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Il demiurgo e il giardiniere

· ​Totalitarismo e postmodernità secondo la filosofa francese Chantal Delsol ·


Il mondo è diviso in due categorie. C’è chi, nella consapevolezza della limitatezza del genere umano, si reputa co-gestore di un mondo da custodire, e chi invece aspira a riscrivere una storia per l’umanità come farebbe un romanziere, ripartendo sempre da una pagina bianca.
Da questa netta distinzione prende le mosse Chantal Delsol per descrivere l’evoluzione delle utopie totalitarie dell’ultimo secolo. Secondo lei, se i totalitarismi nazista e comunista che hanno devastato il XX secolo sono stati sconfitti, sarebbe un errore pensare che le radici di tali ideologie siano state definitivamente eliminate. Il loro comune denominatore — ovvero la volontà di trasformare l’uomo col presupposto che egli sia incompiuto — è chiaramente sopravvissuto per assumere forme più adatte al contesto della postmodernità. 

Marie-Pierre Jan, «Le jardinier» (2015)

All’origine, la stessa identica “palingenesi antropologica”, che nasce dallo scopo di sopprimere la sofferenza e la morte: dalla «redenzione proletaria al trionfo degli ariani perfetti fino al transumanesimo di oggi», si mira sempre — ammonisce la filosofa francese ne La haine du monde («L’odio del mondo», Paris, Editions du Cerf, 2016, pagine 237, euro 19) — alla soppressione delle questioni relative alla nostra finitudine e alla metafisica. Confrontando l’occidente postmoderno a quello del XX secolo, ella constata che solo le modalità di diffusione dell’utopia sono cambiate. Ciò che il totalitarismo non è riuscito a imporre col terrore, lo impone ormai con la derisione, quale potenza totale che «fa e disfa gli imperi», decidendo «di ciò che deve o non deve essere preso sul serio».
I cantori della nuova «utopia senza terrore» rimangono tuttavia gli eredi diretti dei totalitarismi del XX secolo, nonostante la loro pubblica condanna di tali regimi. Oggi come ieri, questi demiurgi che dominano una parte del mondo non accettano che la realtà abbia una qualsiasi definizione, una realtà che ci preceda e ci superi. Si riservano il diritto di elaborare e fissare le definizioni, per modificarle a seconda delle proprie esigenze, certi — deplora Delsol — di poter liberare l’uomo dall’inerente precarietà.
Un «prometeismo pervertito» questo che stranamente ha potuto svilupparsi soltanto nelle società giudeo-cristiane, che sono al contempo il «veleno» e l’«antidoto» di questo fenomeno. Infatti, la cultura giudeo-cristiana è per prima uscita dal modello olistico per far emergere il concetto di persona. A differenza delle società non occidentali, infatti, essa ha spezzato la visione circolare del tempo per far nascere l’idea di progresso e di libertà individuale. Secondo la filosofa — erede del personalismo di Emmanuel Mounier — solo il pensiero spiritualista può fare da baluardo contro gli eccessi dell’emancipazione di cui è anche creatore, rendendo l’uomo consapevole dei propri limiti e del proprio bisogno di radicamento nella realtà del mondo.
Il libro, a torto, è stato definito pessimista da alcuni commentatori. Se il diagnostico non è tra i più felici, l’orizzonte non appare così buio sotto la penna di Delsol, che formula il sogno di vedere i giardinieri di ogni tendenza — dalla trascendenza cristiana al panteismo ecologista — unire le proprie forze per frenare nel mondo di domani gli impulsi dei demiurgi, potenzialmente devastatori per l’umanità.
Le azioni del giardiniere, di fatti, differiscono profondamente da quelle del demiurgo. Il primo mira alla fecondità, il secondo all’efficacia. Il giardiniere, scrive ancora Delsol, «è l’ospite e il coadiutore di un più grande di sé, che egli può chiamare Dio o Natura o Azzardo, o Provvidenza o Gaia. Ha ereditato un mondo cominciato, iniziato, ma incompiuto. Egli prosegue, abbellisce, civilizza». Al contrario un uomo emancipato da ogni radice tende a diventare un semplice atomo intercambiabile, senza alcun valore. Diventa simile a quell’«uomo rosso» descritto dalla scrittrice Svetlana Alexievitch che, immerso nella solitudine estrema, viene assorbito nella massa che ha perso contatto con la realtà del mondo per rifugiarsi in vane chimere — quali il sogno d’immortalità — invece di indossare con coraggio «i carichi di un mondo diviso, incompleto, rivoltato: il mondo che esiste».

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