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Il credo dei pappagalli

· Messa del Papa a Santa Marta ·

Il cristiano non ripete il Credo a memoria come un pappagallo e non vive come un eterno «sconfitto», ma confessa la sua fede tutta intera e ha la capacità di adorare Dio, portando così verso l’alto il termometro della vita della Chiesa. Per Papa Francesco «confessare e affidarci» sono le due parole chiave che alimentano e rafforzano l’atteggiamento di chi crede, perché «la nostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo» come scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera. Il Pontefice lo ha ribadito nella messa celebrata venerdì mattina, 10 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.

Papa Francesco ha così ripreso il filo conduttore della meditazione del giorno precedente, portando avanti la sua riflessione centrata sulla prima lettera di Giovanni. Che, ha spiegato, «insiste, sottolinea tanto quella parola che per lui è come l’espressione della vita cristiana: rimanere, rimanere nel Signore». E «in questi giorni — ha proseguito — abbiamo visto come» Giovanni «pensa questo rimanere: noi nel Signore e il Signore in noi. Questo significa rimanere nell’amore, perché i due comandamenti principali sono quelli dell’amore a Dio e al prossimo».

Per Giovanni, dunque, il centro della vita cristiana è il «rimanere nel Signore, il rimanere il Signore in noi, il rimanere nell’amore. E per questo, dice, ci ha dato lo Spirito. È proprio lo Spirito Santo che fa quest’opera del rimanere». Nel passo della sua prima lettera (4,19 - 5,4) proclamato nella liturgia l’apostolo — ha notato il Papa — dà la risposta a una domanda che ci viene naturale: da parte nostra cosa dobbiamo fare per vivere lo stile del «rimanere»? Scrive Giovanni: chiunque rimane in Dio, chiunque è stato generato da Dio, chiunque rimane nell’amore vince il mondo. «E la vittoria è la nostra fede» ha spiegato il Pontefice ripetendo le parole dell’apostolo. Per vivere «questo rimanere», ha ribadito, «da parte nostra» c’è appunto la fede, mentre «da parte di Dio lo Spirito Santo, che fa quest’opera di grazia».

«È forte!» ha esclamato il Papa, perché «la vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede. La nostra fede può tutto: è vittoria!». Si tratta di una verità che «sarebbe bello» ripeterci spesso, «perché tante volte siamo cristiani sconfitti. La Chiesa — ha affermato il Pontefice — è piena di cristiani sconfitti, che non credono che la fede è vittoria, che non vivono questa fede. E se non si vive questa fede c’è la sconfitta. E vince il mondo, il principe del mondo».

La domanda fondamentale da porre a se stessi è allora: «Cosa è questa fede?». Papa Francesco ha ricordato in proposito come Gesù parlasse della fede e ne mostrasse la forza, come si evince dagli episodi evangelici della donna emorroissa, della cananea, dell’uomo che si avvicinava per chiedere una guarigione con fede — «è grande la tua fede!» — e del cieco dalla nascita. Il Signore, ha ricordato, «diceva anche che l’uomo che ha la fede come un seme di senape può muovere le montagne».

Proprio «questa fede chiede a noi due atteggiamenti: confessare e affidarci» ha detto il Papa. Anzitutto «la fede è confessare Dio; ma il Dio che si è rivelato a noi dal tempo dei nostri padri fino adesso: il Dio della storia». È quello che noi affermiamo tutti i giorni nel Credo. Ma — ha puntualizzato il Pontefice — «una cosa è recitare il Credo dal cuore e l’altra come pappagalli: credo in Dio, credo in Gesù Cristo, credo...». Il Papa ha proseguito proponendo un esame di coscienza: «Io credo in quello che dico? Questa confessione di fede è vera o io lo dico a memoria perché si deve dire? O credo a metà?».

Dunque si deve «confessare la fede». E confessarla «tutta, non una parte. Tutta!». Ma, ha aggiunto, si deve anche «custodirla tutta come è arrivata a noi per la strada della tradizione. Tutta la fede!». Il Pontefice ha poi indicato «il segno» per riconoscere se confessiamo «bene la fede». Infatti «chi confessa bene la fede, tutta la fede, ha la capacità di adorare Dio». È un «segno» che può sembrare «un po’ strano — ha commentato il Papa — perché noi sappiamo come chiedere a Dio, come ringraziare Dio. Ma adorare Dio, lodare Dio è di più. Soltanto quello che ha questa fede forte è capace dell’adorazione».

Proprio sull’adorazione, ha fatto notare il Papa, «oso dire che il termometro della vita della Chiesa è un po’ basso: noi cristiani non abbiamo tanta — alcuni sì — capacità di adorare, perché nella confessione della fede noi non siamo convinti. O siamo convinti a metà». Dovremmo invece recuperare la capacità «di lodare e di adorare» Dio; anche perché, ha aggiunto il Pontefice, la preghiera per «chiedere e ringraziare la facciamo tutti».

Quanto al secondo atteggiamento, Papa Francesco ha ricordato come «l’uomo o la donna che ha fede si affida a Dio. Si affida. Paolo, nel momento buio della sua vita, diceva: io so bene a chi mi sono affidato. A Dio. Al Signore Gesù». E «affidarsi — ha affermato — ci porta alla speranza. Così come la confessione della fede ci porta all’adorazione e alla lode di Dio, l’affidarsi a Dio ci porta a un atteggiamento di speranza».

Però — ha messo in guardia il Pontefice — «ci sono tanti cristiani con una speranza con troppa acqua», una speranza annacquata che non è «forte». E qual è la ragione di questa «speranza debole»? Proprio la mancanza di «forza e coraggio di affidarsi al Signore». Per essere invece «cristiani vincitori», ha sottolineato, dobbiamo credere «confessando la fede, e anche facendo la custodia della fede, e affidandoci a Dio, al Signore. E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

«Per rimanere nel Signore, per rimanere nell’amore — ha ripetuto — è necessario lo Spirito Santo, da parte di Dio. Ma da parte nostra: confessare la fede che è un dono e affidarsi al Signore Gesù per adorare, lodare e essere persone di speranza». Papa Francesco ha concluso l’omelia con la preghiera che «il Signore ci faccia capire e vivere questa bella frase» dell’apostolo Giovanni riproposta dalla liturgia: «E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede».

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