoci i segni della sua benevolenza: uno dei doni grandi di Dio, in effetti, è proprio san Pio da Pietrelcina.

La nostra è una terra che soffre, nonostante le sue grandi potenzialità: la bellezza e la ricchezza del territorio e del suo patrimonio artistico-culturale, l’alta qualità dei prodotti eno-gastronomici e artigianali, costituiscono potenzialità notevoli ai fini di una ripresa socio-economica capace di produrre nuovi posti di lavoro in un’area che, proprio a motivo della mancanza di lavoro, va progressivamente spopolandosi. Queste potenzialità vengono però mortificate dalla debolezza delle infrastrutture: tra queste, salta subito all’occhio la precarietà del sistema viario e dei collegamenti ferroviari.

I nostri Comuni hanno perciò subito, negli ultimi decenni, una drastica contrazione demografica, alla quale non ha peraltro fatto riscontro una crescita del capoluogo, né questa tendenza accenna ad arrestarsi. Cresce l’età media della popolazione, soggetta a un progressivo invecchiamento: la difficile situazione sociale pone dunque nuovi, ulteriori problemi alla vita pastorale.

La visita del successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede (Luca 22, 32) è per noi motivo di speranza: ci aiuterà a vivere meglio il presente e a capire la direzione da prendere in vista del futuro.

di Felice Accrocca
Arcivescovo di Benevento

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22 ottobre 2019

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