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Il destino cambiato da un viaggio

· E nel 2000 il porporato si raccontò in un'intervista mai pubblicata ·

Ho incontrato il cardinale Paul Augustin Mayer dieci anni fa, l'11 settembre del 2000 e ricordo benissimo ancor oggi l'austerità della sua figura che trasmetteva fisicamente un senso forte di ieraticità, spiritualità. La sua stessa corporatura magra, affusolata, elegante si stagliava per oltre un metro e novanta e, grazie anche a un volto scarno e due occhi celesti, severi, finiva inevitabilmente con l'incutere un forte senso di rispetto e di timore. In realtà era un uomo dolce e disponibilissimo che riceveva gli ospiti con una gentilezza e cortesia di altri tempi. E di altri tempi erano anche i suoi primi ricordi...

Iniziamo dai ricordi.

Dal 1913 al 1915 abitavamo a Salisburgo. Una delle prime cose che ricordo è l'agitazione che regnava in casa nostra il giorno del mio terzo onomastico, il 29 giugno 1914: il giorno prima era stato assassinato l'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo. Nei momenti difficili della guerra, qualche volta mia madre ci diceva, a me e ai miei fratelli: «Poveri bambini! Non avrete mai quello che noi abbiamo avuto!». Si riferiva alla pace e alla prosperità che noi, cresciuti sotto la guerra, non avevamo potuto conoscere. Quando ero piccolo in Baviera c'era ancora il Re. Ricordo ancora la casa dei miei e quando, d'estate, andavamo a Konigsee, il «Lago del Re», la «perla» della Baviera, un bellissimo lago al confine con l'Austria. A quell'epoca c'era una grande senso della famiglia, del rispetto per i più grandi. C'era un forte senso della gratitudine. E le feste liturgiche erano molto vissute. Il mondo era diverso, pochissimi avevano l'automobile e la bicicletta era il mezzo più diffuso. Ricordo passeggiate bellissime sulle Alpi, poi, quando ero nel collegio dell'abbazia di Metten, nella foresta bavarese, alla frontiera con l'allora Cecoslovacchia; nel Danubio nelle domeniche pomeriggio, andavamo a nuotare. C'era un'isola nel fiume che raggiungevamo in canoa per poi fare delle solenni merende. Mio padre, ufficiale dell'esercito bavarese, avrebbe desiderato un figlio ufficiale ma né io né mio fratello lo esaudimmo (e mio padre non ce lo chiese mai direttamente). Anzi, quando morì, nel gennaio del 1927 (io avevo 15 anni e avevo già fatto capire le mie intenzioni: ero solo indeciso tra i benedettini e i gesuiti), sul letto di morte mi disse: «Entra tra i benedettini».

Lei ha vissuto la sua giovinezza nella Germania tra le due guerre: come ricorda quel periodo?

All'inizio degli anni venti l'inflazione arrivò a livelli altissimi: ricordo che affrancai una lettera con un francobollo da 20 miliardi di marchi, il valore del denaro era polverizzato, lo Stato pagava il suo debito emettendo titoli e cambiali che non poteva onorare. Ricordo che i miei genitori vendevano l'argento e le posate più preziose: con la pensione mio padre non arrivava a metà del mese. A metà degli anni venti sembrò esserci un certo risveglio economico, però presto distrutto dalla crisi finanziaria del venerdì nero della borsa di New York dell'ottobre 1929. La vita era molto più povera di adesso. Anche la disoccupazione era una piaga ancora peggiore di oggi: nel dicembre 1932, a pochi mesi dall'avvento di Hitler, in Germania, rispetto ai quasi 60 milioni di abitanti, c'erano ben sei milioni di disoccupati e non esistevano all'epoca gli ammortizzatori sociali oggi esistenti. Durante la guerra 1914-1918 e anche nel primo dopoguerra tutto, dai viveri ai beni primari, veniva acquistato con le tessere annonarie. Il latte si poteva comprare direttamente dai contadini, ma già le uova dovevano essere consegnate dai contadini agli uffici annonari. Ricordo infatti che da piccolo una volta riuscii a prendere delle uova dai contadini ma per non farmi scoprire da un poliziotto incontrato sulla strada di ritorno nascosi le uova nel latte!

Ritorniamo alla sua vocazione...

Nel maggio del 1931, dunque avevo fatto la mia prima professione, nell'abbazia di san Michele a Metten. Nel dicembre del 1929 ero già venuto la prima volta a Roma per il cinquantesimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale del Papa, Pio XI. Papa Ratti è stato un grande Papa, colto, intrepido e deciso, molto missionario: ricordo che parlava anche il tedesco, anche se meno bene di Pacelli. A proposito di quella prima visita a Roma, c'è un episodio che mi è rimasto impresso nitidamente nella memoria. Era il 3 gennaio del 1930. Eravamo quattro giovani studenti del collegio di Metten: Goessl, Kneissl, Engelmann ed io. Con il nostro ultimo denaro affittammo un taxi che da Roma ci portò a Montecassino. E le strade all'epoca non erano le stesse di oggi! Il viaggio fu lungo, pieno di tappe molto accidentate. Arrivammo all'abbazia e pregammo sulla tomba di san Benedetto. Come era bella l'abbazia prima della sua distruzione! Arrivati a Roma prendemmo un treno della notte e tornammo in Baviera, al collegio di Metten. Fu una «bravata» da ragazzi, ma forse cambiò il nostro destino: tutti e quattro divenimmo benedettini, i chierici, nell'ordine, Placido, Corbiniano, Egberto e Augustin.

Nel volto impassibile dell'Abate Paul Augustin appare un piccolo (e contagioso) segno di commozione.

A Roma studiai teologia al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo sull'Aventino. All'epoca Roma era splendida, più piccola, senza le grandi periferie di oggi. La campagna era molto più vicina al centro rispetto a oggi. Ricordo che il 30 gennaio 1933, tornando a S. Anselmo da una escursione in campagna, al rientro in città vedemmo i volantini «Hitler Cancelliere!»: la nostra gioia si spense di colpo. L'Ateneo era un po' un'oasi dentro la città. Ricordo in particolare il clima teologico fortemente impregnato del ricorso continuo alla Sacra Scrittura, alla teologia dei Padri della Chiesa e dell'uso della liturgia come fonte per la teologia e la vita della Chiesa. La teologia di san Tommaso manteneva la sua importanza ma arricchita dalle dimensioni ora ricordate. Conoscemmo allora Jacques Maritain, Erik Peterson, Agostino Bea, Carlo Bali{l-cacute}, Réginald Garrigou-Lagrange, Agostino Gemelli, Yves Congar, Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac, Jean Daniélou ed altri.

Ha conosciuto di persona questi grandi teologi?

Sì, in misura e in maniera assai varia. Ricordo in particolare la finezza di padre Garrigou-Lagrange, il suo modo di parlare in italiano e latino ma con lo spiccato accento francese. Ricordo poi un incontro, veramente insolito, con Erik Peterson. Era l'11 settembre 1943, la città di Roma la sera era stata occupata dalle truppe tedesche. Regnava una grande tensione, ovviamente. Quella mattina da Sant'Anselmo scesi al quartiere Testaccio in direzione di via Galvani, dove c'era l'istituto delle Suore presso il quale dicevo messa durante le vacanze estive. Ricordo un paracadutista tedesco che cercava di controllare la strada. Più tardi seguendo una marea di gente entrai nei Mercati Generali malmessi dal conflitto armato. Vicino a un mucchio di patate carbonizzate vidi una persona rovistare per cercare le patate ancora commestibili: riconobbi il professore Peterson, che, nella fame di quel periodo voleva portare un po' d'aiuto alla sua famiglia.

Lei ha partecipato attivamente al concilio Vaticano II?

