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Il demone del reportage

· Prima mostra di Domon Ken fuori dai confini del Giappone ·

Soprannominato Hōdōshashin no oni, letteralmente «il demone della fotografia di reportage», Domon Ken è considerato un maestro assoluto della fotografia giapponese e iniziatore della corrente del realismo. Con le sue opere ha scritto un capitolo fondamentale nella storia di questa arte nel Giappone del dopoguerra, divenendo un riferimento della produzione contemporanea. Lo scrive Gaetano Vallini aggiungendo che nel suo Paese, a Sakata, c’è un grande e moderno museo a celebrarlo, dove è raccolta la sua vasta produzione. 

Domon Ken, «Bagno presso il fiume davanti allo Hiroshima Dome» (serie «Hiroshima», 1957)

Ciononostante la sua opera è quasi sconosciuta in occidente. Ma oggi per la prima volta le fotografie di Domon Ken possono essere ammirate fuori dai confini del Giappone. L’occasione è la mostra a lui dedicata dal 27 maggio al 18 settembre al Museo dell’Ara Pacis di Roma: circa 150 fotografie, in bianco e nero e a colori, realizzate tra gli anni Venti e gli anni Settanta del secolo scorso, che raccontano il percorso di ricerca dell’artista verso il realismo sociale.

Dagli scatti iniziali, prima e durante la seconda guerra mondiale, che mostrano la visione legata al fotogiornalismo e alla fotografia di propaganda, passando dalla fotografia di ambito sociale, la mostra ripercorre la produzione di Domon Ken (1909 – 1990) fino all’opera chiave, che documenta la tragedia di Hiroshima, alla quale il fotografo si dedica quasi rispondendo a un dovere umanitario. Nella rassegna romana — curata da Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’arte dell’Asia orientale all’università di Milano, e dal Takeshi Fujimori, direttore artistico del Ken Domon Museum of Photography — ci sono solo una dozzina di scatti tratti dalla serie su Hiroshima. Ma sono immagini che lasciano il segno.

È un momento cruciale della vita del fotografo, che arriva a Hiroshima per la prima volta il 27 luglio 1957. Da allora e fino a novembre vi torna sei volte, producendo oltre 7.800 negativi. Si rende conto che fino ad allora ha ignorato, o forse temuto, ciò che Hiroshima ha realmente significato. Fotografa luoghi e persone colpite direttamente e indirettamente, registrando freddamente, ma con le lacrime agli occhi, i danni materiali, le lesioni fisiche, le cicatrici, le deformazioni, le operazioni chirurgiche. Ma anche il timido ritorno dei sopravvissuti alla vita.

L’opera, del 1958, richiama nuovamente l’attenzione del mondo sulle ferite profonde ma già quasi dimenticate di quell’ecatombe. Ma in patria, dove Hiroshima e Nagasaki sono vissute come una vergogna, pone il fotografo al centro di aspre critiche che, tuttavia, non riescono a minare la sua incrollabile volontà di rappresentare la realtà. In un articolo comparso sulla rivista «Shinchō» nel 1977 si schiera al suo fianco il premio Nobel Kenzaburō Ōe, che definisce il volume Hiroshima come la prima opera d’arte moderna del Giappone, affrontando il tema dell’atomica parlando dei vivi invece che dei morti.

Dopo aver visitato la mostra su Domon Ken — inserita tra le iniziative per il centocinquantesimo anniversario del primo Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone — si ha l’impressione di aver compiuto un suggestivo viaggio nella misteriosa bellezza del paese del Sol levante, di essere entrati in contatto con l’anima del suo tenace popolo e con il fascino di una tradizione antica eppure ancora viva.

di Gaetano Vallini

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16 giugno 2019

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