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Il cuore dei cristiani coreani
è colmo di speranza

· Intervista con il cardinale arcivescovo di Seoul, Andrew Yeom Soo-jung ·

«Il 2018 è stato un anno straordinariamente importante per la Corea in quanto vi sono stati due vertici intercoreani e il vertice tra Stati Uniti e Corea del Nord, che ha portato alla firma di un significativo accordo per la denuclearizzazione nella penisola coreana. Papa Francesco ha sempre sottolineato che il dialogo è via per la pace. Dato che la Corea del Sud e la Corea del Nord oggi tengono aperti canali di dialogo, ritengo che siano stati compiuti importanti progressi nell’ultimo anno. Apprezziamo che tali passi di dialogo continuino con il secondo lo storico summit tra Stati Uniti e Corea del Nord, ad Hanoi, in Vietnam». È soddisfatto e animato da speranza il cardinale Andrew Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seoul, commentando in un colloquio con «L’Osservatore Romano» il nuovo vertice tra il presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che si svolge il 27 e 28 febbraio ad Hanoi.

Studenti vietnamiti sventolano la bandiera nordcoreana in occasione del summit (Afp)

Si tratta del secondo incontro tra i due leader — dopo il primo storico incontro tenutosi sei mesi fa a Singapore — che il cardinale auspica possa toccare due temi cruciali: il nucleare e la cooperazione bilaterale: «In diverse circostanze Papa Francesco ha invitato le nazioni della comunità internazionale ad adoperarsi per il disarmo nucleare. Per un’autentica riconciliazione e solidarietà tra Corea del Sud e Corea del Nord, credo sia necessario perfezionare un accordo chiaro e definitivo sulla denuclearizzazione permanente della penisola. Per questo spero che il vertice tra Stati Uniti e Corea del Nord possa generare un accordo specifico per un’esecuzione, rapida e verificabile, della denuclearizzazione».

Inoltre, prosegue il porporato coreano, «bisognerebbe ampliare l’assistenza umanitaria, assicurando che i benefici vadano a finire realmente alle persone nordcoreane che hanno effettivamente bisogno di aiuto». Nell’ambito delle buone relazioni, aggiunge, «uno dei problemi più importanti è la riunione di famiglie separate dalla frontiera, in seguito alla guerra di Corea. Consentire l’incontro tra padri e figli, fratelli e sorelle, è una questione che tocca i diritti umani fondamentali. Dato che i membri delle famiglie divise sono tutti molto anziani, spero sinceramente che si trovino modalità pratiche ed efficaci in modo che le famiglie possano rivedersi più frequentemente e poi riunirsi definitivamente». Tali riunioni sono riprese nell’agosto 2018, dopo oltre due anni di sospensione, e costituiscono, secondo il cardinale Yeom Soo-jung, un segno visibile di speranza.

Ed è proprio «l’ottica della speranza, presente nel cuore di ogni cristiano», sostiene ancora il porporato, la chiave di volta per comprendere il ruolo della Chiesa cattolica nella fase attuale di distensione e nel cammino di riavvicinamento con il Nord: «La pace, la riconciliazione e la riunificazione — sottolinea — sono tutti doni di Dio. Quello che la Chiesa cattolica non solo può ma deve fare è, prima di tutto, pregare. Nella arcidiocesi di Seoul ogni martedì, fin dal 1995, celebriamo una speciale “Messa per la pace e la riconciliazione” nella cattedrale di Myeongdong. E, alla fine dell’Eucaristia, recitiamo la nota Preghiera per la pace attribuita a san Francesco d’Assisi, con l’intenzione di invocare da Dio la pace permanente nella penisola coreana, chiedendo al Signore di renderci strumenti della sua pace».

Con lo spirito di «voler dare un contributo e mettere a disposizione di Dio i nostri cinque pani e due pesci», spiega ancora il porporato, «il Comitato per la riconciliazione del popolo coreano, istituito nella comunità cattolica di Seoul ha promosso una speciale campagna di sensibilizzazione, intitolata “La Corea del Nord è nel mio cuore”. I fedeli aderenti si impegnano a recitare una preghiera per la Chiesa nordcoreana ogni mattina e ogni sera, a partecipare almeno a due messe per la pace all’anno, a partecipare a programmi di volontariato o di beneficenza».

«Sono fermamente convinto — rimarca il cardinale coreano — che l’odierna atmosfera di pace e riconciliazione in Corea sia anche frutto delle preghiere incessanti che abbiamo rivolto al Padre. La Chiesa cattolica in Corea non smetterà di pregare per la pace nella penisola coreana».

Il cardinale Andrew Yeom Soo-jung, come è noto, è anche amministratore apostolico «sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis» di P’yŏng-yang, capitale della Corea del Nord. Ha quindi ben presente nel suo cuore e nelle sue preghiere i fedeli cattolici oltre la cosiddetta «cortina di bambù». Secondo i dati forniti dall’arcidiocesi di Seoul, nel 1945, subito dopo l’indipendenza dal Giappone, in Corea del Nord c’erano 57 chiese e 52.000 fedeli cattolici. Oggi di quei fedeli non si sa più nulla, ma il cardinale non ha perso le speranze: «Credo che debbano ancora esserci in Corea del Nord — rileva — persone che ricordano Dio e confessano la fede in Cristo. Prego sempre di poter celebrare un’Eucaristia e lodare Dio con i fratelli e le sorelle della Nord Corea il prima possibile». E conclude: «Se vi sarà la volontà di Papa Francesco di visitare la Corea del Nord, come passo per contribuire a una pace fondata sulla verità del Vangelo, io, come amministratore apostolico di P’yŏng-yang, sosterrò con la preghiera incessante, e con tutta la Chiesa di Seoul, quel pellegrinaggio in una terra che ha tanto bisogno dell’amore di Cristo».

di Paolo Affatato

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26 febbraio 2020

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