Sì, ho lavorato come segretario della Commissione preparatoria, conciliare e post conciliare. La nomina mi pervenne come un fulmine dal ciel sereno nel luglio 1960 tramite una telefonata del cardinale Giuseppe Pizzardo, allora prefetto della Congregazione per i Seminari e le Università. La recentissima beatificazione ha ravvivato il ricordo del «Papa buono» che coraggiosamente annunciò la convocazione del concilio Ecumenico il 25 gennaio 1959 a San Paolo fuori le mura. Egli seguiva i lavori preparatori con grande interesse e incoraggiamento. Indimenticabile mi è rimasto un suo intervento personale in una sessione della nostra Commissione preparatoria, in cui si trattava della vocazione sacerdotale. Il Papa sottolineò che la sua vocazione era stata tutta personale, non influenzata da nessuno; ma d'altra parte essa era così trasparente che tutti dicevano di lui «Giovannino — pretino». «Ma non pensate perciò — egli aggiunse sorridente — che non avessi anch'io sentito delle difficoltà contro quella scelta. Il Talare da portare già nel Seminario minore avrebbe chiesto di manipolare trenta bottoni la mattina e trenta bottoni la sera. Che impresa!». Alquanto ottimista il Papa aveva pensato che il programma del Concilio si potesse assolvere in un'unica sessione dall'11 ottobre all'8 dicembre 1962. L'abbandono di questa speranza nell'estate 1962 era come il «fiat» con cui lasciò al suo successore la continuazione e conclusione della grande opera da lui iniziata.

Il cardinale si sofferma sulla questione della cosiddetta «ermeneutica del concilio».

Si è spesso parlato del concilio come significante una divisione netta tra un periodo buio, quello precedente, e la rifioritura successiva. Ma è uno schema fuori dalla storia. In realtà anche prima non è che fosse tutto «nero». Si è poi spesso sottolineato la presenza di grandi conflitti all'interno della assemblea conciliare. Certamente ci furono delle tensioni. C'erano diversità di opinioni ma si cercava sempre di trovare una sintesi valevole tra i tesori più preziosi della vita ecclesiastica passata e gli stimoli fondati da un'apertura non cieca ma ragionata ai segni dei tempi. Il documento «Optatam totius» fu approvato dai Padri conciliari alla prima lettura con una maggioranza superiore ai due terzi dei componenti. La sua definitiva approvazione plebiscitaria fu per me e per tutta la Commissione una grandissima gioia e ricordo che incontrandomi vicino alla piazza San Pietro con un Vescovo nostro membro ci abbracciammo e fermammo il traffico! La nostra un po' ingenua euforia ci aveva fatto dimenticare che la sorte di un testo conciliare dipende fortemente dalla serietà con la quale esso viene letto, assimilato e messo in pratica.

E che ricordo ha di Paolo VI?

Era un uomo profondamente spirituale, dotato di uno spirito di preghiera impressionante. Era interamente dedito, senza alcun risparmio, al proprio compito. Visse e governò la Chiesa in anni difficili. Dal punto di vista ecclesiale Montini era molto aperto a tutti gli sviluppi teologici, ecumenici e politici; quelli promettenti e quelli minacciosi. Lui che felicemente aveva concluso il concilio e che lo considerava un «grande dono», relativamente presto ebbe molto da soffrire per la mancata assimilazione all'interno della Chiesa. Cominciava allora il periodo dell'appello al cosiddetto «spirito del concilio», in forza del quale si evitava la vera cognizione, interpretazione ed attuazione dei principi conciliari. Paolo VI, con «il cuore riempito d'amarezza», dovette constatare che dopo il concilio, invece dell'attesa giornata di sole è venuta una giornata di nuvole e di tempesta; fatto tanto più doloroso quanto i mali che affliggono la Chiesa, in gran parte non vengono da fuori ma dal di dentro».

Il cardinale si interrompe: la televisione riprende in questo momento Giovanni Paolo II in diretta da Fátima. Chiedendomi scusa sua eminenza si accomoda davanti al video e rimane lì, assorto, nell'ascolto delle parole del Papa. Accanto a lui si siedono le due suore americane, materializzatesi silenziosamente così come erano scomparse un paio d'ore prima. Le tre figure sembrano non tanto guardare la televisione quanto pregare insieme al Papa. Mi rendo conto che la nostra discussione finisce qui e, sussurrando anch'io un impacciato «Buona sera», lascio l'austera abitazione del cardinale Paul Augustin Mayer e mentre saluto mi viene in mente una frase che qualche giorno prima mi aveva detto mio cugino Maurizio: «Oggi la cosa più trasgressiva al mondo è recitare una preghiera».

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