Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il detenuto è soprattutto futuro

· A colloquio con il garante delle persone private della libertà ·

Nella “Repubblica” di Platone, Socrate parla di giustizia con Polemarco e arrivano ad affermare che, come i cavalli se vengono trattati male diventano peggiori, anche gli uomini maltrattati diventano più ingiusti. È da qui che parte la riflessione sulle carceri del Garante nazionale delle persone private della Libertà, Mauro Palma. Nominato nel 2016, anno dell’istituzione di questa figura prevista dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, i trattamenti e le pene inumane, a cui l’Italia ha aderito, Palma viene da un lungo impegno su questi temi, è stato infatti per tre mandati presidente del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa.

«È bene tornare a riflettere sulla detenzione e sulla funzione della pena — dice Palma — anche perché è da un po’ che questo tema è fuori dal dibattito politico, culturale e sociale. E i detenuti lo sanno. L’aumento dei suicidi in carcere, che si attribuisce sempre al sovraffollamento penitenziario, secondo me è causato anche da questo disinteresse, dal non essere più neppure oggetto di discussione». In compenso, sottolinea il Garante, «l’opinione pubblica è rimasta al bisogno del supplizio», mentre la politica, almeno quella più illuminata, sostiene la tesi: “i detenuti devono stare bene, ma dentro”. E ciò porta a un aumento esponenziale delle presenze in carcere a fronte di una diminuzione dei nuovi ingressi. Cioè, si resta dentro più a lungo». Palma, presidente dell’organismo di cui fanno parte altri due membri, Daniela De Robert e Emilia Rossi, e che resta in carica per cinque anni non prorogabili, insiste poi sulla necessità di modificare anche il linguaggio punitivo «perché — dice — non si perda mai la dimensione umana che è al fondo dell’azione di chi ha compiti di regolazione, legislazione, amministrazione e controllo». «Si va in carcere perché si è puniti — spiega — ma la vita in cella non deve essere una punizione nella punizione». «Il tempo che si passa in carcere è tempo sottratto alla vita, tempo che deve servire però a ricostruire quell’accordo sociale che il reato commesso ha rotto». Quindi, secondo Palma, serve una progettualità per il dopo, il carcere non deve essere solo segregazione ma progetti positivi di accompagnamento al recupero della persona. «Il detenuto — spiega — non è solo passato e presente, ma soprattutto futuro». E questo futuro va costruito in carcere, sostiene il Garante nazionale, responsabilizzando il detenuto che invece troppo spesso per l’organizzazione penitenziaria diventa «un adulto infantilizzato». «È interesse della società investire sul dopo — dice ancora Palma — sul fuori e non solo sul dentro». «La giustizia deve essere in grado di ricostruire il rapporto sociale che con il reato si è interrotto, deve “sentenziare” che la vittima ha subito un’ingiustizia, deve codificare il disvalore dell’azione commessa, ma anche stabilire le regole per consentire la riconciliazione non solo tra autore del reato e vittima, ma anche con la società». Invece la mancanza di progettualità è così diffusa che, ad esempio, «sono oltre 1800 nelle carceri italiane le persone che devono scontare una pena inferiore ad un anno ma che restano recluse per mancanza di strutture esterne al carcere». «E se del carcere i politici si disinteressano è sui migranti che si fa politica», dice Palma che come Garante è responsabile del controllo del rispetto dei diritti anche nei centri di accoglienza. «I migranti in Italia ormai sono numeri e non persone, abbiamo confuso l’identificazione con l’identità della persona, dimenticando le speranze e i desideri che accompagnano gli individui». «Negli ultimi 10 anni la percentuale dei rimpatri è rimasta stabile tra il 45 e il 55%, ne vengono fatti in media 6500 l’anno e invece di incrementare i rimpatri assistiti si è allungato il tempo di permanenza nei centri». «La detenzione amministrativa dei migranti — sostiene, invece, Palma — deve essere il più breve possibile mentre negli ultimi anni si è trasformata da strumento straordinario in regola». E conclude: «la sofferenza, sia essa la risultante di proprie azioni criminose, del proprio desiderio di una vita diversa e altrove, della propria vulnerabilità, merita sempre riconoscimento e rispetto».

di Anna Lisa Antonucci

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE