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Il cuore di Genova

· Nella solennità di san Giuseppe il cardinale Bagnasco ha parlato al mondo del lavoro ·

«La diocesi di Genova ha una lunga storia di presenza rispettosa e di rapporto virtuoso con il lavoro nelle alterne vicende che molti di noi ricordano». Lo ha sottolineato l’arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), cardinale Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata, nel pomeriggio di ieri, lunedì 19, nella cattedrale di San Lorenzo in occasione della tradizionale messa per il mondo del lavoro che la Chiesa genovese celebra nella solennità di san Giuseppe.

La Chiesa — ha evidenziato il porporato — non ha interessi, né privilegi da rivendicare: desidera solo servire nel nome del Vangelo, sorgente di salvezza e garanzia di umanità. «Non abbiamo soluzioni tecniche da proporre ma offriamo un’umile presenza che, mentre indica il cielo, guarda alla terra perché diventi casa più sicura e famiglia più vera. Vorremmo che la nostra parola raggiungesse oggi non solo l’orecchio attento di ciascuno, ma anche la mente e il cuore; e potesse ispirare prospettive e propositi giusti per la nostra città».

«In un’ora invasa da scenari inediti e difficili sfide» e in un tempo «in cui le certezze di sempre sembrano messe in discussione e l’orizzonte appare poco chiaro», per superare la crisi economica è necessario — ha affermato il cardinale — «un orizzonte vero, non delle parole che si ripetono inconcludenti», servono «certezze, non promesse, perché i tempi stringono e le ristrettezze diventano sempre più pesanti sulle spalle delle famiglie».

Il cardinale parla ufficialmente alla sua Genova, ma lo sguardo e il cuore del pastore abbracciano il mondo del lavoro in generale. Per superare la crisi la città ha bisogno di «coesione», che è il risultato di «fiducia, sincerità e coraggio». La città «deve dismettere interessi individualistici o di parte e la sonnolenta inerzia» insieme con «vecchi modi di pensare e vecchi costumi che, mentre cercano di mantenere se stessi, affossano Genova e con lei i suoi figli». Non bisogna poi dimenticare — ha ricordato — che «per creare futuro dobbiamo mettere in conto anche eventuali disagi temporanei, ma è la visione d’insieme, non il proprio particolare che deve ispirare e sostenere». Infatti, «se è più importante che l’altro non faccia bella figura, non abbia successo, non meriti plauso per il coraggio e l’intraprendenza, allora la città si spegne», ha affermato il cardinale aggiungendo: «Se si perdono tempo e forze per ostacolare gli altri nel bene, perché non abbiano merito, perché siamo noi a dover brillare, a occupare la scena, allora la città si deprime. Se si gode nel cogliere le ombre altrui o addirittura si manovra per crearne ad arte, allora la città si mortifica ed è umiliata. Se non si smette di guardare ogni novità con sospetto, come se ogni iniziativa dovesse nascondere chissà quale speculazione indebita, e se ogni intrapresa deve affrontare l’esasperante corsa a ostacoli dei no pregiudiziali, dei silenzi tattici, allora la città diventa invivibile e gli investimenti trasmigrano verso lidi più accoglienti e collaborativi. Se ogni progetto di sviluppo deve attendere tempi irragionevoli e affrontare maglie snervanti quanto ingiustificate, o consensi apparenti e resistenze reali in nome di alternative ipotetiche, pretestuose o tardive, allora la città perde opportunità concrete di lavoro». Il cardinale ha puntualizzato, inoltre, che qualunque ristrutturazione aziendale senza che vi sia un adeguato piano di ampliamento del lavoro non porta da nessuna parte.

Secondo il cardinale Bagnasco «la difficoltà più grave», non è «la ristrettezza delle risorse», quanto piuttosto vi potrebbero essere «altre ristrettezze» che portano «a frenare fino allo sfinimento».

«Lo status quo — ha concluso — non giova certamente ai lavoratori e alle famiglie». Infatti «è meglio fare piuttosto che parlare, ed è necessario pensare e fare insieme lealmente, senza primazie meschine e irresponsabili. Lo esige la città, lo chiedono i più esposti, giovani e famiglie».

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